Il tarassaco è in fiore

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Diverse sono le ragioni per cui qualcuno decide di andar via. Le tue, io non le ho ancora capite. Ho promesso alla tua schiena curva sulle valigie che mi sarei presa cura del tuo amato giardino, ma non l’ho fatto prima di questa mattina…

Diverse sono le ragioni per cui qualcuno decide di andar via. Le tue, io non le ho ancora capite. Ho promesso alla tua schiena curva sulle valigie che mi sarei presa cura del tuo amato giardino, ma non l’ho fatto prima di questa mattina. L’erba alta ha divorato i fiori più piccoli i cui colori nemmeno si vedono più. Resta solo il tarassaco a contrastare con orgoglio l’oscurità del verde. Ad un tratto, mentre lo guardavo, mi è tornato in mente il vecchio cappotto della mamma, quello che ti piaceva indossare nei pomeriggi in cui fuori pioveva a dirotto e lei non era ancora tornata a casa. Era decisamente troppo grande per te, ma non te ne importava. Il manto spazzolato ti ricopriva fin sotto le caviglie e mi ripetevi: «Isabella, un giorno diventerò talmente grande che questo cappotto qui mi starà corto». Non sono mai stata capace di comprendere – e non riesco tuttora a farlo – il tuo desiderio di essere sempre più di quanto tu fossi già. Non avevi nemmeno otto anni e già splendevi ai miei occhi più delle saette che schiarivano il cielo di quel pomeriggio. Poi, a un tratto, come se avessi avuto già la percezione di com’è che sarebbe stato il nostro futuro, ammutolivo, fin quando mi facevo coraggio e ti domandavo: «Posso venire con te, ovunque tu andrai, quando sarai grande?». Allora mi rivolgevi i tuoi occhi attraverso lo specchio e sorridevi senza dire una parola. Non sei mai riuscita a promettere nulla che sapevi non avresti mai potuto realizzare. Ma in questo ci somigliamo.
Stamattina, in cortile, Camilla mi ha detto che la sua mamma ha lo stesso odore di questo giardino. Per un istante interminabile siamo rimaste in silenzio, poi ha preso coraggio e mi ha detto: «Zia, la mamma tornerà?». Le ho rivolto i miei occhi e le ho sorriso.
Sai, ho messo da parte tutte le tue cartoline. Ogni sera, prima di andare a letto, le guardo e ti immagino vivere nei luoghi che hai visitato. La prima sera sei stata a Roma, di notte, a perderti solitaria tra i vicoli del centro per poi ritrovarti di fronte al Colosseo illuminato dalle stelle. Hai chiuso gli occhi e ascoltato la folla acclamare le spade dei gladiatori pronti a combattere e hai tifato, in cuor tuo, per il ruggito del re. Ieri ti sei finta una famosa attrice con un cameriere del caféproprio di fronte alla Tour Eiffel. Ti sei indispettita quando non ha riconosciuto il tuo nome, così, per scusarsi del suo grande errore, ti ha offerto un croissant con burro e marmellata di ciliegie, il tuo preferito. La sera precedente, invece, eri seduta sugli scogli di fronte la Sirenetta di Copenaghen. Mentre osservavi i lineamenti in bronzo, ti chiedevi perché mai una creatura così bella avesse dovuto rinunciare a ciò che aveva di più prezioso per compiacere qualcun altro. Quando hai scoperto poi che nella versione originale ha persino perso la sua vita, sulle tue labbra è comparso un sorriso beffardo. Stavo immaginando le onde infrangersi contro gli scogli e il vento scompigliare i tuoi lunghi capelli biondi quando la nebbia scura è scesa sui miei occhi e ti ha riportata nella prigione dei tuoi anni più belli. Non c’erano orologi sulle pareti bianche, erano le gocce a scandire il tempo. Ritmiche, scendevano dalla sacca rivolta a testa in giù fino a riempire il tuo corpo stanco e così dannatamente piccolo, ora. Ti stringevo la mano, ma tu non ricambiavi la presa. Il sole ricopriva metà del tuo viso e tu lo sfidavi, fiera. «Non ho paura di morire» mi avevi confidato la sera prima mentre ti aiutavo a tagliare le ultime ciocche dorate «ma non voglio che l’ultimo ricordo che il mondo abbia di me sia un ammasso di ossa e lamenti». Ho provato a dissuaderti, a dirti che non ci sarebbe stata gioia più grande di quella di restare con te fino a quando la tua voce sarebbe diventata un sospiro e la tua pelle leggera. Ma era la mia avidità a parlare. Avrei voluto stringermi stretta a ogni briciola del tuo ultimo tempo, custodirla per il resto della mia vita, e sperare che così non saresti mai davvero andata via. Quando mi hai svelato il tuo piano, l’infermiera nella stanza mi ha più volte invitata ad abbassare la voce. «Ho deciso, Isabella. È questo quello che voglio e devi rispettarlo!». Mi dispiace non aver infranto le pareti del silenzio cresciuto tra di noi, ancor più di aver lottato contro il tuo ultimo desiderio come si fa contro un nemico: con tenacia e determinazione.

In natura, quando il leone sa che è giunto il suo tempo, lento si allontana dagli sguardi del branco. Si dice che sia l’istinto a nasconderlo in un luogo sicuro nel momento di sua massima vulnerabilità. A lungo ho creduto che l’avessi fatto per puro egoismo, ma solo ora ho capito che il tuo desiderio più grande era quello di cercare di proteggerci dalla condanna di vederti andar via.
Resta il tarassaco, nell’oscurità verde del nostro giardino.

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