Il Burbero

di

Data

La decadenza della casa rifletteva il lento appassire di Franco. Era sporco, come lo erano i muri ricoperti di muffa; la barba e le unghie gialle erano trascurate come le piante del giardino… di Riccardo Vergine

Franco era un ometto magro dal cranio stempiato e contornato da fini capelli bianchi che lo facevano apparire quasi un avvoltoio. Il volto, screziato da macchie scure, era sempre contratto in un ghigno di disprezzo. Il suo era, in verità, un disprezzo immotivato e rivolto verso tutti e tutte. Proprio per questo in paese venne ribattezzato “il Burbero”.
Ma Franco non era sempre stato così. Per vent’anni aveva diviso quella casetta con la moglie Lucrezia e per dieci anche con un pastore tedesco dal manto nero e gli occhi color verde foglia che gli erano valsi il nome di “Puma”. Poi, lei si spense a causa di una lunga malattia e Franco rimase da solo con il suo fedele cane.
Dalla morte della sua amata, col lento passare delle stagioni, l’uomo si era completamente lasciato andare e aveva smesso di cantare mentre passeggiava per i campi.
La decadenza della casa rifletteva il lento appassire di Franco. Era sporco, come lo erano i muri ricoperti di muffa; la barba e le unghie gialle erano trascurate come le piante del giardino. Solo il vecchio Puma, ancora agile e vivace come da cucciolo, pareva non essere andato incontro al medesimo destino: la sua pelliccia era sempre lucida, lavata con cura e ben pettinata.
Per il Burbero i giorni si ripetevano l’uno sempre uguale al precedente. Ogni giorno si svegliava all’alba e sedeva nel giardino di casa su di una panchina di pietra circondata da piante di rose morte. Lì raccontava al fedele cane i suoi incubi e i suoi ricordi, rivivendo, quasi fossero fotografie in un album, i momenti felici vissuti con la moglie.
Ogni giorno si ripeteva identico a quello appena terminato, come la nota stonata di un vinile che salta e ripete sempre la stessa battuta. Ogni giorno sino all’ultimo.
Una notte di fine novembre Franco si svegliò sorpreso dal freddo. La finestra della camera da letto era spalancata, le tende ondeggiavano spinte dal vento e Puma non era raggomitolato ai suoi piedi come sempre. Infilò le pantofole pesanti e si coprì con una vestaglia di lana per chiudere la finestra. Quindi raggiunse il cucinotto notando con stupore che la porta di casa era anch’essa aperta.
Tremante, uscì in giardino. La nebbia era talmente fitta che era impossibile vedere la propria mano stesa in avanti; il cielo era coperto da una coltre di nubi nere come pece che oscurava le stelle.
Mise le mani a cono davanti la bocca e chiamò il vecchio cane.
«Puma!», gridò, ma la voce era come ovattata. «Puma!», ripeté sentendo l’angoscia crescergli nel petto e il respiro farsi più rapido.
Una macchia nera, come un’ombra su di un muro, si delineò dinanzi a lui. L’aria era come se si fosse improvvisamente rarefatta. Il cuore iniziò a battere più velocemente.
Acuì la vista per riuscire a vedere meglio.
«Puma sei tu? Vieni qui…», ordinò titubante. «Vieni che fa freddo!»
L’ombra crebbe sempre più, avvicinandosi. D’istinto Franco fece un passo indietro, ma in quella forma indistinta riconobbe qualcosa di familiare. Per un istante poté scorgere con chiarezza, oltre al velo di nebbia, gli occhi della defunta moglie. Puma abbaiò tre volte e la sagoma iniziò a svanire allontanandosi da lui.
«Lucrezia!», gridò tendendo la mano verso l’ombra. «Lucrezia?», sussurrò.
No! È impossibile devo averlo immaginato!, pensò scuotendo la testa. Strofinò le mani sul viso per tornare lucido.
Ancora una volta il cane abbaiò tre volte; il suono si faceva via via più flebile e distante.
«Puma vieni qui!», ordinò. «Non ti allontanare!», tentò con scarso risultato.
Il Burbero sbuffò seccato e stringendosi nella vestaglia si incamminò seguendo l’ombra. Di tanto in tanto la macchia scura si fermava come per attenderlo, ma senza assumere mai un contorno netto.
Dovette camminare a lungo attraverso i campi incolti prima di fermarsi. La nebbia si diradò e le stelle tornarono a brillare. Aveva raggiunto un muro ben più alto di lui, formato da blocchi grandi e squadrati e ricoperto quasi interamente da edera. Dell’ombra che aveva seguito sin lì non v’era traccia.
A qualche metro di distanza, oltre un cancello di ferro senza lucchetto o serratura, Puma lo attendeva scodinzolante.
«Vieni subito qui!», fece il Burbero. Ma l’animale non gli diede retta.
Al diavolo! pensò. Era troppo stanco per essere diplomatico con un cane.
«Se non vieni con le buone ti vengo a prendere io!», borbottò.
Si appoggiò al cancello arrugginito e, facendo forza sulle gambe malandate, riuscì ad aprirlo appena appena per passarci attraverso. Oltre il cancello c’era un boschetto di querce che colse totalmente la sua attenzione, facendogli dimenticare il perché fosse lì.
Nel centro del boschetto c’era una quercia dalle dimensioni eccezionali: doveva essere alta più di quindici metri e così larga che sarebbero serviti cinquanta e più uomini per cingerla. Rimase con la bocca spalancata e gli occhi sgranati, sorpreso dalla meraviglia. Non aveva mai visto nulla di tanto magnifico e imponente in vita sua.
Tutt’intorno all’albero millenario, quasi come custodi, c’erano decine e decine di statue in pietra, raffiguranti uomini e donne di tutte le età. Le esaminò una ad una, girovagando tra di esse: molte erano ricoperte da crepe e muschio mentre alcune erano intonse. Tuttavia, ognuna di esse aveva il volto triste e corrugato; talune avevano la bocca spalancata in un urlo silenzioso ed altre ancora parevano tentar di fuggire dal giardino. Erano statue “brutte” e “fatte male”, concluse Franco perdendo subito interesse.
Passò oltre e si diresse verso il gigantesco albero nel centro del giardino seguito dal vecchio cane.
Franco, che nulla mai aveva temuto, per un istante vacillò. Qualcosa nella vecchia quercia gli incuteva timore.
L’uomo si avvicinò cauto e girò intorno al tronco più volte per esaminarla, finché non notò uno squarcio tra le radici: una piccola voragine. Vi si avvicinò cercando di scorgere qualcosa all’interno, ma il buio era impenetrabile alla sua vista malandata.
Si appoggiò allora al tronco per piegarsi sulle ginocchia e studiare l’apertura fra le radici nodose, quando l’albero millenario tremò e una cascata di foglie si riversò al suolo.
Una voce roboante scosse il terreno.
«Uomo!», esclamò la quercia. «Come osi appoggiarti a me come se fossi il tuo bastone?»
Franco, che nulla mai aveva temuto, quella volta fu colto da vero terrore. Rimase pietrificato fissando la voragine oscura.
«Non parli?», domandò la quercia irosa. «Io sono la regina di tutte le querce e pretendo una risposta alle mie domande!», ruggì.
Il Burbero si inginocchiò a terra chinando il capo.
«N-non le mancherei mai di rispetto», sussurrò tremante. Incrociò le mani come in preghiera e attese risposta.
La quercia fece vibrare le fronde e molte altre foglie caddero in una spirale dai toni dell’arancio, ocra e marrone.
«Sei qui per ricevere i mie frutti?», indagò a quel punto l’albero magico.
Franco dovette pensarci alcuni secondi prima di rispondere; non voleva offendere nuovamente quel miraggio.
«L-Le ghi-ghiande?», balbettò confuso.
Nuovamente la quercia scosse i suoi rami e la terra tremò.
«Tu mi insulti!», il gridò venne dalla voragine scura. «Io sono la Madre delle Querce. Come ben saprai ho la capacità di assolvere qualsiasi richiesta, anche la più impensabile! Vedi quanto grande è il potere dei miei frutti: realizzo i desideri!»
Gli occhi del vecchio brillarono come davanti a una pentola d’oro.
«Anche i desideri che sembrano impossibili?», domandò Franco prendendo coraggio.
«Anche i desideri che sembrano impossibili», rispose fiera la Madre delle Querce. «Nulla è per me impossibile», fece soddisfatta.
La paura che lo aveva costretto al suolo si sciolse e lui tornò in piedi mosso dalla curiosità.
«Come funziona? Cosa devo fare?», domandò.
La quercia rise e altre foglie caddero dalla folta chioma.
«Tu devi solo chiedere e io esaudirò ogni tua richiesta…», spiegò con grande naturalezza. «Però, c’è un prezzo da pagare per ogni desiderio. La moneta dei miei frutti è la conoscenza: i ricordi di una vita… in base al desiderio, in cambio io avrò da te tanti ricordi quanto il desiderio si rivelerà per te prezioso!»
«Ricordi?», si chiese lui sottovoce. «Ma ne vale la pena? Ma per cosa poi? Oro, fortuna…», sussurrò sottovoce. Poi si ricordò dell’ombra misteriosa ed ebbe un lampo di genio. «Desidero che mia moglie, la mia adorata Lucrezia, faccia ritorno dall’oscurità della morte.»
Si alzò il vento, ma nessuna foglia si mosse.
«Va’ a dormire ora. Domani, quando il Sole sarà sorto, colei che ami sarà accanto a te», dichiarò la Madre delle Querce.
Il vecchio si mise a correre a perdifiato seguito dal fedele Puma. Era felice, incurante di aver lasciato dietro di sé la sua infanzia. Ora, appariva ancor più nero in volto e la gentilezza scoperta in quei teneri anni aveva abbandonato il suo corpo. Ma, era felice.

La mattina seguente, quando il gallo cantò il suo saluto al nuovo giorno, Franco il Burbero spalancò le palpebre sorridendo. Era un uomo senza più gentilezza nell’animo, ma questo era pieno d’amore. Con sua immensa gioia Lucrezia era lì, distesa accanto all’anziano nel loro talamo nuziale.
«Lucrezia! Amore mio!», esclamò l’uomo sgranando gli occhi.
Lei appariva come un corpo in una bara e non rispose al grido entusiasta del marito. I suoi occhi erano vitrei e fissi sul soffitto grigio; le mani fredde erano posate sul ventre.
Le passò una mano tra i capelli.
«Amore mio…» sussurrò con grande apprensione, «Svegliati!»; quindi le accarezzò il viso. «Perché i tuoi occhi sono spenti e la tua pelle è così bianca e fredda? Perché non mi rispondi?»
Franco strinse i pugni guardando in direzione della finestra.
«Mi ha mentito… Lei non è tornata!», si disse a denti stretti quasi in lacrime scendendo dal letto. «Mi ha mentito!», esclamò con furia.
L’uomo si vestì in tutta fretta e, sistemate le coperte del letto perché la moglie stesse al caldo, uscì di corsa da casa diretto dalla Madre delle Querce.
Quando passò attraverso le statue di pietra non si accorse che un’altra se n’era aggiunta alla collezione; dopotutto, aveva ben altro a cui pensare.
Gonfiò i polmoni e gridò con tutta la sua forza.
«Mi hai mentito!», urlò immediatamente come fu davanti all’albero. «La donna nel mio letto è… è morta anche se respira! Dov’è Lucrezia, la donna da me tanto amata?», proseguì.
La Vecchia Quercia agitò i suoi rami.
«Tu mi accusi di mentire?», domandò acidamente in risposta. «Mi hai chiesto di farla tornare dall’oscurità della morte e io questo ho fatto. Io non mento mai, sciocco uomo! Potevi chiedere la sua anima insieme al suo corpo…»
Il vento tra le fronde sibilò come una risatina.
«Dovevi essere più cauto nella tua richiesta», lo bacchettò la Vecchia Quercia con malizia.
Franco il Burbero storse il naso e strinse gli occhi per trattenere le lacrime.
«Desidero che mia moglie abbia di nuovo un’anima!», pretese con l’indice alzato.
«Bene», rispose la Vecchia Quercia. «Va’ a casa. Tua moglie è tornata dalla morte e con sé ha portato la sua anima.»
Come l’Antica Quercia proferì quelle parole, un fiume di immagini si levò dalla testa del vecchio e ricadde nella fossa oscura ai suoi piedi. Erano i ricordi di un’adolescenza agrodolce in cui aveva scoperto il valore dell’amicizia. Il dolore, ma anche la gioia di stare con altri lo lasciarono per sempre.
Intanto, la sua pelle andava ingrigendosi.

L’ uomo corse più rapido che poté e, raggiunta la sua casetta, entrò spedito.
Come aveva fatto per anni, Lucrezia sedeva su uno sgabello e ricamava dei fiori su di un fazzoletto. Tuttavia, il capo era chino e la sua espressione cupa. Piangeva in silenzio trattenendo i singhiozzi.
«Lucrezia, Lucrezia…», la chiamò Franco il Burbero.
La donna sollevò lo sguardo e lasciò cadere il tovagliolo. Aveva pianto a lungo e i suoi occhi erano rossi e gonfi. Tremava, stringendo appena le mani del marito.
«Perché piangi, amore mio?», domandò lui sconsolato inginocchiandosi per abbracciarla.
Lei strinse la presa e si lasciò andare tra le braccia del vecchio uomo.
«Sono così triste amore mio…», spiegò la donna sospirando. «Dentro ho solo il vuoto e non c’è emozione che regga al confronto…»
«Non temere. Il mio amore per te è così grande da bastare per entrambi», sussurrò lui con dolcezza. «Ci penserò io a renderti felice. So cosa devo fare»

Franco il Burbero si diresse ancor più celere dalla Vecchia Quercia che, assopita, danzava col vento. Le statue al di sotto intonavano un sussurro simile a una ninna nanna. Lui le ignorò e si avvicinò alla voragine.
Avrebbe potuto gridare con rabbia e pretendere un altro desiderio, ma qualcosa era cambiato in lui dopo l’ultima volta.
«Oh, Grande Quercia!», invocò disperato.
Le fronde iniziarono ad agitarsi più rapidamente.
«Cosa desideri ora, uomo?», domandò con delicatezza la Vecchia Quercia.
Franco appoggiò la fronte a terra e le lacrime caddero calde dal suo viso.
«Mia moglie, Lucrezia, è tornata, ma è triste e avvilita…» spiegò Franco il Burbero.
«Mi hai chiesto di farla tornare dall’oscurità della morte e di farle riavere un’anima e io questo ho fatto. Potevi chiedere i suoi ricordi e le sue emozioni insieme al resto…»
L’uomo si rialzò in piedi, asciugò le lacrime e sistemò i capelli.
«Donale la felicità e tutte le emozioni che provava in vita!», espresse il suo desiderio a mezza voce.
La Vecchia Quercia non rispose e rimase muta alla sua richiesta; si limitò ad agitare i rami con dolcezza. Il vento risuonò tra le foglie come in un concerto in cui la delicata litania delle statue faceva da coro.
«Questo ti costerà molto…», fece la Vecchia Quercia.
L’uomo non rispose e si limitò a chiudere gli occhi e a sorridere. Lucrezia, nella cucina della villetta, smise di piangere e, sopraffatta dalla gioia, iniziò a danzare. Allo stesso tempo dalla mente dell’uomo scomparvero tutti i ricordi della sua età adulta. L’amore lasciò Franco, assieme a tutte le immagini della sua adorata Lucrezia e di lui non rimase nulla se non un guscio vuoto.
La quercia sospirò.
«Cosa ti resta ora? Mi hai donato l’infanzia e la gentilezza per il suo corpo; l’adolescenza e la gioia per la sua anima. Ora hai donato te stesso e l’amore che provavi per ridarle ricordi ed emozioni…» Le fronde smisero di muoversi e la litania cessò. «È questo che voi umani chiamate amore?», terminò amaramente.
La Grande Quercia sapeva che non avrebbe mai avuto risposta e che, come gli altri prima di lui, Franco il Burbero sarebbe rimasto nel suo giardino per tutti gli anni a venire.
Il vecchio emise un lungo sospiro e divenne una delle tante statue presenti. Il suo ultimo pensiero andò a Lucrezia e questo lo riempì di grande calore: il Burbero non fu più tale da quel momento, se non solo alla fine, e per un solo istante.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Bene 

I racconti di Omero

Zeno

I racconti di Omero

Abissi

Sfoglia
MagO'