Dimmi perché

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L’ultima volta che ci siamo sentiti mi hai detto: «Anche tutti noi ti portiamo nel cuore, lo sai...». Posso essere sincera? No, non lo so. Ma so l’odore del bucato che stendeva tua mamma in sala, la finestra che tu e Irene avevate rotto e poi ripagato con la vostra paghetta… di Lara Giorgini

L’altra mattina, mentre andavo al lavoro, ho visto tuo padre che camminava per strada. Aveva il solito sguardo perso nel vuoto e l’andatura zoppicante. Trascinava i piedi per terra e muoveva le gambe a scatti, come se dovesse inciampare e cadere da un momento all’altro. Svolta gli angoli della città in questo modo, andando chissà dove e mi domando: vive ancora in quella casa rosa che assomiglia a un piccolo castello con le palme tutte intorno? Ha gli occhi stanchi ma sono sempre blu, e i capelli sono ormai quasi tutti bianchi. Penso debba avere ormai circa settant’anni e mi sembra impossibile, perché adesso io ho quasi l’età che aveva lui quando eravamo piccoli, quando facevo parte della vostra famiglia. Lui non mi ha vista l’altra mattina, non mi avrebbe notata nemmeno se gli fossi passata accanto e lo avessi guardato dritto negli occhi. Avrei voluto parlargli, la tentazione è stata forte; avrei voluto chiedergli come stai?… ma poi come sempre ho ripiegato. A volte è meglio non sapere e continuare a immaginare. Sai cosa non puoi immaginare tu, invece? Le mie colleghe, che sebbene non ti abbiano mai incontrato di persona, ti conoscono attraverso i miei racconti, e sanno che ti sei trasferito dall’altra parte del mondo. Una in particolare, una persona un po’ strana, alle volte mi prende in giro dicendo: «Il tuo amichetto del cuore si è trasferito in Australia per colpa tua». Io sto al gioco facendole credere che ha ragione, che davvero ti sei trasferito in Australia per colpa mia, ma so che non può essere vero. Quando ti penso, riaffiorano nella mia mente le volte in cui ti ho mentito, pur essendo ancora una bambina e le volte in cui, dopo tutto ero solo una bambina, ho rubato i tuoi giocattoli mettendomeli in tasca o nelle scarpe di nascosto. Secondo me tua mamma lo sapeva, e solo adesso mi domando se l’abbia mai raccontato ai miei.
E poi ricordo di quella volta in cui ti ho fatto piangere dicendoti che una volta diventata grande me ne sarei andata… ma alla fine, chi è andato via, sei stato tu.
L’ultima volta che ci siamo sentiti mi hai detto: «Anche tutti noi ti portiamo nel cuore, lo sai…».
Posso essere sincera? No, non lo so. Ma so l’odore del bucato che stendeva tua mamma in sala, la finestra che tu e Anna avevate rotto e poi ripagato con la vostra paghetta, l’uva che mangiavi la sera sdraiato a letto nelle Marche, il tuo copriletto della Bassetti con la stampa degli orsi polari, il tuo diario segreto che avrei dato qualsiasi cosa per poterlo leggere ma che non ho mai letto, l’undici settembre a casa tua, tua mamma che ci sgrida, tua mamma che cucina la focaccia al formaggio, io che dico a mia mamma che non voglio più che tu venga a casa mia, il tuo viaggio in Kenya, il disegno firmato da tuo padre con su scritto papà in un angolo, il Nintendo, il melone che abbiamo mangiato in campagna da te, i tuoi cugini, lo zio Mauro, Pat, l’Aquafan, gli occhi che bruciano per il soffritto mentre ripetiamo la lezione a tua mamma che sta cucinando, le corse sotto la pioggia, i Lego, le ferrate in gita… Sono curiosa, quale di queste cose ricordi anche tu? Ricordi ancora la mia presenza?

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