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Prima di Mariam, ad occuparsi di mia madre era una giovane rumena dai modi spicci che non sapeva cucinare e per cena preparava di solito panini. Io non potevo essere sempre lì con loro ad occuparmi dei pasti e così avevo chiesto all’agenzia di trovarmi una georgiana che sapesse cucinare. Le georgiane sono le migliori… di Mariateresa Rossetti

Prima di Mariam, ad occuparsi di mia madre era una giovane rumena dai modi spicci che non sapeva cucinare e per cena preparava di solito panini. Io non potevo essere sempre lì con loro ad occuparmi dei pasti e così avevo chiesto all’agenzia di trovarmi una georgiana che sapesse cucinare. Le georgiane sono le migliori, mi aveva detto la mia vicina di casa, tranquille, non rispondono male, cucinano, puliscono la casa, puliscono i nostri vecchi senza proteste, senza parlare troppo.
Così era arrivata Mariam, al posto della rumena. Conosceva abbastanza bene l’italiano, era in Italia già da sei anni. Aveva lasciato in Georgia un marito di cui non parlava e due figli maschi già grandi, sposati e, a quanto pare, con problemi di salute o forse solo poca voglia di lavorare. Mariam era in effetti molto tranquilla, con le braccia forti, le spalle larghe e un poco curve, una certa morbidezza di fianchi e gambe. Un corpo fatto per sopportare fatica fisica e lontananze. Aveva lo sguardo attento e i capelli corti tinti di nero con una vistosa ricrescita bianca.
Le prime due notti dormì vestita, togliendo solo le scarpe, senza scostare nemmeno il copriletto. Una presenza silenziosa. Ascoltò le mie spiegazioni riguardanti la casa, le medicine da somministrare a mia madre, il cibo, la spesa e ogni tanto ripeteva le mie parole per essere sicura di aver capito bene, annuiva con la testa accompagnando il gesto con un accenno di sorriso. Le sorridevo a mia volta, mi piacevano i suoi modi gentili e la sua discrezione.
Mia madre vide la mia soddisfazione e da subito iniziò a tormentarla. Dalla sedia a rotelle o dal letto dove era costretta, con al seguito la bombola di ossigeno liquido e la forcella nasale sempre attaccata, con il respiro pesante nel corpo sempre più rinsecchito, raccoglieva tutte le sue energie, quelle che avrebbe dovuto usare per espandere il petto e far entrare aria a sufficienza tra i polmoni irrigiditi dalla fibrosi, le convogliava e scagliava contro tutti, per manifestare la sua contrarietà.
Tutto ciò che c’era di buono in Mariam la irritava. Sopportava a stento le mansioni di pulizia quotidiana della sua persona, imbeccandola, strattonando la biancheria quando doveva essere cambiata, correggendone con stizza i movimenti delicati, alzando gli occhi al cielo, sorridendo beffarda quando lei sbagliava qualche termine in italiano. Mentre io ero al lavoro non potevo sapere quello che succedeva in mia assenza. Quando arrivavo, nel pomeriggio, fra loro c’era un’aria sospesa, mi aspettavano entrambe, mia madre per il dettagliato resoconto di tutto ciò che era andato storto, e Mariam che mi guardava imbarazzata, incerta sul da farsi, se tentare una difesa, correggere certe affermazioni offensive o, come più spesso accadeva, sospirare e cercare nei miei occhi un po’ di comprensione. Io a volte la incalzavo, mantenendo un tono neutro nella voce “Davvero è successo questo Mariam? Le verdure erano fredde? Non le hai scaldate nel pentolino?”, mentre mia madre spostava continuamente i suoi occhi pieni di risentimento da me a lei e da lei a me. E ancora “E’ vero Mariam che non hai aperto le finestre quando lo ha chiesto mia madre?”. Poi ancora “E’ vero Mariam che hai comprato il prosciutto della marca più scadente?”. Mi prestavo al gioco al massacro, il mio massacro. Avevo sperato che, dopo aver convinto mia madre sulla necessità di avere una badante, visto che oramai non riusciva più a camminare, tutto sarebbe stato in discesa, sarei stata più libera, ma lei mi aspettava tutti i pomeriggi puntandomi gli occhi addosso con una smorfia di perenne scontento e mi elencava le mancanze, tutto ciò che non andava e non sarebbe mai andato bene. Certo che non poteva essere contenta, mi ripetevo ogni volta, cercando di immaginare come doveva sentirsi. E’ sola, malata, ha perso la sua autonomia, vive con un’estranea in casa. Mi ripetevo queste cose tutti i giorni, ma poi quando entravo in casa sua e la vedevo lì seduta in poltrona, determinata a restare immersa nei suoi pensieri negativi, aggressiva nei confronti di tutti, mi rendevo conto di non averla vista mai davvero felice. Nemmeno con mio padre, che diceva di aver amato tanto. Io non avevo ricordi di giochi fatti insieme a lei, di passeggiate, di risate. La sua voce si addolciva qualche volta al telefono con mio fratello che viveva a mille chilometri di distanza e la chiamava più o meno una volta la settimana. Quando ci sentivamo, io e lui, per lo più per questioni pratiche, ascoltava distrattamente le mie lamentele, sentivo che continuava a battere i tasti del suo computer mentre gli parlavo. Dispensava consigli mio fratello, da lontano, diceva che io me la prendevo troppo, che nostra madre era solo una povera anziana malata e bisognava avere compassione. Certo. Compassione. Ma il veleno del suo scontento continuava a stillare, goccia a goccia, imprigionandomi.
Quel pomeriggio non sarei dovuta andare da lei. Ero stanca, avevo dormito poco, al lavoro ero stata ingiustamente accusata di aver dimenticato una scadenza importante e non avevo avuto la forza di ribattere. Dovevo solo avvisare Mariam, ma fu lei a mandarmi un messaggio: erano finite alcune medicine. La mia irritazione salì, glielo avevo detto fin dall’inizio, non sopportavo di essere avvisata all’ultimo momento, specie per le medicine.
Appena entrai in casa capii che era successo qualcosa, la voce di Mariam era più alta del solito, stridula e sovrastava il vociare proveniente dalla tv accesa. Mi bloccai un attimo sulla porta d’ingresso, non mi avevano sentita entrare, poi mi assalì lo sgomento nel sentire mia madre piangere con singhiozzi rumorosi. Mi precipitai nel salone. Si spaventarono entrambe nel vedermi piombare così all’improvviso. “Che è successo? Mamma, Mariam, che è successo? Che state facendo?” dissi alzando progressivamente la voce. Mia madre aveva le labbra livide, si era strappata via il tubicino dell’ossigeno dal naso, mi guardò fra le lacrime e i singhiozzi con un lampo di ferocia negli occhi “E’ una ladra. Mi hai portato in casa una ladra invece di una badante”. Mariam fece un passo verso di me, il viso paonazzo e bagnato dalle lacrime, in mano aveva uno scontrino stropicciato e alcuni spiccioli “Erano cinque euro, lei dice cinquanta, ma io giuro, erano cinque euro, ho comprato il pane, altri soldi sono qui” e indicò una ciotola di ceramica vicino all’ingresso. Aveva ragione: c’erano i soldi che avevo lasciato io il giorno prima, meno i cinque euro presi da lei. Mi avvicinai a mia madre cercando di recuperare la calma, ancora sentivo battere veloce il mio cuore. “Mamma, stai tranquilla, ho controllato, Mariam non ha rubato niente, non fare così ti prego, calmati”. Ma lei continuava a scuotere la testa tra i lamenti. I singhiozzi le squassavano il petto, le sue labbra sempre più livide. Mi chinai verso di lei per rimetterle il tubicino dell’ossigeno nelle narici, ma il suo gesto di riflesso fu rapido, violento, mi scostò il braccio puntandomi gli occhi addosso

 “E’ una ladra, tu la difendi sempre, avete fatto comunella, ma questa ti prende solo in giro”
“Mamma ti prego basta”
“Cucina le cose schifose del suo paese che sanno solo di aglio, lei puzza di aglio, mi fa schifo quando si avvicina”

Arrossii violentemente e non so dire cosa mi accecò in quel momento, continuava ad agitare le braccia magre davanti alla mia faccia come per scacciarmi. Le afferrai i polsi e glieli strinsi forte scuotendola. Gridavo “basta, basta, smettila” e con la mia voce sovrastavo la sua per non ascoltarla. “Non ti sta bene niente, mai niente, adesso basta, mi sono stancata dei tuoi capricci, basta” le gridavo vicino alla faccia continuando a stringerle i polsi e sentendo nelle mie mani i suoi tendini, le ossa sottili, le vene pulsanti e una forza pari alla mia. La mano di Mariam si posò sulla mia spalla, per fermarmi, mi divincolai come un animale selvatico, lasciando andare la presa su mia madre. Feci un passo indietro e poi sollevai una mano in alto. Mia madre ammutolì, non c’era paura nei suoi occhi, solo una grande sorpresa nel vedere la mia mano alzata sopra di lei. Rimasi così, bloccata, il respiro mozzato, un formicolio dietro la nuca, l’orrore che si faceva strada fra i pensieri confusi per quello che avrei potuto fare. Abbassai il braccio di scatto allontanandomi come se qualcosa mi avesse bruciato. Mia madre disse solo “Perché gridi così? Non va…non va bene…non va bene… Stai sbagliando…stai sbagliando tutto” continuò a ripetere a bassa voce “stai sbagliando tutto”. Qualcosa nel suo sguardo si spense, abbandonò le braccia e le mani sulle gambe, un gesto di resa, tutta la furia di qualche minuto prima ricacciata in qualche luogo remoto della sua mente. Mariam si avvicinò per rimetterle il tubicino dell’ossigeno, e lei, senza guardarla, la lasciò fare. Chiuse gli occhi con un sospiro, mormorando parole sottili, incomprensibili, appoggiando la testa di lato sullo schienale della poltrona. Lasciammo mia madre nel soggiorno, sulla sua poltrona e seguii docile Mariam in cucina, accettando un bicchiere d’acqua “Non ce la faccio più” le dissi sconfortata. Parlai a lungo, non ero nemmeno sicura che lei mi capisse, ma aveva gli occhi buoni, mi ascoltava e annuiva, mi bastava questo. “Vorrei che scomparisse, dico davvero” le dissi “Non posso abbandonarla, non voglio che muoia, ma vorrei che scomparisse dalla mia vita”. Mariam si fece triste, e iniziò a tormentarsi le mani. “Tua madre soffre” disse e poi niente più, distogliendo lo sguardo dal mio. Mi alzai e me ne andai senza salutarla, senza salutare mia madre, cercando con cura di non sbattere la porta, di non fare rumore.
Seguirono giorni muti. Come corpi svuotati, senza voce, continuavamo a incontrarci nella casa senza quasi rivolgerci la parola. Io tenevo spesso gli occhi bassi e come un automa mi occupavo dei miei doveri pratici. Mia madre durante il giorno sonnecchiava spesso sulla poltrona davanti alla tv. Non protestava, lo sguardo assente, si lasciava cambiare e pulire come una bambola di pezza. Era colpa mia, l’avevo ridotta io in quello stato, pensavo. Chiamai il medico, ma sapevo già cosa mi avrebbe detto. La sua patologia era grave, irreversibile, non sempre le arrivava la giusta quantità di ossigeno al cervello, poteva avere episodi gravi di confusione mentale, offuscamenti più o meno temporanei, sonnolenza. Era iniziata una discesa che non poteva essere fermata. Passarono altri giorni, in un limbo senza più tensioni.
Poi una mattina arrivò la telefonata di Mariam che mi diceva che mia madre era morta. Avrei voluto piangere, ma non ci riuscii, nemmeno quando mi trovai di fronte al suo corpo immobile. Mi sembrò rimpicciolita, distesa nel letto, bianca fra lenzuola candide. Mariam si muoveva nella casa silenziosa, solo un lieve fruscio, con una padronanza che le vedevo adesso per la prima volta. La seguii con lo sguardo mentre sistemava oggetti e biancheria nella stanza, poi si avvicinò a mia madre, le fece una carezza che io non ero riuscita a fare, un accenno di sorriso e poi mi guardò dicendo “Tua madre adesso è in pace, tu sei in pace” con una intenzione che non riuscii a decifrare. Ero turbata, la guardavo sostenere il mio sguardo. “Che vuoi dire Mariam?” le dissi con la voce un po’ più alta del solito. Lei arrossì ma sostenne il mio sguardo interrogativo “Niente, niente” e se ne andò in cucina. Rimasi da sola nella stanza di mia madre, lei morta e io che mi sentivo invadere da una furia simile a quella che aveva agitato tutta la sua vita. Mi era piaciuta fin da subito Mariam, ma cosa ne sapevo davvero di lei?  Magari mia madre aveva ragione, mi dissi, avrei dovuto ascoltarla, provare a trovare un’altra badante. Chi era questa estranea che si permetteva il lusso di giudicarmi? Prima di uscire dalla stanza presi il cofanetto che conteneva i gioielli di mia madre, controllai che ci fosse tutto e lo misi nella mia borsa.

La strada che portava al mare era poco trafficata, la percorsi con la mia macchina quasi senza rendermene conto, la conoscevo così bene che mi sembrò di arrivare a destinazione in automatico, come se fossi trasportata da qualcuno o qualcosa.
Spensi il motore e rimasi nell’auto per qualche minuto. Chiudendo gli occhi mi sembrava di essere ancora nella casa, in penombra e di sentirne ancora gli odori, su tutti quello di aria viziata, ma anche di medicine, di cose stantie.
Un senso di costrizione al petto mi obbligò a uscire fuori. Il sole doveva ancora tramontare e il mare era appena agitato da piccole onde che mi portavano alle narici un odore intenso. L’aria salmastra si insinuò nel petto, fresca, spandendosi. Inspirai più forte e mi sentii completamente invasa dal profumo del mare, mentre il mio corpo si rilassava. Pensai agli ultimi giorni di mia madre, alla difficoltà del suo respiro, al riflesso del corpo che reclama aria e non ne ottiene, come un’acqua che non disseta. Chissà quanto doveva aver sofferto nelle ultime ore, o forse, come aveva detto il medico, il cervello già la proteggeva portandola in uno stato semicomatoso, senza dolore, e si era spenta senza gli spasmi della sofferenza, senza il terrore della morte o forse accogliendola con sollievo. Indugiai in questi pensieri, perché avrei voluto piangere, avrei voluto essere travolta dalla pena, sentire una mancanza, aggrapparmi ad un ricordo di felicità, ma nemmeno stavolta le lacrime salirono agli occhi. Non trovai niente fra i pensieri che potessero distogliermi dalla bellezza di quel pomeriggio, con il sole tiepido e il rumore rassicurante del mare. Sentivo solo un senso di pace, di leggerezza. Sentivo il sollievo. Era finito tutto, finalmente.

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