Neve

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Sono quasi arrivata, ma preferirei rimanere in questo gelo. Provo a regolare il respiro, ma i battiti aumentano man mano che i piedi affossano nella neve. Sprofonda un piede, poi l’altro. Riemerge e sprofonda nuovamente. Come me… di Callie

Sono quasi arrivata, ma preferirei rimanere in questo gelo. Provo a regolare il respiro, ma i battiti aumentano man mano che i piedi affossano nella neve. Sprofonda un piede, poi l’altro. Riemerge e sprofonda nuovamente. Come me, in balia delle mie emozioni. La luce è accesa in cucina. Starà cucinando, incurante delle mie preferenze, delle mie richieste. Ecco, l’ansia sta salendo, la sento, non riesco a controllarla. Respiro con profondità come ho imparato nei vari corsi di yoga. Non è sufficiente, non riesco a gestire i pensieri nella mia mente e di conseguenza questa invasione di energia negativa.
Mi fermo. Ho il fiatone. Camminare nella neve impiega una forza fisica notevole, ho freddo, ma tremo di più per quello che dovrò affrontare.
Mia sorella mi ripete di lasciarla stare, di considerarla una pazza. Non ci riesco, maledizione. Non ci riesco.
Ogni passo mi porta sempre più vicino a lei. Mi chiedo di che umore sarà stasera. Da piccola, a volte, aspettavo terrorizzata il suo ritorno.
Poteva essere un rientro fatto di sorrisi o di silenzi punitivi. Come quando a 17 anni decisi di lasciare il ragazzo che frequentavo da un annetto circa. Non mi parlò per circa una settimana. Poi un giorno, mi svegliai, la chiamai, ma lei non era a casa. Mi affacciai dal balcone, la macchina non c’era. Provai a chiamarla, il cellulare era spento. Andai in cucina, sul tavolo non c’era la colazione che lei con premura preparava la mattina, ma trovai un biglietto:
“Così ora sarai libera di fartela con chi vuoi e io non mi dovrò vergognare di te. Non mi aspettate. Non tornerò.”
Erano le sue solite minacce di suicidio. Non era la prima volta e, purtroppo, non sarebbe stata l’ultima. Io rimasi immobile sul divano, invasa da mille sensi di colpa, piangendo fino a non avere più lacrime, fino a quando non arrivò l’ennesimo attacco di panico con cui convivevo da quando i miei si erano separati.
Lei rientrò nel pomeriggio dopo 7 ore. 7 lunghissime ore di profonda angoscia e disperazione per me. Non mi rivolse la parola per altri giorni. Avevo sbagliato, dovevo pagare. Ero una brutta persona.
Dicono che casa e famiglia siano un rifugio, per me sono state un inferno.
Sono davanti la porta. Suono il campanello. Mi accoglierà con la sua aria dolce, sorridente e premurosa o sarà l’altra sua personalità ad aprirmi?
“Chi è?” – chiede, con un sottile filo di voce. Odio questo tono. Lo utilizza quando deve mostrarsi depressa. È in scena il suo approccio vittimistico e accusatorio. Nuovamente una forte ansia, il respiro che si blocca.
Stai calma. Glielo dici e poi te ne vai. Ascolti la sua ira e poi te ne vai. Calmati, calmati, respira.
“Mamma, sono io. Apri.”. Cerco di usare un tono allegro, negli anni ho imparato a smorzare un po’, ma spesso nemmeno questo è servito.
Lei apre. Provo a darle un bacio sulla guancia come vuole il rituale, ma anche per evitare che mi accusi di non averle nemmeno dato un bacio. Ma lei è nel suo ruolo e si scansa.
È arrabbiata, non so perché, ma la strategia è quella di far finta di nulla. Non ci sarà un motivo come sempre. Ha solo necessità di creare un litigio. Non chiederle nulla.
“La cena è pronta già da mezzora. Farà schifo ora. Ma tanto a voi cosa ve ne frega. Il sacrificio di cucinare l’ho fatto io.” – ecco, le sue accuse finalizzate al senso di colpa, arrivano ancor prima di quanto immaginassi.
Non replico. Non servirebbe. Ho perso la fame, ma devo mangiare per forza o si scatenerà la sua ira.
Siamo sedute a tavola. Fa freddo, c’è solo una stufetta a scaldare tutta la casa. Fa freddo, c’è solo un forte egoismo e amore malato.
Devo dirgli una cosa banalissima: partirò tra 2 giorni per un viaggio di piacere con amici. Una sola settimana. In qualsiasi famiglia sarebbe la cosa più naturale del mondo. Per lei no, è un dramma, una mancanza di rispetto. Io mi andrò a divertire, lei no. Io sarò felice, lei no. Lei è felice solo quando gli altri non lo sono.
È il momento, c’è silenzio, ho paura si senta il mio cuore che ha ripreso a battere con un impeto inquietante, sembra l’inizio di un attacco cardiaco. Prendo tutto il coraggio necessario.
“Dopo domani parto. Vado con i miei amici in Toscana”.
Silenzio.
“Chi sono questi amici?” – chiede nervosa.
“I soliti, quelli del teatro” – le rispondo cercando di mantenere la calma. Cerco pensieri positivi nella mia mente. Partirò e mi divertirò con i miei amici, a lei questo momento passerà e tornerà a sorridermi.
Si alza, prende i piatti e li sbatte nel lavandino.
“Mi devi fare stare sempre in pensiero. È una vita che per colpa tua sto male.” Ecco sta iniziando, come tutte le volte che devo fare qualcosa che le non vuole.
“Non c’è bisogno di stare in pensiero. Non sto partendo in guerra.” Ho sbagliato di nuovo, porca miseria. Quest’ultima frase non dovevo usarla. Lei ora sta andando in ansia ed io devo rassicurarla.
Ma sono stanca, non ce la faccio più. Ho bisogno di un rapporto sano, ho bisogno di non massacrarmi più con i sensi di colpa che lei mi genera con una costanza quasi calcolata. Ho bisogno di una mamma che mi supporti, che mi aiuti, che sia felice per me.
Inizia a urlare, a sbattere i mestoli sul lavandino.
“Certo, non vai in guerra. Che te ne frega di me che sto in pensiero. Tanto se muoio a voi non importa niente. Era meglio se mamma non mi avesse mai messo al mondo, se non avessi mai fatto figli”.
Provo a calmarla, ma sento che le gambe cominciano a tremare. Ti prego, proprio in questo momento no, devo mantenere lucidità. Ti prego no.
Cerco di mantenere il controllo, ma lei è fuori di testa. Dal tavolo prende il coltello a serramanico con cui aveva tagliato il pane. Mi sfida guardandomi con occhi da indemoniata, si punta il coltello alla gola.
“Vuoi vedere che mi ammazzo?” Ancora le sue minacce di suicidio. Ho bisogno di aiuto. Mi sento sempre più male.
Butta il coltello a terra, stringe le mani, stringe le labbra inferiori tra i denti e comincia a battersi pugni in testa con una violenza così forte che penso: questa volta morirà davvero.
Uno, due, tre, sette colpi. A quel punto cedo al fortissimo attacco di panico che mi arriva con irruenza. Mi metto sul divano, inizio a sudare fortissimo, sento la febbre salire improvvisamente. Le gambe non reggono più, non riesco a respirare. Cerco disperatamente un bicchiere di acqua sul mobile poco vicino, sento che sto per svenire.
Ma lei non molla, mi guarda e inizia a insultarmi:
“Che brava attrice che sei, bravissima. Hai fatto bene ad andare al corso di teatro. Vai, fai finta di svenire”.
Non so dire cosa sia successo in quell’attimo. So solo che non ne potevo più. Ho guardato fuori dalla finestra, era buio, dalla luce dei lampioni si vedeva la neve scendere. Gli alberi si muovevano in modo armonico come se stessero seguendo un brano di Chopin. Sembravano mi stessero invitando con un dolce sorriso a questa danza. C’era silenzio, candore, purezza e mi sono chiesta perché non avessi potuto averli nella mia vita. È in quel preciso momento che qualche forza oscura si è palesata dentro di me, mi ha detto che era arrivato il momento di mettere fine a questo orrore, di alzarmi, di conquistare la mia libertà e la mia serenità. Così ho fatto. Mi sono alzata, ho preso il coltello da terra e le ho inflitto così tante pugnalate fino a non sentirne più il respiro.

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