La confessione

di

Data

Tutti gli altri uscivano, lui entrava. «A domani don Claudio», gli disse una parrocchiana, ma lui la salutò distratto. Aveva gli occhi puntati sull’uomo, che dopo essersi fermato incerto in fondo alla navata ora la percorreva a passi spediti… di Giovanna Viola

Don Claudio aveva appena finito di dire Messa, quando vide l’uomo entrare in Chiesa.
Tutti gli altri uscivano, lui entrava. «A domani don Claudio», gli disse una parrocchiana, ma lui la salutò distratto. Aveva gli occhi puntati sull’uomo, che dopo essersi fermato incerto in fondo alla navata ora la percorreva a passi spediti. Arrivato a metà, tuttavia, si arrestò e si mise di fianco, come nell’atto di voltarsi, per tornare indietro. Ma non lo fece. Si infilò, invece, tra i banchi della fila presso cui si trovava e prese posto. Non pareva uno avvezzo ai luoghi sacri. Trovarsi lì chiaramente lo agitava: lo tradivano la postura rigida, e quel continuo scrutare intorno, in cerca di chissà che cosa.
Ma a un certo punto fissò lo sguardo davanti a sé. E don Claudio ne seguì la direzione.
Sì, guardava proprio il Crocefisso appeso sull’altare. A quel punto immobile, e concentrato.
Torno fra un po’, si disse don Claudio, che aveva ancora i paramenti liturgici addosso. Così vedo se è ancora qui.
In sagrestia si tolse la stola e la casula, che sistemò appese nell’armadio, e contò il denaro raccolto durante l’offertorio. Era assorto, quando avvertì all’improvviso un rumore alle sue spalle e, voltandosi, si trovò l’uomo davanti. Aveva un piede al di qua della soglia, l’altro al di là. E, masticando le parole, disse: «Vorrei confessarmi». Don Claudio notò che muoveva in continuazione le mani, finché non se le mise in tasca.
«Venga, venga pure avanti» gli disse. L’uomo fece un passo, ma poi si bloccò, come se avesse cambiato idea, e infatti mormorò: «Magari torno un’altra volta».
Don Claudio era combattuto tra il dire e il non dire, ma alla fine «Perché non resta?» gli chiese. «C’è una stanzetta di là, in cui possiamo parlare tranquilli».
L’uomo fece un cenno col capo, che pareva un sì, e fece un altro passo dentro la sacrestia.
«Venga con me» gli disse allora don Claudio e lo guidò lungo un corridoio su cui si affacciavano diverse porte. Si fermò davanti a una di queste, la aprì ed entrò in una stanza disadorna: c’erano una libreria con le antine in vetro, un tavolo circondato da alcune sedie e, nell’angolo vicino alla finestra, due poltroncine.
Don Claudio le aggiustò una di fronte all’altra e invitò l’uomo a sedersi.
Ma questi all’inizio rispose: «Sto bene in piedi» e rimase lì, a spostare il peso da una gamba all’altra. Quando infine, dopo averci ripensato, si accomodò, lo fece in punta di sedia. Poi, appoggiati i gomiti sulle ginocchia, si prese la testa fra le mani. Per qualche istante i due rimasero così, in silenzio.
Fu don Claudio a rompere il ghiaccio.
«Prima diceva di volersi confessare» disse con voce gentile. L’uomo sollevò appena il capo, giusto perché potessero guardarsi in faccia. Era giovane, forse sui quaranta, e aveva i capelli in disordine, come uno che è uscito fuori di casa di fretta. Indossava dei jeans scoloriti e una camicia in tono: blu denim, con le maniche corte. Aveva la fronte aggrottata e negli occhi gli correvano lampi di smarrimento. Per tranquillizzarlo, don Claudio gli disse: «Sono qui. L’ascolto».
L’uomo aprì la bocca, ma poi la serrò, contraendola in una smorfia. Quando infine si decise a parlare, sussurrò: «Sono un uomo violento».
Don Claudio si trattenne dal dire subito qualcosa. Fa’ attenzione, fu il suo primo pensiero. Se sbagli una parola, lui se ne va. Ma era anche un uomo di Dio e aveva gli strumenti a cui affidarsi.
«Mi faccia dire una preghiera» disse, giungendo le mani. E a voce alta chiese a Dio di effondere la sua grazia su quell’incontro. «Stendi la Tua mano misericordiosa, Signore, su questo atto di penitenza. Aiuta quest’uomo a sciogliere il suo cuore, così che possa aprirsi con Te, che sei un padre pieno di amore, capace di accoglierlo nel Tuo abbraccio anche con le sue colpe».
Poi si fece il segno della Croce e, allungando una mano in avanti, sembrò benedire l’uomo, che a voce bassissima disse: «Picchio mia moglie».
Don Claudio avvertì una fitta trapassarlo da parte a parte. E questa volta non ebbe voglia di cercare le parole giuste. «No» disse con impeto. «No, non puoi farlo. Non devi».
«Sono geloso. Perdo la testa» disse l’uomo, tornando ad abbassare il capo.
«Quante volte è successo?».
«Anche ieri. Solo che è andata peggio del solito. E siamo finiti in Pronto Soccorso».
«E…?» chiese don Claudio, quasi ansimando.
«Le ho rotto due costole. Ma lei ha detto che era caduta da sola. Non so se le abbiano creduto. Ho avuto paura. Mentre la visitavano ho visto che le sussurravano qualcosa. Non volevano che io sentissi. Ma lei mi ha guardato».
Don Claudio sentì crescere dentro un malessere, che gli parve simile alla rabbia. Lo ascoltò.
«Dovrebbe denunciarti» disse. «Farebbe la cosa giusta. Lo sai, vero? Come ti chiami?».
«Renato» rispose l’uomo, agitandosi sulla poltroncina.
«Lo so» disse infine. «Lo so che farebbe la cosa giusta».
«Lo sai?» chiese don Claudio con forza. «Lo sai davvero?».
In quel momento, se si fosse guardato da fuori, avrebbe visto i propri occhi interpellare duramente quelli dell’uomo. Che infatti distolse i suoi.
«Davvero lo sai?» ripeté don Claudio.
Incalzato per la seconda volta l’uomo rispose: «Sì che lo so. Ma lei non dice niente a nessuno perché mi ama».
«E tu? È amore il tuo?».
Ora la voce di don Claudio si era alzata di tono. Era quasi un urlo. L’uomo farfugliò qualcosa e poi disse: «Anch’io la amo. Per questo sono qui. Voglio smettere».
Ora gli dici che è un animale. Ora gli dici che le donne non si toccano. Ora non lo assolvi.
Il don Claudio ragazzo avrebbe messo le mani addosso a quell’uomo, ma il pastore di anime disse: «Vuoi smettere? Io non posso farti smettere. Io posso solo assolverti. Ma l’assoluzione prevede il pentimento. E la volontà di non ricadere nella stessa colpa. Prometto di amarti e di onorarti per tutti i giorni della mia vita. È la formula del matrimonio. E l’hai recitata anche tu. Non puoi picchiare tua moglie».
L’uomo taceva. E ora fissava il vuoto davanti a sé, con lo sguardo perso. Quando infine si afflosciò inerte sulla poltrona, tutto d’un fiato disse: «Mio padre picchiava mia madre e io da bambino lo odiavo».
Don Claudio chiuse gli occhi e immaginò quell’infanzia. Poi fece un movimento in avanti e appoggiò una mano sulla spalla dell’uomo. Erano uno di fronte all’altro e l’altro lo guardava sorpreso.
«Dio ti ama» gli disse don Claudio. E allora vide disegnarsi sulla bocca dell’uomo una specie di sorriso. Come una virgola sulle labbra.
«Guardami». Don Claudio voleva che lo sguardo dell’uomo rimanesse incollato al suo.
«Dio non solo ti ama, ma ti ha fatto anche libero. Tu puoi scegliere».
Una luce si accese sul volto dell’uomo.
«Fare del male a tua moglie è sbagliato» continuò don Claudio. «Lo è per la legge di Dio e per quella degli uomini».
L’uomo si alzò dalla poltrona, come in preda a un bisogno impellente.
«La prego, mi assolva» disse con voce supplicante.
«Lo farò. Nel nome di Dio lo farò» gli rispose don Claudio. «Ma tu devi farti aiutare. Ci sono dei centri per questo».
«Lo so».
«Devi andarci».
«Ci andrò».

Alle tredici don Claudio pranzava ascoltando il TG. E la sua mente era fissa sull’incontro del mattino, quando passò la notizia di un brutale femminicidio avvenuto nella capitale.
Massacrata di botte dal marito, diceva il servizio. E poi lasciata a morire da sola. L’avevano trovata i figli, rientrando a casa. Il marito era ancora in fuga. Settantaquattro femminicidi dall’inizio dell’anno.
A don Claudio il cuore sobbalzò nel petto. E pensò alla moglie dell’uomo che aveva appena assolto: la immaginò stesa a terra, nella cucina di un appartamento qualsiasi, ammazzata per mano di chi diceva di amarla. Non finì il suo piatto di pasta. Si alzò e andò in Chiesa a pregare.

Nel corso di quel mese l’uomo si presentò altre volte.
«L’ho fatto di nuovo» confessava a don Claudio. E don Claudio inveiva contro di lui, e lo guardava torvo, prima di fargli promettere che non l’avrebbe fatto più.
Ma intanto il Tg raccontava altre storie di donne morte per mano di uomini in preda a un’inspiegabile follia, e in don Claudio l’ansia cresceva.
Salva la donna. Salva la donna. Gli intimava una voce interiore.
«Quanto male le hai fatto questa volta?» chiese all’uomo, quando per l’ennesima volta se lo trovò davanti. Un caldo infernale gli saliva da dentro e gli invadeva il viso.
«Le ho quasi rotto un braccio» iniziò a dire l’uomo. «Gliel’ho ruotato dietro alla schiena. Poi l’ho spinta ed è caduta. Ma ho continuato e…».
Don Claudio non lo lasciò terminare. Gli afferrò con vigore il braccio, che l’uomo aveva sollevato per mimare il gesto, e gridò: «Perché? Perché?».
Era fuori di sé e dovette calmarsi, prima di dire: «Non posso più assolverti».
La frase cadde come una sentenza, e l’uomo lo guardò stranito. Forse avrebbe voluto interrogarlo al riguardo, ma non ce ne fu bisogno. Perché don Claudio con tono fermo disse: «Tu, Renato, non vuoi cambiare».
L’uomo si strinse le braccia al petto, come per farsi piccino, e bisbigliò: «Sì che lo voglio».
«No» disse don Claudio. «Non tornare più qui. Tornaci quando potrai dirmi che non alzi più le mani su tua moglie».
L’uomo a testa bassa uscì dalla stanza, raggiunse il portone in fondo alla navata e se ne andò. Ma quella volta don Claudio lo seguì. Voleva vedere dove abitava, segnarsi l’indirizzo. Al ritorno dal sopralluogo andò in Chiesa e, in ginocchio sugli scalini dell’altare, parlò al Crocifisso.
«Ho un vincolo, lo so» gli disse. Avvertiva le lacrime prendere forma dietro alle palpebre.
Come uomo di Dio aveva un compito: ascoltare i peccati degli altri, e seppellirli dentro di sé. Era il segreto della confessione a imporglielo. Don Claudio restò un’ora con gli occhi inchiodati alla Croce. Fissava Gesù Cristo e lo implorava: «Fammi fare la cosa giusta».
Salva la donna. Salva la donna. Gli diceva intanto la voce interiore.
Don Claudio quella sera non cenò. E la notte dormì poco. Quando al mattino si alzò, non fece neppure colazione. Aveva fretta. E si diresse veloce lì dove doveva andare.
«Sono qui per una denuncia» disse, entrando in Questura.
Don Claudio aveva appena finito di dire Messa, quando vide l’uomo entrare in Chiesa.

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