Il ramarro Caronte

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Infastidito dalle voci che il mercato del martedì alzava con la polvere, decisi di seguire un ramarro che si infilava agile tra le intercapedini delle case del paese. Sapevo che mi avrebbe condotto fuori dalla piazza principale e dalla confusione crescente. Si muoveva con una sfacciata sinuosità e lo immaginavo a ridere di me, l’ennesimo scemo che tentava di prenderlo... di Emmanuela Dell’Osso

Infastidito dalle voci che il mercato del martedì alzava con la polvere, decisi di seguire un ramarro che si infilava agile tra le intercapedini delle case del paese. Sapevo che mi avrebbe condotto fuori dalla piazza principale e dalla confusione crescente. Si muoveva con una sfacciata sinuosità e lo immaginavo a ridere di me, l’ennesimo scemo che tentava di prenderlo. E così, per stargli appresso, capitai in un vicolo che mi portò dritto dritto in una piccola corte, dove il sole sembrava riuscire a penetrare l’intonaco dei muri, rendendo le case bianchissime. L’animale andò a nascondersi tra i sassi e io iniziai una ricerca nervosa per non perdere il pretesto di non rimanere al mercato.
Tesi da un muro all’altro, i fili per il bucato si incrociavano sopra la mia testa e le porte di due o tre case spalancavano sul cortile.
All’improvviso, da una delle porte si affacciò una donna con un cesto di bucato tra le braccia. Era giovane e aveva lunghi capelli neri sciolti sulle spalle. Uscì al sole, posò a terra il cesto e allungò le sopracciglia scure scrutandomi. La sua espressione severa e il collo tirato mi invitarono ad andarmene: non era casa mia.
Ch’ buó? No zoccolo in baccia?
Mise le mani sui fianchi e non so perché rividi l’ancheggiare del ramarro. Venne verso di me.
Vattinn! – mi gridò – Vattin!
Mi urlò ancora, un ciuffo le cadde sulla fronte e con un movimento della testa lo fece rimbalzare al suo posto.
Appena sotto il collo intravvidi la linea del seno, gonfio e abbronzato, una linea lunga e sottile come la coda dell’animale che mi aveva cacciato in quel guaio.
Una folata di vento caldo mi avvolse la vita di colpo, imprigionandomi. Provai a spostare il peso da un piede all’altro e a muovermi, ma i sandali erano inchiodati a terra e le labbra, anche loro, incollate.
Lei si tolse uno zoccolo e lo agitò.
Si’ scèm?
Sí signora, sono uno scemo, dissi senza voce.
‘Unnè casa tua, cà!
Venne ancora avanti brandendo lo zoccolo. Le spalline della canottiera scivolarono giù nella furia; il vento scoprì le gambe atletiche e lucide e, più sopra, le mutandine azzurre.
Una goccia di sudore mi cadde sull’occhio, un’altra dentro l’orecchio. Sentii un brivido rovente sotto la cintura. Ecco, forse il sudore potrà spegnere l’incendio, pensai.
Torna a casa tua!, urlò.
I capelli le sfioravano il viso e le labbra rosse tornavano piene dopo ogni urlo. Era arrabbiata e bellissima.
Lasciò cadere lo zoccolo a terra e lo mise al piede. Si avvicinò, mi spinse e andai spalle al muro. Così, controluce, non riuscivo più a vedere i suoi occhi ma lei vedeva bene i miei.
Che buo’, eh?
Restò ferma davanti a me per qualche secondo, era poco più alta di me. Mi prese la mano e lentamente se la appoggiò sul seno destro. Iniziò a premere e a muoverla. Chiusi gli occhi. E mi afferrò anche la sinistra.

Tornai al mercato.
La nonna era poco più avanti di dove l’avevo lasciata, tra camicie da notte svolazzanti e coulottes beige.
Vid’ signora ch’è buon stu’ cotone!, le ripeteva l’ambulante.
Non era un ambulante, ma un’ illusionista che faceva apparire nuovi tessuti da sotto il banco, a seconda delle clienti. Feci cenno alla nonna che l’avrei aspettata a casa e mi incamminai.
Cinquecento anime c’erano forse in quel paese delle mie estati dai nonni. Una piazza, un ufficio postale sempre in chiusura, due chiese, tre bar. Ma se anche avesse avuto uno stadio o un aeroporto, quel paese sarebbe rimasto a lungo nella mia mente solo uno spiazzo di case bianche, trovato inseguendo un ramarro che avrei chiamato Caronte.
Fili per il bucato a mezz’aria, mollette appese ai fili e le mie mani di quindicenne a toccarle i seni.

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