In direzione ostinata e contraria

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Era marzo, una giornata umida. La mattina ero partito da casa mia con l’Harley-Davidson per raggiungere l’Hilton e partecipare alla premiazione di Agente Immobiliare dell’anno. Durante il banchetto ero andato alla toilette e col cellulare avevo fatto una chiamata privata e menzognera con Victoria… di Nicola Fabio Vitale

Era marzo, una giornata umida. La mattina ero partito da casa mia con l’Harley-Davidson per raggiungere l’Hilton e partecipare alla premiazione di Agente Immobiliare dell’anno. Durante il banchetto ero andato alla toilette e col cellulare avevo fatto una chiamata privata e menzognera con Victoria, la mia compagna. «Ciao tesoro, – voleva essere di buonumore – che effetto fa essere premiati?». Un lungo silenzio rispose dalla mia estremità. «Stasera andiamo a cena, e poi?» disse lei, calcando sul pedale dell’entusiasmo. Un altro silenzio da parte mia. «Ti chiamo più tardi, tesoro» mi sforzai di dire con dolcezza e chiusi il cellulare. Ciò che era accaduto nelle ultime settimane era un po’ un mistero, per me.

All’inizio ero stato uno dei tanti ragazzi che fanno su e giù per le strade di quartieri sconosciuti, bussando a tutte le porte. Ma poi avevo capito come funziona. Ero sveglio ed ero diventato uno dei migliori agenti immobiliari. Il carattere non mi mancava. Quando aprii la mia agenzia pensavo di avercela fatta. Victoria si occupava dell’amministrazione, era brava coi conti, e la maggior parte degli appuntamenti li fissava lei. La gente le piaceva e la cosa era reciproca. Io mi occupavo delle vendite e mi ero fatto una squadra per conto mio. I miei ragazzi ci sapevano fare: ero bravo a trovare quelli che sapevano vendere. Tutto filava liscio e avevo un sacco di progetti, cosa potevo chiedere di più?

Poi non so cosa le è preso. Quel sabato mattina l’ufficio era rimasto chiuso per dei lavori di manutenzione agli impianti elettrici e quando avevo finito ero tornato a casa in anticipo per farle una sorpresa: mi era venuto in mente di andare a passare una settimana a New Orleans, dove fanno uno dei carnevali più spettacolari e divertenti del mondo; era anche la settimana in cui cade San Valentino, il giorno del suo compleanno. Insomma, entro in casa con un bel mazzo di fiori e non vedo l’ora dire a Victoria che avevo comprato i biglietti, prenotato l’albergo eccetera eccetera quando la sentii gridare con un’energia senza limiti e con un’originalità e una varietà orgasmica davvero sconcertanti. Stava con uno dei miei agenti. Lo avevo assunto io. Era un tipo alto più di un metro e novanta, aveva due mani grosse come padelle e dei bei denti bianchi. Sul comodino, proprio davanti a loro, c’era una foto di noi due, io e Victoria, abbracciati: sorridevo davanti a quei due che se la spassavano, a casa mia. Devo aver perso la testa. Mi pare di ricordare di aver urlato: «Adesso basta!». Poi lo avevo preso dalle braccia e lo avevo tirato fuori dal mio letto. La presa era rimasta salda e ne avevo approfittato al massimo. Lo avevo sbattuto violentemente al muro e avevo minacciato di ucciderlo. Facevo sul serio. «Gli amici non si tradiscono» urlai. Ero patetico. Singhiozzavo. Riuscivo a malapena a vederlo tra le lacrime. Intanto Victoria era lì che faceva un verso strano.
Dopo tutto è stato un po’ confuso per me. La prima cosa che ricordo è che mi sono comprato l’Harley-Davidson e per qualche giorno me ne sono andato in giro evitando chiunque potesse farmi sentire troppo un miserabile con le sue domande o chiedendomi resoconti troppo circostanziati su cosa stessi facendo durante quelle giornate in cui l’agenzia era chiusa, aspettando, suppongo, di venirne fuori, un giorno o l’altro.

Accesi una sigaretta e guardai fuori dalla finestra dell’albergo: il giorno era agli sgoccioli e mentre le luci si accendevano in diversi palazzi e il fumo di una ciminiera si levava in volute dense, ripensando a quella terribile scena, scuotevo la testa, quasi fosse successa a qualcun altro. In un certo senso, era così.
Il banchetto era finito e raccolsi la cornice di legno finto col dozzinale certificato che mi ero guadagnato per aver venduto un incalcolabile numero di immobili; e non elencando ville con vista sul mare della Costa Azzurra, ma sbolognando vecchie case nei quartieri popolari che sembravano il set di un film allestito per raccontare la periferia di una metropoli. «Questo, a casa, voglio attaccarlo sopra il cesso» mi dissi. Il certificato aveva un sigillo d’oro appiccicato sotto il mio nome, e le parole In hoc signo vinces sbalzate intorno all’orlo di lettere dall’aria gotica. Sentii vibrare il cellulare in fondo alla tasca, freddo e duro scivolava via lungo la coscia mentre lo prendevo.
«Ciao, tesoro» disse Victoria vivacemente. «Non potresti anticipare? Andrebbe bene anche un quarto d’ora. Ho voglia di vederti». Era anche il giorno del nostro anniversario di fidanzamento e avevo prenotato un tavolo in un ristorante giapponese: era un locale dove andavo per festeggiare occasioni particolari per via dell’atmosfera intima; avevo cominciato a frequentarlo con lei.

Non avevo certo voglia di rivederla dopo quel giorno, ma quando mi aveva telefonato per dirmi che non poteva stare senza di me, cos’altro potevo fare? Si era messa a piangere: aveva un disperato bisogno di vedermi, diceva. «Non avrei mai pensato che tra noi due sarebbe potuta finire in quel modo» disse. «Tesoro, tutta questa storia mi sta facendo perdere la testa. Forse un giorno tornerai o forse no, ma fammiti dire una cosa: che diavolo significa tutta quella storia schifosa, eh? Cosa significa, eh? Niente. Non significa niente. Ho il cuore spezzato. Un pezzo di pietra. Non valgo niente. È quello il peggio: non valgo niente».
C’ero rimasto male, certo. Chi non ci sarebbe rimasto male? Mi piangeva ancora il cuore, ma a sentirla così mi sentivo morire e proprio a quel punto ricordai un consiglio di mio padre che non mi è mai più uscito di mente. «Prima di condannare qualcuno» mi aveva detto «ricorda che le cose a questo mondo non vanno sempre come vorremmo». Non ebbe bisogno di dirmi altro. Accettai il suo invito e andai a trovarla. Mi fece accomodare in soggiorno. Appena mi sedetti, mi portò subito un caffè: quindi cominciò a tirare fuori tutto quello che le passava per la testa. Quella storia le aveva causato un sacco d’angoscia, disse, l’aveva fatta sentire umiliata. «Quel giorno mi si sono aperti gli occhi. Mi sa che ero un po’ fuori di testa. Quando te ne sei andato, non mi è importato più niente di niente. Né di lui, né di Dio, né di nient’altro». Voleva mi dimenticassi quel brutto momento, disse, quel momento così difficile; che pensassi solo ai momenti belli. «Ci sono stati tanti momenti belli, no?».
Non dissi niente.
«È stata una cosa stupidissima» disse. «Veramente non la si può chiamare neanche tradimento».
Guardai il pavimento sul quale poggiavano le gambe del tavolo.
«Voglio stare con te».
«E cosa faremo?».
«Staremo benissimo. Come stavamo prima».
«Cosa te lo fa credere?».
«È l’unica cosa che è successa. È l’unica cosa che ci ha reso infelici».
Mi alzai in piedi e camminai fino in fondo alla stanza; scostai la tenda e guardai dall’altra parte, di là dalla finestra: la distesa degli alberi di ulivo si allungava fino alle colline, mentre l’ombra delle nuvole passava sugli alberi.
«E tu pensi che staremo bene e saremo ancora felici e tu mi amerai?».
«Ti amo anche adesso» disse. «Lo so. Non devi avere paura».
«E tu vuoi davvero stare ancora con me?».
«Io voglio solo te» disse. «Non voglio nessun altro».
«Che hai detto?».
«Fidati».
«Aspettiamo e vedremo».
«Vieni vicino me» disse. «Non devi sentirti così».
«Non mi sento in nessun modo» dissi. «Penso a come sono andate le cose, tutto qui».
«Certo. Ma tu devi capire…».
«Capisco. Non potremmo stare zitti per un po’?».
Venne vicino alla finestra e guardò verso le colline e gli alberi bruni sotto le nuvole; io guardavo lei.
«So che ho fatto una cosa stupidissima».
«Sì, tu sai di aver fatto una cosa stupidissima».
«Hai ragione a parlare così, ma lo so».
«Adesso faresti qualcosa per me?».
«Per te farei qualunque cosa».
«Vorresti per piacere… per piacere… smetterla di parlare?».
Rimase in silenzio per un po’, mentre guardava la mia figura che si stagliava contro la finestra. «Ma io voglio solo te» disse all’improvviso. «Non me ne importa niente…».
«Adesso grido» dissi. Uscii di casa e mi incamminai lungo il marciapiede. In fondo alla strada, dei ragazzi giocavano a pallone. C’erano foglie dappertutto in terra, persino nelle cunette. Dovunque girassi gli occhi, mucchi di foglie. Continuavano a cadere dagli alberi mentre camminavo. Non facevo un passo senza calpestare foglie. Bisognava che qualcuno si desse da fare, là attorno. Bisognava che qualcuno prendesse in mano il rastrello e desse una bella sistemata. Quando rientrai in casa, Victoria seduta al tavolo, mi sorrise.
«Ti senti meglio?». Si ravviò i capelli all’indietro con le mani: erano morbide e bianche e piccole; mani di una ragazzina adolescente.
«Mi sento bene» dissi. «Non ho niente. Mi sento bene».

Prima di raggiungere Victoria, avevo pensato di comprarle un regalo. Attraverso il casco filtrava un acre odore metallico – profumo dei motori surriscaldati e freni di camion – che arrivava fino all’ondulata strada secondaria su cui stavo passando, davanti al nuovo opulento centro commerciale di vetro e metallo cromato: c’erano due campi da calcetto, una multisala con diciotto schermi, un IMAX, e tutt’intorno case ostili sparse su un terreno arido e spelacchiato; e vecchi giardini ricoperti di arbusti, grandi stazioni di rifornimento ed edifici in costruzione incompiuti. In quel posto desolato, vuoto, lucente, freddo, alieno, difficile da digerire, non c’era nulla di interessante da vedere o di originale, solo altre persone che riempivano uno spazio dove prima nessuno o quasi voleva stare. La ragione per vivere quaggiù, pensai, era che eri vissuto in un posto peggiore.
Mi diressi verso il banco della gioielleria nell’atrio. Stavo pensando a un bell’orologio o a un bracciale; decisi per un bracciale d’oro massiccio con diamanti a foglia. Mentre la commessa lo impacchettava, lo guardai con aria di ottusa soddisfazione, come se avessi dimenticato cosa aveva fatto Victoria.
Mi fermai al bar, al piano soprelevato. Un locale ampio, con i pavimenti dalla superficie sfumata, i soffitti bassi, un bancone di mogano lucidato e un murale grande quanto tutta la parete illuminato da riflettori che rappresenta con colori paurosamente vividi “Il lanciatore di fiori” di Banksy. Seduto sullo sgabello di questo posto, mentre provavo a gustarmi una caipirinha, cominciai a pensare all’appuntamento con Victoria: ormai mancavano pochi minuti; come mi sarei comportato quando l’avrei incontrata? Avrei avuto voglia di abbracciarla? La prospettiva mi metteva ancora a disagio. Notai sul sottobicchiere la scritta “Leggi la parte scritta in piccolo: ogni volta che una cosa non ti piace, o che hai una sorpresa, vuol dire che non hai letto la parte scritta in piccolo”. Matrimonio, amici, lavoro, vivere: nella parte scritta in piccolo si trova la verità delle cose, e non è mai quella che ti aspetti.
Mentre portavo il bicchiere alle labbra mi accorsi che la giacca era stata spostata. Era stesa su uno sgabello diverso da quello dove l’avevo poggiata. Quando la raccolsi, il cuore cominciò a battere forte. Infilai la mano nella tasca interna e ne tirai fuori le chiavi della moto. Passai in rassegna le altre tasche, poi ricordai che il portafogli lo tenevo in quella posteriore dei pantaloni. Quel che mancava era il regalo per Victoria. Accanto a me si era seduto un uomo. Indossava un’oscena giacca marrone con il bavero sciallato, vergognosamente sporca; aveva occhi molto grandi e avrebbe dovuto radersi già da qualche giorno.
«Hai visto un pacchetto? Era qui» domandai. Ma era chiaro che l’uomo non aveva idea di cosa stessi dicendo. Continuava a fissarmi con un’espressione di totale incomprensione. L’uomo disse qualcosa in una lingua che non conoscevo, si strinse nelle spalle e scosse la testa.
«Maledizione!» esclamai, frustrato.
Idem per il barista allampanato, con la camicia bianca e il farfallino di plastica verde, dietro al bancone; bofonchiò in fretta: «Nessun pacchetto». Mi rimisi la giacca e uscii nel corridoio. Guardai su e giù come se sperassi di vedere e riconoscere il ladro. Ma in giro non c’era nessuno. Magari qualcuno mi era passato alle spalle, aveva visto il pacchetto e aveva semplicemente allungato la mano. Camminai lentamente fino in fondo nel labirinto del corridoio, scrutando negli altri locali. Il centro commerciale non era affollato, ma una o due persone c’erano in ogni negozio. Cosa potevo fare? La situazione era senza speranza. Il bracciale era andato. Ormai era in tasca a qualcun altro. Forse potevo denunciare il furto alla polizia e sperare che le telecamere avessero ripreso il ladro. La rabbia mi aveva annebbiato la vista. Scesi al piano interrato e mi avviai verso la gioielleria. Guardai dentro e vidi una giovane coppia che si abbracciava. Quando mi fermai a fissarli, un uomo della mia stessa età si voltò e mi squadrò con un’occhiataccia. Distolsi lo sguardo e strinsi i denti; poi sentii la voce della commessa. «Il suo pacchetto» disse. «Se lo è dimenticato sul bancone».

Mancava poco all’appuntamento con Victoria. Mi venne in mente che, dopotutto, non mi andava per niente di vederla. Questa constatazione e quanto accaduto poco prima mi lasciò di stucco e per un attimo mi sentii umiliato dalla mia stupidità. Scossi la testa. Leggi la parte scritta in piccolo. All’improvviso i miei occhi raggiunsero di nuovo una buona messa a fuoco: di colpo e con grande chiarezza rividi Victoria, nel mio letto, con lo sguardo puntato su di lui con un’intensità intimidatoria – viveva in una dimensione che non avevo mai visto prima – mentre con voce roca gli urlava all’orecchio: «Non smettere, non smettere, maledizione. Così va bene. Eccoti. Non c’è nessuno come te. Nessuno… Nessuno…».
Quando si era rialzata, era stato ancora meno piacevole vedere la faccia di Victoria aggrottare la fronte: non è la fine del mondo, sembrava dire. L’avevo vista farsi scopare con spaventosa frenesia nel mio letto e lei mi aveva guardato in faccia soltanto un po’ stordita; poi con le mani si era spinta all’indietro i capelli biondi tagliati alla maschietta che le davano un’aria seducente. Sentivo il suo respiro nei miei globi oculari arrossati dal pianto. La guardai in faccia a lungo. Scossi il capo: non è che mi aspettassi si inginocchiasse e si mettesse a piangere, ma ero rimasto in attesa aspettando mi dicesse qualcosa, pregavo che Victoria mi desse un segno…

Fuori c’era un fresco venticello profumato di pino, entrava dolcemente nel casco: amavo la sua delicatezza, mi ricordava quella volta che io e Victoria eravamo andati in bicicletta a fare un’escursione lungo la costa per poi addentrarci nella campagna. Andavamo così, a zonzo, senza una meta, poi avevamo preso una stradina in terra battuta e faceva un gran caldo e c’era un sacco di polvere. Eravamo andati avanti finché fummo di fronte a quella vecchia casa e io ero andato a bussare per chiedere un po’ d’acqua fresca. Quei ragazzi stavano festeggiando il loro matrimonio e ci avevano invitato a entrare per offrirci una fetta di torta. Poi ci avevano fatto vedere la casa: c’erano dei musicisti arrivati fin laggiù a suonare per loro. Un giorno anche noi faremo una festa come loro, avevo detto. Pieni di dignità. In una casa tutta nostra.
Poi ripensai all’impronta acre sul viso di Victoria sul quale non era sceso neanche un granello di colpa, come a uno spettro nel cielo notturno. Dissi fra me: «Te l’immagini, a pensare di fare una cosa del genere, oggi?».
Misi in moto l’Harley-Davidson, ma era avanzato solo di poco quando mi fermai bruscamente in una stazione di rifornimento: la strada mi sembrava sfocata, oscillante; vedevo soltanto un complesso intrico di stradine dove i lunghi fari delle macchine si incrociavano, si fermavano, si staccavano gli uni dagli altri. Rimasi lì, come uno scemo, finché non mi resi conto di non essere in grado di riconoscere quale uscita dovevo prendere per andare al ristorante dove mi aspettava Victoria. Vidi una macchina voltare ed entrare nel grande spiazzo. Mi avvicinai. Al volante c’era un piccolo uomo dalla pelle scura; la sua voce mi arrivava come da una grande distanza. Sollevò il braccio all’altezza della spalla per indicarmi la direzione. Sterzai dalla parte opposta. Poi sentii la marcia fare presa e il rumore della marmitta salire su di giri e le ruote sgommare e schizzare ghiaia. Accelerai di colpo e la mandai al massimo. Mi aggrappai forte al manubrio. La strada aveva cominciato a scorrere sempre più rapida. Per un attimo ebbi l’impressione che il paesaggio fuggisse a tutta velocità. Ora andavo veramente forte. Il vento investiva la moto e sibilava lungo le fiancate; ululava fuori dal casco. Stavo andando da qualche parte, questo lo sapevo. E se era nella direzione sbagliata, prima o poi l’avrei scoperto.

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