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Deve mancare poco all’alba. Non posso esserne certa, fa ancora buio e ho tenuto le persiane serrate, non so esattamente da quando. Cioè, sì, lo so. “Le vedove non si chiudono più nelle piramidi, figlia mia”…. di Claudia Gambarotta

Deve mancare poco all’alba. Non posso esserne certa, fa ancora buio e ho tenuto le persiane serrate, non so esattamente da quando. Cioè, sì, lo so.
“Le vedove non si chiudono più nelle piramidi, figlia mia”. Mia madre passerà fra qualche ora e non sentirà ragioni: vorrà portarmi via da qui.
Mi aggiro confusa in un labirinto di scatole, con il corpo ancora dolente e il volto madido.
Le pareti sono rimaste nude.
Passo di nuovo fra quelle colonne di scatoloni e ancora non riesco a credere che contengano proprio tutta la mia vita.
Ne avverto l’odore di cartone appena impregnato di umidità.
D’un tratto sento come un colpo di pagaia sull’acqua, un rombo di motore, delle risate infantili: erano canoe, automobili, navi spaziali, una volta, gli scatoloni, e quant’altro i bambini riuscivano a immaginare giocandovi.
Nell’alone delle lampadine penzolanti dai fili, riemergono i profili delle mensole e degli armadi che, da sposini, avevamo tirato fuori, in pezzi, dai cartoni di imballo del grande magazzino e costruito, immaginando di vivere l’avventura di due ingegneri intergalattici che decifrano i messaggi criptati dell’impero IKEA – ridemmo fino alle lacrime!!
Me le asciugasti tu, amore mio, le lacrime, ma quelle vere, il giorno che tornai a casa e posai sul tavolo del soggiorno – adesso coperto con un lenzuolo, come tutto – la scatola a A4 che conteneva la mia pianta, la nostra foto di nozze incorniciata, il cuscino per la schiena e tutti gli ammennicoli che cercavano di rendere confortevole un ufficio sempre più inumano e corrotto, da cui ero infine uscita sbattendo la porta.
Un turbinio di polvere appena smossa aleggia sotto il colonnato di cartone, e invita alle grandi pulizie, a spalancare le finestre e a fare largo a una nuova stagione che avanza.
Quando ero piccolissima con i miei genitori abitavamo ancora nella grande casa di campagna della famiglia di papà, con zie, zii e una manciata di cuginetti.
Mi sovviene il ricordo di quei momenti, in primavera, in cui si portavano fuori, in ampi scatoloni, coperte, cappotti, e scarpe invernali, per sbatterli, lasciarli al sole e riporli in bauli, mentre all’interno della casa le donne intonavano canti d’amore, fra una secchiata d’acqua saponata e un’altra.
Proprio in campagna ci siamo conosciuti, noi due, alcuni anni più tardi, durante una vacanza estiva: una cotta fra adolescenti impacciati e un bacio.
Quando papà aveva vinto il concorso e ricevuto il primo incarico all’estero, cui ne sarebbero seguiti molti altri, io e la mamma lo avevamo seguito, in un quasi ininterrotto fare e disfare di scatoloni e valige, ai quattro angoli del globo, fino a che a un certo punto i miei genitori non sapevano più dove chiamare casa, ma solo cosa – le lettere, le foto sbiadite di volti amici, i libri in molte lingue, che li hanno seguiti di trasloco in trasloco.
A me presto erano cominciati ad arrivare i tuoi tesori imballati, tesoro mio: i dolcetti, le specialità salate, la frutta candita e tutto quello che poteva ricordarmi l’Italia, e farmi desiderare ardentemente di ritrovarti alla successiva vacanza. Fino a quando, un giorno, mi spedisti un anello dentro un pelouche: una promessa d’amore mai tradita.
Controluce, la mia sagoma ricciuta proietta sul muro l’illusione che sia ancora con me, quell’orsacchiotto.
Resterà fra queste pareti, con un pezzo del mio cuore.
Mentre le lacrime pian piano si asciugano, tornano nitidi i segni apposti sui diversi scatoloni per identificarne il contenuto: compongono il disegno delle costellazioni sotto cui la vita mi ha fatto viaggiare.Ripercorrendo interessi, attività, passioni, inizio anche a intravedere una mappa per la continuazione del percorso, fra multiple stelle polari di cartone.
Le scatole della tua vita, amore mio, riprenderanno il cammino e si divideranno, siamo già d’accordo, fra me e le tante persone – familiari, amici, colleghi – che hai amato con dedizione, guardandole sempre negli occhi, e che attendono di ricevere quell’oggetto, quella foto, quel libro, che vi lega ormai per sempre.
Suona il citofono: mia madre è arrivata. Apro leggermente le persiane e spalanco le finestre per lasciare penetrare il primo sole e l’aria fresca del mattino.
Dovrò vestirmi, immagino, voglio dire, vestirmi per andare fuori, incontrare di nuovo la gente, per strada, dai parenti, riprendere il teatro della vita, insomma, fra nuove quinte di cartapesta.
Si alzi il sipario: sono pronta per un nuovo e appassionante copione.

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