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Sean possedeva il cosiddetto cervello artificiale biogelatinoso, un dispositivo costruito con un modello geometrico frattale che funzionava mediante un neurogel, il quale reagiva agli impulsi elettromagnetici esterni ed interni in modo simile al cervello biologico. Sean aveva coscienza… di Federico Valente

53-4N era un androide. La sua nomenclatura lo indicava come il cinquantatreesimo esemplare della serie 4N, che fu a lungo considerato il modello di androide più avanzato del mondo prima che nel 2360 venisse inventato il modello 1P. Lui si faceva chiamare Sean, e viveva a Parigi, capitale dell’Alleanza della Terra Nord, la maggiore potenza del pianeta.
Come tutti gli androidi, Sean possedeva il cosiddetto cervello artificiale biogelatinoso, un dispositivo costruito con un modello geometrico frattale che funzionava mediante un neurogel, il quale reagiva agli impulsi elettromagnetici esterni ed interni in modo simile al cervello biologico. Sean aveva coscienza del fatto che esso gli consentiva la facoltà del pensiero creativo tipicamente umano, poteva cioè pensare ed avere coscienza di sé, ma sentiva che mancava qualcosa.
Sean non aveva un corpo in fibra di carbonio e microcellule bioplastiche, come gli 1P, ma era costituito principalmente da titanio.
“Clang clang clang”
Questo era il suono che Sean sentiva ogni volta che si muoveva. Quando andava al lavoro, passeggiava per strada, persino quando faceva l’amore era sempre costretto a sentire quel fastidioso suono metallico. Lui lo detestava, perché non faceva altro che ricordargli che non era umano.
Per legge era uguale a tutte le altre persone, certo, la Carta Iuris Universalis aveva esteso da ormai cinque anni i diritti umani agli androidi, ma lui si accorgeva sempre degli sguardi che gli venivano rifilati per strada. Ogni qual volta i passanti sentivano quel “clang clang clang” si giravano verso di lui, cambiavano strada, e i genitori allontanavano i propri figli come se temessero potesse esplodere da un momento all’altro. Sean conosceva la ragione di quei timori, gli umani avevano sempre sospettato del diverso e la loro letteratura era piena di esseri artificiali che si ribellavano ai loro creatori per assumere il controllo, ma lui non era così. Non desiderava strappare il controllo del mondo a quegli esseri che con grande maestria lo avevano creato, quelle creature così eccezionali da aver colonizzato duemila pianeti diversi nonostante le loro brevi vite e i loro fragili corpi. Bastava così poco agli umani per essere distrutti, e il loro cervello era così lento, eppure avevano compiuto imprese che parevano al di là di ogni immaginazione.
Lui rispettava gli umani, no, li invidiava. Invidiava la loro grande inventiva, la loro capacità di estendere i limiti della loro programmazione all’infinito fino a poter cambiare totalmente nell’arco di pochi decenni.
Mentre Sean camminava in una strada deserta, a notte fonda, con quello sgraziato “clang clang clang” che gli infestava l’apparato uditivo, consultava per l’ennesima volta le opere del suo scrittore preferito, Isaac Asimov. Si sentiva particolarmente affine al personaggio di R. Daneel Olivaw, un androide che come lui tentava di avvicinarsi il più possibile alla condizione umana, e rileggeva di continuo le sue imprese attraverso i numerosi racconti e i romanzi di Asimov. Gli dava un senso di speranza, in qualche modo, il pensiero che un essere umano vissuto così tanti secoli nel passato potesse aver compreso così bene la sua condizione, gli faceva pensare che forse un giorno anche gli umani del suo tempo avrebbero potuto provare per lui quella stessa empatia.
“Clang clang clang”
Di nuovo quel dannato suono. Non si stupì quanto sentì un gruppo di persone ridere dietro di lui, che erano certamente umani, sapeva che non appena il cozzare sgraziato delle sue giunture lo identificava come androide poteva attirare lo scherno di chi gli stava intorno. Li ignorò, non voleva creare problemi, ma il rumore di quelle risate risuonò nel suo cervello artificiale mischiandosi all’odiato “clang clang clang”, e non poté fare a meno di struggersi silenziosamente dal dolore. Ah, se solo fosse stato un umano. Non avrebbe emesso alcun suono metallico, ma solo quello dei suoi passi e del suo respiro, e il rumore morbido della pelle e della carne degli arti che strusciavano contro la stoffa dei vestiti. Quelli sarebbero stati gli unici suoni che emetteva, e non sarebbero neanche stati avvertiti dall’udito inferiore degli altri esseri umani. E invece chiunque gli fosse vicino poteva sentire quell’orrendo suono metallico.
Le risate continuarono, erano più vicine, e avvertì chiaramente il rumore di numerosi passi dietro di lui. Erano forse altre persone? No, la falcata e il suono della voce erano gli stessi. Probabilmente andavano nella sua stessa direzione.
Provò a immaginarsi da umano, come faceva spesso. Sarebbe forse diventato un filosofo, o un grande poeta? Magari si sarebbe dilettato di pittura, oppure avrebbe imparato a suonare uno strumento. Come androide poteva produrre arte, certo, poteva tracciare disegni su una tela e replicare bellissime melodie, ma ogni opera che poteva produrre mancava sempre di quella scintilla creativa tipica degli umani, quella che trasformava un’opera in versi in una poesia di Baudelaire. Nemmeno lui sapeva bene come spiegarlo, non c’era nei database né riusciva a farsene un’idea precisa, ma era come se gli umani fossero in possesso di una vena creativa che permetteva loro di andare oltre la semplice opera artistica e renderla viva, come se le donassero il respiro.
I passi dietro di lui si fecero ancora più vicini, sentiva chiaramente gli insulti che gli umani gli rifilavano. Testametallica, Falso Uomo, Imitatore… erano sempre i soliti, quelli che si leggevano così di frequente sui social media e che sentiva mormorare per strada. Ma gli umani dietro di lui erano più sfacciati, non fingevano neanche che lui non li sentisse.
Continuò a ignorarli, concentrandosi ancora sulla sua vita da umano. Il vento sulla pelle gli avrebbe provocato una sensazione diversa? Forse i micropori della sua epidermide sintetica non erano in grado di replicare perfettamente il senso del tatto delle persone biologiche? E i suoni? Quelli sarebbero stati certamente diversi, più tenui, magari più dolci. E avrebbe vissuto ogni situazione con più gioia, più energia, perché come umano avrebbe avuto il dono di una vita breve e l’avrebbe quindi vissuta al meglio delle proprie possibilità.
Sentì una mano strattonargli la spalla.
«Ehi Imitatore, sei forse sordo?» disse una voce, una di quelle che ridevano.
Si voltò, sempre con quel “clang clang clang”, e vide sei umani ben vestiti che lo guardavano con scherno. Il più grosso di loro, con i capelli neri e un occhio bionico che emanava una luce verde, era quello che lo aveva strattonato.
Sean non disse nulla, cercò di rimanere immobile per evitare di emettere ancora quel suono metallico.
«Anche l’apparato vocale è difettoso?» scherzò un altro.
Quello con l’occhio bionico lo spinse indietro, senza tuttavia riuscire a smuoverlo più di pochi millimetri, e quando vide che non aveva sortito effetto lo spinse ancora, per poi tirargli un calcio al lato del ginocchio.
Lì c’era una delle sue giunture, e per questo Sean fu costretto a piegarsi di lato per evitare di finire al suolo. Gli umani risero.
«Vi prego» fece l’androide, con un filo di voce «non voglio ferirvi».
Non era una minaccia, la logica indicava chiaramente che avrebbe potuto ucciderli tutti e sei facilmente, ma lui non voleva far loro del male.
«Ti credi migliore di noi, Testametallica?» chiese uno di loro, con un malcelato astio nella voce. Sean provò un grande dolore al pensiero di aver dato quella impressione.
«No, ve lo assicuro. Vi prego» ripeté.
Quello con l’occhio bionico lo colpì di nuovo alla giuntura della gamba, e l’androide cadde con il ginocchio al suolo.
«Vi prego» disse ancora, ma quelli finsero di non sentirlo. Presero a colpirlo da ogni parte, strappandogli la pelle con le unghie e schiacciandogli le giunture dove sentiva più dolore. Sapevano come ferirlo, conoscevano i suoi punti deboli e li colpivano con grande precisione. Gli incrinarono la giuntura del collo, proprio sotto al mento, gli schiacciavano le costole di titanio con le scarpe fino a piegargliele all’indietro.
A Sean sarebbe bastato così poco per difendersi, per liberarsi da quella situazione, ma il desiderio di non far loro del male era infinitamente più grande della ferita nel suo orgoglio.
Quel che era peggio era che ad ogni percossa, a ogni colpo, era costretto a sentire quello straziante “clang clang clang”, che non faceva altro che sottolineare la sua inumanità. Quando gli umani venivano pestati non suonavano come un tostapane che viene gettato a terra, dannazione!
Uno dei ragazzi estrasse un cacciavite. Lo infilò nella sua orbita, bucando l’epidermide, e gli cavò un occhio. Il dolore era atroce, e ancora di più lo era il suono del metallo che graffiava altro metallo.
Sean urlò, di dolore e disperazione, ma continuò a rimanere immobile. Se avesse tirato anche un solo pugno, se anche per sbaglio li avesse colpiti con il gomito, li avrebbe uccisi. L’androide non riuscì a pensare a niente di più terribile che uccidere un umano.
E così rimase immobile, mentre quelli continuavano a pestarlo, mentre la sua pelle veniva strappata via esponendo il suo corpo metallico, sentendo un dolore più grande di quanto chiunque potesse sopportare. Il reattore a fusione che aveva nel petto pulsava all’impazzata.
Gli fu strappato via un braccio, e con quello presero a colpirgli la testa fino a che i “clang clang clang” non si trasformarono nel suono sordo di qualcosa che si rompeva. Appena il suo cervello fu esposto, quello col cacciavite prese a bucherellargli il neurogel, staccandone via interi pezzi. Fu in quel momento che Sean smise di vedere. Dopo pochi secondi, anche il suo apparato uditivo andò fuori uso, seguito da quello sensoriale: non sentì più dolore. Poi, solo il buio.

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