Gli ho preparato il pasto

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Gli ho preparato il pasto, un appetitoso banchetto invero. L’occasione è speciale, almeno per me. Spero davvero che gli piaccia, spero che mangi tutto, fino all’ultimo boccone. Sarebbe una dolce soddisfazione. Lo guardo mangiare. La sua bocca sembra insaziabile. Di ogni boccone gusta il succo, quasi a succhiarne il midollo…

Gli ho preparato il pasto, un appetitoso banchetto invero. L’occasione è speciale, almeno per me.
Spero davvero che gli piaccia, spero che mangi tutto, fino all’ultimo boccone. Sarebbe una dolce soddisfazione.
Lo guardo mangiare. La sua bocca sembra insaziabile. Di ogni boccone gusta il succo, quasi a succhiarne il midollo. Lascia che il brodo, un brodo fatto anche con le ossa, gli inzuppi la lingua con i suoi sapori di sedano, di cipolla, di carota e di carne, tanta succulenta carne. È rapito da quel gusto antico e nuovo allo stesso tempo, sa di casa, di famiglia, ma così buono, e io lo so, è la prima volta. Il finale sapido invita a cibarsene ancora.
Ancora i suoi denti si tuffano sul cosciotto arrosto che fonde il mielato e la salvia con il grasso abbrustolito che sa di nocciola tostata. È piccolo e finisce subito. Un altro, non c’è anche l’altro già cucinato? C’è, sapevo che una volta non sarebbe bastata. L’altro l’avevo tenuto in caldo. Voracemente lo spolpa strappandone le fibre fino al bianco latte dell’osso. Che carne sarà? Di giovane agnello lanoso? Di piccolo cerbiatto tremante?
Non c’è un taglio più fresco, appena scottato? Ed ecco la richiesta esaudita, una carne stillante ancora sangue. Avverte il metallico del ferro, posso sentire quel sapore insieme a lui, si lascia inondare le fauci dal dolciastro leggermente acidulo che ricorda il grano e cos’altro? Cos’altro?
Si lecca più e più volte le dita.
Gli guardo la lingua. La ricordo bene quella lingua. La sento ancora dentro la mia bocca, mentre mi invadeva e beveva la mia saliva, mentre ingordo faceva quello che voleva, senza curarsi di me e del mio cuore.
Il cuore, non ci sono fegato e cuore? Parti così intime e per lui prelibate, pregustate al solo pensarle.
Continuo a guardargli la lingua, provo un’aspra invidia.
Gli vengono serviti fegato e cuore, il dolceamaro trionfa nelle sue papille, uno strano sussulto gli si agita dentro, ma famelico ne mangia quasi avesse tre gole infernali, ne mangia quasi quel cuore dovesse occupare un vuoto nel suo petto.
Non può esserci un cuore là dentro.
Eppure c’è. Ama, quel mostro ama. Ama il giovane e unico figlio, squisito nei modi e nell’animo. Si ricorda di lui e lo vuole vicino per la fine del suo pasto. Vuole accarezzarlo e baciarlo, vuole sentire il suo odore.
Portate mio figlio.
Gli viene servita l’ultima portata. La parte più tenera e prelibata giace sul piatto, coperta da sottili strisce di carne rosea.
Mentre attende il bambino, inizia a mangiare quella carne. Il piccolo ancora non giunge. Non appena i denti spremono i succhi, finalmente capisce. Quel sapore che per tutto il pasto l’ha deliziato è il sapore del figlio.
Allora quel mostro desidera di non avere mangiato. Vuole non aver mangiato la sua carne e le sue viscere. Maledice la sua lingua che lo ha fatto godere della sua creatura. E tutto quel dolce e quel mielato, così saporito e speciale diventa nauseabondo, aspro, amaro, disgustoso, ripugnante. Vuole vomitarlo tutto, ma non riesce, vuole tagliarsi il ventre per farlo uscire da sé. Il padre è la tomba del figlio. Si sente esecrabile e osceno.
Io lo guardo soddisfatta mentre assaporo la mia vendetta. Lui mi vede e mi assale. Mi ghermisce con stretta tenace. Mi chiede incalzante come abbia potuto, come, come io l’abbia potuto colpire, smembrare, cuocere, cucinare.
Non ricorda? A nulla erano valse le mie parole salmastre. Mi aveva violentata in quel modo così crudo. Come aveva potuto? Avevo urlato e pianto e protestato, l’avrei raccontato a tutti, sarebbero state fiele quelle parole. Allora lui mi aveva aperto a forza la bocca e aveva preso la mia lingua saldamente tra le sue dita, sapevano di ambra e di muschio appena colto. Come aveva potuto? Ridendo, con secco colpo improvviso me l’aveva tagliata e l’aveva gettata a terra ancora palpitante. Come aveva potuto? Deliziato dal mio moncherino che annegava dibattendosi nel sangue, mi aveva violentato ancora, ancora aveva goduto della mia carne, una volta non era bastata. Come aveva potuto poi tenermi rinchiusa e venire da me a sfamare le sue voglie?
Ed io, io come avevo potuto? Apro la bocca e gli mostro la sua opera, senza lingua non posso parlare, ma ridere sì, e garrula rido, rido, rido forte sempre più forte. Lui con una mano mi reclina la testa strattonando i capelli e con l’altra, presa a piene mani la carne ancora nel piatto, mi riempie la bocca dei resti del figlio. Mi vuole sua culla e suo sepolcro. Ma io non sento il sapore del figlio.
Rimaniamo così, vicini. Pupille nelle pupille, a scrutare nell’intimo il nero delle nostre profondità. D’improvviso mi guarda con occhi diversi. Riconosce in me una parte di sé. Sta gustando l’idea di un nuovo figlio, nato ancora da me, per ritrovare i dolci occhi del primo, per rivedere la sua bocca carnosa, per riavere intero il suo tenero corpo.
La tua vendetta l’hai avuta, ci uniscono lo stesso dolore e lo stesso furore.
Con un cenno acconsento. Lo guardo negli occhi e poi guardo la sua mano poggiata sulla tavola, lì vicino, denudata sul piatto, c’è ancora la parte più prelibata, una lingua. Lui capisce e lo accende l’idea di consumare insieme, quasi rituale beneagurante, una comunione di vera carne e di vero sangue per celebrare nuove nozze. Prende la lingua intera e, quasi volesse ricongiungerla alla sua radice, ne infila parte nella mia bocca, che aperta la attende nel suo muto vuoto, l’altra parte con avidità la inghiotte lui e gli va a fondo nella gola. Fulminea allora io, con una mano, gliela spingo ancora più a fondo, perché arrivi là dove cibo e fiato prendono vie diverse, e con l’altra gli impedisco il respiro. Ha fame d’aria adesso, si dibatte a terra palpitante, ma io saldamente non lascio la presa, il mio furore divampa e aumenta la mia forza mentre la sua a poco a poco si spegne.
Lo lascio così, felice, adesso, che mi avesse tagliato la lingua. Felice di averla conservata per lui.
Cercando vanamente il suo cane, si affaccia sulla porta un bambino, dagli occhi dolci e dalle labbra carnose, il mio tenero figlio.

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