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In fondo al marciapiede il semaforo è arancione. Ancora pochi metri e sarà̀ rosso. Che ne sarà̀ di me? Non posso fermarmi, meglio girare a destra. Se mi fermo sono perduto. Alzo gli occhi al cielo ma è così vuoto, c’è troppo cielo in questa città. Continuo a camminare, quasi corro…

Il rumore dei miei passi. L’asfalto che scorre sotto i miei piedi. Cammino veloce, ma non abbastanza. Alzo lo sguardo da terra e cerco stimoli visivi. La ragazza alla fermata, il bambino che sfugge dalla madre, la coppietta che si tiene per mano di fronte a me. Li supero tutti.

In fondo al marciapiede il semaforo è arancione. Ancora pochi metri e sarà̀ rosso. Che ne sarà̀ di me? Non posso fermarmi, meglio girare a destra. Se mi fermo sono perduto. Alzo gli occhi al cielo ma è così vuoto, c’è troppo cielo in questa città. Continuo a camminare, quasi corro: scritte sui muri, un cestino traboccante, due fiori gialli che spuntano dal cemento. Davanti a me un gruppo di ragazzi. Sono felici e parlano a voce alta. Cerco di concentrarmi sui loro discorsi, capire le loro storie, ma sono troppo lenti e li supero in un attimo.

C’è del verde laggiù, mi farà bene, forse un parco. Giro l’angolo e all’improvviso il fiume blocca la mia corsa. Un fiume grigio con un cielo vuoto sopra. Una panchina. Mi sento all’improvviso così stanco. Mi siedo solo un attimo, che problema c’è?
Il tempo di un battito di cuore e il pensiero di lei mi travolge e inonda il mio corpo, fisicamente. Tutto si è fermato. Un altro battito e siamo abbracciati, immersi fino alla vita in un mare pieno di gente, dove esistiamo solo io e lei. La tengo in braccio mentre ci guardiamo negli occhi e sorridiamo. I raggi del sole giocano sul suo volto. Mi rialzo di scatto dalla panchina e torno indietro. Scritte sui muri, spazzatura, due fiori gialli. Il semaforo è arancione. Attraverso. Una libreria.

Entro.
Come sempre, il buon odore dei libri mi tranquillizza. Giro lentamente fra gli scaffali. Guardo con noncuranza le immagini delle copertine. Ce n’è uno tutto bianco con una scritta nera. Lo apro e leggo le prime righe. Sembra una biografia, parla di un bambino nato da una famiglia povera, a Milano. È un po’ noioso, ma continuo.
Il bambino un giorno si prende una brutta polmonite e non può̀ più̀ vivere nell’umido appartamento dei genitori. Allora si trasferisce a casa della nonna ricca, in centro.

Lo stile è troppo asciutto per i miei gusti, poi c’è qualcosa di inquietante nella storia. Rimetto a posto il libro e mi allontano. Mentre mi avvio verso l’uscita penso a me da piccolo, a quando andai a vivere da mia nonna, a Milano. Una ricca nonna che viveva in centro. Torno indietro, prendo il libro e me lo metto in tasca. Esco dalla libreria, ma l’allarme non suona e nessuno mi segue.

Mi allontano velocemente sul marciapiede e vedo davanti a me una ragazza alta come lei, coi capelli come lei e che cammina come lei. Il cuore mi batte sempre più forte, la supero e mi volto a guardarla. Non è lei. Continuo a camminare, cercando di non pensarla, cercando di non pensare. Si accendono i primi lampioni. Il rumore del tram, una vecchietta con il carrellino della spesa, un cuoco che fuma sul retro. Alzo gli occhi al cielo ed è tutto nero, senza luna e senza stelle.

Quasi sbatto sul fondo del vicolo. Accanto a me, nella penombra, un ristorante cinese che ha visto tempi migliori. Mi fanno male i piedi e sono affamato.
Magari entro solo un attimo e mangio qualcosa, che problema c’è?
Guardo un po’ dubbioso i tavolini deserti e mi siedo su quello più vicino all’uscita. Dico ad alta voce – Buonasera, – e qualcuno mi risponde dalla cucina.

Un battito di cuore e il pensiero di lei mi inonda, fisicamente. Noi due nel letto, lei addormentata e così distante. Io che non oso toccarla perché non ne ho più il diritto. C’è qualcosa di spigoloso, sotto le lenzuola. Mi accorgo del libro nella mia tasca che mi ferisce il fianco. Lo tiro fuori e lo apro a caso. Il bambino adesso è un ragazzo, vive in Toscana, si è trasferito da poco. Vengono narrati con grande precisione dei fatti irrilevanti, mentre sono saltati a piè pari interi anni di vita. Sorrido rassegnato leggendo dei miei pomeriggi in sala giochi, dei miei compagni di scuola di cui non ricordavo i nomi da anni.

Arriva il cameriere con un menu appiccicoso. Mentre ordino penso a chi, fra i miei amici, potrebbe mai farmi uno scherzo così elaborato. Appena resto solo mi guardo intorno, un po’ preoccupato. Osservo meglio il volumetto: la copertina è completamente bianca con il titolo che si staglia maestoso in un Simoncini Garamond di un nero perfetto: il mio nome e il mio cognome. Edizione economica. Con il talloncino copia saggio gratuita tagliato. Tengo chiuso il libro, ma si vede che è breve, neanche 150 pagine. Brutto segno.

Arriva il mio maiale in salsa agrodolce. Non ho amici così brillanti. E ci sono dei particolari che sono certo di non aver mai rivelato a nessuno. Chissà se c’è scritto che la dimenticherò? O se torneremo insieme? Rimetto velocemente il libro in tasca, pago ed esco. È buio, freddo e il mio fiato si condensa in vapore. Continuo a camminare, non conosco questa parte della città. Meglio. È piena di locali, le persone bevono all’esterno e stanno vicine per riscaldarsi.
Anch’io ho freddo, magari entro e bevo qualcosa di forte, che problema c’è?
Mi metto in coda a una fila lunghissima e aspetto il mio turno. Se mi fermo sono perduto, ecco il problema! Un battito di cuore e lei è in piedi fronte a me, dice che vuole tornare con lui, farà una famiglia con lui, l’aspetterà per sempre. Io che le rispondo acido:
– Ma allora cosa ci fai qui?
– Perché siamo amici.
Mi metto le mani fra i capelli, disperato. Dopo pochi secondi riprendo il controllo e le rispondo: – Non posso essere tuo amico. È meglio se non ci vediamo più.
Il barista mi dice:
– Tutto bene?
Tiro giù le mani dal mio viso e dico: – Un Long Island Ice Tea, grazie.
C’è uno sgabello miracolosamente libero in fondo al bancone, sotto il televisore. Mi siedo aspettando il cocktail. Ricordo il libro e avvicino la mano alla tasca del cappotto, ma poi ci ripenso. Mi alzo ed esco al fresco. Il barista mi urla qualcosa, ma non posso fermarmi. Una bottiglia cade e si rompe, un ragazzo ride, una coppia sposata torna a casa, abbracciata. Mi allontano verso strade più buie. Una salita, un ponte, una penna per terra, senza tappo.
Mi fermo un attimo, non c’è problema. Sopra di me è spuntata una stella solitaria, quasi invisibile, forse è solo un aereo. Diciamoci la verità: lo stile fa schifo, così freddo e impersonale. La storia è noiosa, roba già vista mille volte. A chi vuoi che importi la vita di un ragazzo cresciuto lontano dai genitori, col cuore spezzato da una donna che non lo ama. Un libro banale. Un libro che non vale neanche la pena leggere.

Ma il finale, oh mio dio! Il finale è bellissimo, aperto, pieno di possibilità. L’autore è sicuramente un artista, ma uno che non se la tira. Un tipo modesto, uno di quelli che per scrivere ha bisogno solo di un’ultima pagina bianca e di una penna trovata per terra, senza tappo.

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