Un luogo eccezionale

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Il rover macinava chilometri sul terreno di roccia nera misto a ghiaccio. Riduzione anomala volume comunicazioni e invio dati all’esterno. Abbassamento temperatura interna. Riduzione anomala consumo di ossigeno. Qualche sensore doveva davvero aver dato i numeri. Ma quando Yu avvistò la Stazione Scientifica, tutto sembrava in ordine… di Andrea Zappalaglio

Il rover macinava chilometri sul terreno di roccia nera misto a ghiaccio.
Riduzione anomala volume comunicazioni e invio dati all’esterno. Abbassamento temperatura interna. Riduzione anomala consumo di ossigeno. Qualche sensore doveva davvero aver dato i numeri. Ma quando Yu avvistò la Stazione Scientifica, tutto sembrava in ordine. Secondo me non è successo niente, pensò. Non hanno neanche lanciato un SOS. La divisione Controlli e Sicurezza è troppo preoccupata da questo sito.
L’avamposto, di color grigio chiaro svettava sul terreno scuro. Era un gran bel complesso. Il corpo centrale comprendeva un garage con area decontaminazione e un’ampia sala comune. Da lì, partivano due ali: una adibita a dormitorio mentre l’altra ospitava i laboratori. Il rover si fermò. La porta della stazione era larga e grigia. Trasmissione codice d’accesso a struttura in corso. Pochi secondi dopo l’ingresso si aprì. La procedura di pressurizzazione e riscaldamento del vano garage si concluse in pochi minuti.
Yu poggiò i piedi a terra. Si sentiva leggero come se stesse rimbalzando. Niente di imprevisto: la gravità su Triton V era circa un terzo di quella terrestre. Si guardò attorno. L’ambiente era buio. E freddo. Dei faretti proiettavano una luce violetta sulle pareti. Si avvicinò incuriosito a un muro. Era stato ricoperto di una specie di intonaco nero, evidentemente ottenuto con roccia locale. Si attardò a scattare delle foto. Poi lo spazio si fece di colpo un po’ più luminoso. Alzò lo sguardo. La porta che conduceva alla sala comune si era aperta. L’ombra di una figura umana sostava sulla soglia, immobile. C’era silenzio. Molto silenzio.
«Salve» disse stringendosi il pad al petto con entrambe le mani. La figura non rispose. «Salve» ripeté. La figura restò immobile. Yu si avvicinò per vedere meglio, sforzandosi di fare piccoli passi per non sembrare troppo goffo. Gli occhi della figura si illuminarono di colpo e lui perse quasi l’equilibrio. Mandano un robot ad accogliermi?, si chiese. La macchina proseguì oltre l’ingresso senza emettere alcun suono. Lui la seguì perplesso.

La sala comune era illuminata da una bassa luce rosso scuro. Un tavolo e cinque sedie erano stati stipati in un angolo, in parte al piano cucina. Una sedia era stata lasciata al centro della stanza. Una delle pareti era stata ricoperta di intonaco nero, come quello usato nel garage. Formava un rivestimento spigoloso, come la parete di una caverna. Le piccole finestre di vetro rinforzato mostravano scorci del paesaggio del pianeta. Yu si fermò a osservare la landa desolata che confluiva nel nero dell’orizzonte. La base proiettava una lunga ombra sul terreno irregolare.
«Lei dev’essere l’Ispettore venuto a controllare se va tutto bene.» Yu restò colpito dal timbro di voce basso e impostato che lo sorprese alle spalle. Si trovò di fronte un uomo straordinariamente alto e corpulento, con il capo rasato. I lineamenti del viso si intravedevano a stento nella luce rossa. Sorrise nervosamente.
«Molto piacere, – continuò l’uomo – io sono il Professor Daniel Kellermann», e gli porse la mano. Yu la strinse. Era molto fredda e il mignolo si muoveva in modo innaturale, come se penzolasse invece di seguire il movimento delle altre dita.
«Vorrà riposare un po’, Signor Yu. Dev’essere molto stanco per il lungo viaggio e qui è quasi ora di coricarsi.»
«Grazie, ma non mi tratterrò molto. Devo solo farle delle domande e verificare alcune cose. Prometto che non ruberò troppo tempo al suo lavoro.»
«Capisco» rispose Kellermann, e fece un gesto al robot. Le sue grandi mani si muovevano con una grazia sorprendente. La macchina tornò poco dopo con in mano un bicchiere pieno. «Mi permetta almeno di offrirle un po’ d’acqua. È di ottima qualità. Questo è un luogo eccezionale, Signor Yu, come solo casa propria può esserlo.»
Mentre Yu si dissetava, Kellermann si avvicinò alla sedia che era rimasta al centro della stanza e si sedette allungando le mani sulle gambe, il busto perfettamente dritto. Poi, piegò dolcemente la testa. Immediatamente, una sedia si mosse da sola e, scivolando sul pavimento, si posizionò davanti a lui. Yu sgranò gli occhi. Si sforzò di restare impassibile ma non poté trattenersi dal lanciare istintivamente uno sguardo verso la finestra.
«Non si preoccupi Signor Yu, – disse Kellermann restando immobile – qui disponiamo di una domotica sperimentale all’avanguardia.»
«C… certo… mi dia un attimo per aprire i miei appunti.»
Seguì qualche secondo di silenzio.
«Scusi Professor Kellermann, per cominciare, si rende conto che io devo chiederglielo: il suo team dov’è? Sta dormendo? Stanno tutti bene?»
«La mia squadra di ricerca ha ritenuto più proficuo andarsene qualche tempo fa. C’è una luna abitabile in questo sistema e hanno deciso di trasferire le loro attività laggiù.» Yu spalancò la bocca.
«Lo sa… questo è altamente irregolare… cominciare nuove attività di ricerca senza permesso…»
«Questo è un luogo eccezionale, Signor Yu, e succedono cose eccezionali.»
«Da quante persone era composta la sua squadra?»
«L’informazione non è presente nel suo pad?»
«No, nessuna informazione, né su di lei né sul suo team; formalmente non esistete.» Yu si aggrappò alla sedia, emettendo una risatina forzata.
«Allora temo di non poter essere io a ragguagliarla.»
«Abbiamo riscontrato un malfunzionamento, è per questo che sono qui. Mi può dare conferma? C’entrano qualcosa le riparazioni che vedo qui fatte con materiali locali?»
«Questi miglioramenti sono stati dettati unicamente dal mio giusto personale. No. Abbiamo avuto un incidente di natura esogena.»
«Esogena?»
Kellermann alzò un dito. «Le farò vedere le nostre ricerche. Mi segua. La avverto, però, questo è un luogo eccezionale Signor Yu, e succedono cose eccezionali». Si alzò mentre la sua voce baritonale sembrava diffondersi nella sala come un fluido.

Kellermann aprì la porta del laboratorio. Si muoveva con sicurezza e disinvoltura. Yu gli stava dietro barcollando goffamente. Quando la porta si aprì le sue gambe si bloccarono, come se non volessero mettere piede in quella stanza. Riuscì a dare un nome a ciò che stava provando: paura.
L’interno del laboratorio era completamente ricoperto di intonaco nero. Il materiale si era solidificato disegnando forme primitive. Kellermann non parlò, stava perfettamente immobile in una posa composta, come se stesse aspettando che il suo ospite finisse di esplorare la stanza. Al centro dello spazio Yu vide cinque grandi teche di vetro a forma di parallelepipedo. La luce era molto tenue. Si avvicinò lentamente cercando di non inciampare. Quando fu a non più di due metri di distanza, Kellermann mosse leggermente due dita della mano sinistra. Le vetrine si illuminarono. Istantaneamente, Yu perse ogni autocontrollo e fece un lungo balzo all’indietro, urtando un macchinario. Le teche erano piene e contenevano qualcosa che sembrava vivo. Dopo qualche secondo la sua vista si era ripresa. Davanti a lui stavano cinque figure antropomorfe, massicce, dalla testa molto piccola. Il loro corpo era composto da quelli che sembravano fasci di nervi disordinati che si intrecciavano come radici, totalmente neri.
«Ora capisce come mai nessuno sa di noi o di questo posto?»
Il tono di Kellermann era quasi premuroso.
«Sono… queste ricerche… autorizzate?»
«Assolutamente. I suoi capi sanno tutto.»
«Che…  sono questi?»
Kellermann prese fiato. Poi, rispose semplicemente «Schiavi».
Yu voleva dire qualcosa ma tutto ciò che uscì dalla sua bocca fu una specie di soffio.
«Ebbene sì, gentile Ispettore. Ci hanno inviato in questo posto eccezionale con il compito preciso di creare una razza di schiavi da inviarvi sul pianeta Terra.»
Yu notò che Kellermann aveva cominciato a guardare in una direzione specifica. Seguì il suo sguardo. Oh cielo!, pensò, troppo terrorizzato per parlare. Ora gli era chiaro. Le teche non erano cinque ma sei. La sesta era aperta. E vuota.
Si rialzò di scatto, facilitato dalla bassa gravità. «Credo di avere raccolto tutto ciò che mi serve» disse, cercando di non ansimare. «Scriverò il mio rapporto direttamente sulla navicella.»
«Mi duole informarla che dovrà indugiare qui ancora per qualche ora» rispose Kellermann, sovrastandolo di almeno quaranta centimetri. «Il rifornimento e la manutenzione del suo mezzo non sono ancora stati ultimati. Come responsabile di Triton V la legge mi impedisce di autorizzare la sua partenza. Il robot le mostrerà la sua stanza. Si goda ancora un po’ casa mia. La sua sicurezza sarà la mia assoluta priorità.»

Yu non aveva alcuna intenzione di coricarsi sulla branda inchiodata al pavimento. Si avvolse nelle coperte e si appoggiò con la schiena alla porta della stanza. Come se questo bastasse a tenermi al sicuro da uno schiavo alieno a piede libero su questa roccia, pensò amaramente. Faceva tremendamente freddo. Yu sentiva crescere in lui un attacco di panico. Si strinse la testa tra le mani, cercando di mettere ordine in tutto quello che aveva appena visto.
Espirò. Sbiancò in volto. Si rese conto di aver capito. Come poteva aver creduto a una storiella così assurda? Kellermann doveva essere impazzito, doveva essersi convinto di essere il sovrano del pianeta o qualcosa del genere. Il suo team di ricerca non era andato da nessuna parte. Doveva averli uccisi. Tutti. Ma non poteva aver creato gli schiavi da solo. Nemmeno un brillante studioso come lui avrebbe potuto farcela. Deve aver creato gli schiavi per avere la sua colonia personale su questo pianeta. Poi, ha ucciso il suo team per essere sicuro di farla franca. E forse ce l’avrebbe fatta, almeno per un po’, se una delle creature non fosse fuggita facendo scattare il protocollo di emergenza,annuì a se stesso. Si guardò attorno. Era in grave pericolo. Ma prima che potesse decidere cosa fare, nella base scatto l’allarme generale.

La sirena era assordante. ATTENZIONE. BRECCIA NELL’ALA LABORATORI DI RICERCA. RIPRESSURIZZAZIONE AREE NON COMPROMESSE IN CORSO. Urlava l’IA della base. Poi calò il silenzio. Un suono bizzarro, simile a un ronzio grave si propagò per il corridoio. Yu, attirato dalla vibrazione, mise un piede fuori dalla porta. Gli bastò una frazione di secondo per pentirsene. Lo schiavo fuggito si aggirava per il corridoio, simile a un arbusto con due zampe. Puntava verso la sua stanza. Yu indietreggiò, cercando di chiudere la porta. Ma era troppo tardi. Lo schiavo aveva già allungato le mani nodose verso di lui. Yu tentò istintivamente di portare la testa all’indietro per sfuggire alla creatura.
«Fermo!» Kellermann irruppe nella camera. Sembrava ancora più alto e la sua voce ancora più cupa.
«Lo rinchiuda, Professore, la prego, mi aiuti!» urlava Yu. L’uomo appoggiò un dito sulla creatura. Questa divenne improvvisamente docile, come un animale domestico, e si allontanò. Ma, abbassando la testa, cominciò a ripetere qualcosa di incomprensibile. Anzi, di semplicemente assurdo: «Io sono Daniel Kellermann. Eravamo in sei.  Io sono Daniel Kellerman. Eravamo in sei».
«Non si preoccupi – disse Kellermann con tono rassicurante – riproduce ossessivamente cose che deve aver introiettato in laboratorio», ma Yu non lo stava ascoltando. Si era irrigidito, osservando gli occhi della creatura che spuntavano dalla sua testa atrofizzata. Occhi incredibilmente umani che stavano piangendo. E fu in quel momento che capì.
Portò le braccia in avanti, come attraversato da una scossa elettrica: «Non si avvicini! Chi è lei, cosa sta facendo qui?». Il suo tentativo di abbozzare un tono deciso era patetico. Il corpo dell’uomo cominciò a espandersi come una macchia, le gambe persero la loro forma e si staccarono dal terreno. «Qviih? Io… vivo… qviih!» la voce raggiungeva Yu da tutte le direzioni. «Cosa ha fatto agli uomini della spedizione scientifica?» «Domandaaah errataah. Sa quale vero obieeettivooh misssioneeh?» ribatté l’alieno «Vedràh… vedràh.. veeedràààh». Abbandonata ogni fattezza umana, l’alieno cominciò a roteare lentamente attorno all’uomo come una nuvola nera, fino a inglobarlo completamente.
Yu era immobilizzato. Gli sembrava di essere perso nello spazio profondo. Poi, come un fulmine, gli apparve l’immagine di un uomo. Era molto alto e aveva il capo rasato. Indossava un lungo camice bianco. Le sue grosse mani reggevano un pad. «Kellermann» una voce gracchiante usciva dal dispositivo. «Spero di essere stato chiaro. Lei si deve presentare come un delegato diplomatico. Stabilisca un contatto con questi mostri e sviluppi relazioni cordiali. Nel frattempo, usi il suo team per raggiungere il nostro obiettivo di medio termine, intesi?» «Chiarissimo. In meno di un anno il pianeta sarà ripulito e pronto per i nostri coloni. Le schifezze saranno intrappolate e non potranno nuocere» Il tono di Kellermann era duro, determinato.
Mi sta facendo vedere cosa è successo qui prima del mio arrivo? Quindi questa era la missione. Pensò Yu, mentre la scena si dissolveva gradualmente davanti a lui. Tornò cieco, sotto il totale controllo dell’alieno. Poi, dei suoni agghiaccianti cominciarono a trapanargli i timpani. Porte che sbattevano, oggetti che cadevano, tonfi sordi, urla… MISSIONE FALLITA MISSIONE FALLITA IL CONTENIMENTO HA CEDUTO NON LI CONTROLLIAMO PIÙ CERCARE RIPARO.
Come se qualcuno avesse acceso una lampadina, una nuova immagine si compose davanti ai suoi occhi. Un uomo stava a carponi. Si muoveva a scatti. Gli arti si deformavano in modo innaturale. La sua carnagione diventava sempre più scura mentre lunghi fasci di nervi neri perforavano le sue carni e la sua testa. Gridava e piangeva. Era Kellermann. Gli abitanti del pianeta lo stavano punendo, trasformandolo nella creatura con cui aveva avuto un contatto poco prima.
Improvvisamente, tutto il rumore che lo circondava svanì, lasciandosi dietro un’eco che si spense sfumando nel silenzio. Poi, si sentì come investito da una vibrazione di intensità crescente. Infine, la voce dell’alieno gli risuonò nelle orecchie per l’ultima volta. Il tono era scuro e granulare come se mille creature gli stessero parlando simultaneamente. Il messaggio, però, era chiaro «Rientra-sul-tuo-pianeta-mostro-riferisci-ciò-che-hai-visto-tentate-ancora-di-renderci-schiavi-e-morirete-torna-sul-nostro-pianeta-e-ti-unirai-ai-tuoi-simili».
La vista di Yu si annebbiò progressivamente mentre le ultime parole gli rimbombavano in testa, dissolvendosi poco a poco. Qualche secondo più tardi, aveva perso conoscenza.  L’alieno espanse il suo corpo fino a riempire quasi tutta la stanza e lo osservò per un’ultima volta. Poi, ordinò al robot di caricarlo sulla sua nave e di attivare il pilota automatico. Quando si sarebbe svegliato, il pianeta, che non si chiamava Triton V, sarebbe stato solo un distante puntino luminoso.

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