Cuore testa gambe

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Devo aver pensato troppo forte perché Margot comincia a opporre resistenza: la marcia sembra più dura di prima, le ruote vibrano come per reprimere la rabbia, la catena raschia sul deragliatore in un ringhio minaccioso, il manubrio si aggrotta come sopracciglia che stanno per implodere. Un attacco di gelosia in piena regola, a ottanta metri dal traguardo… di Federico Mari

Indurisco la marcia, mi tolgo dalla scia mentre mi alzo sui pedali, spingo con potenza estrema, il Garmin segna 410 watt, il cuore a 190 bpm, la velocità aumenta, 45, 47, 48 km/h, inesorabile, mancano un centinaio di metri ma il traguardo sembra su un altro pianeta, ho un peso sul petto ma mi ripeto il mio mantra “cuore testa gambe, cuore testa gambe, cuore testa gambe”, è la testa che comincia a mancare, come il sudore, sono disidratato e ho fame, devo nutrirmi ma non posso, è lo sprint finale. Affianco quello a cui stavo dietro e mi accorgo che è una donna – è una GranFondo questa, siamo misti –, penso che avrei dovuto capirlo che era una donna perché aveva un buon profumo, anche lei un po’ in affanno, anche lei concentrata sul Garmin incastonato su una Bianchi del colore che l’ha resa famosa, con le curve al posto giusto. Pure la donna non sembra male, con qualche ciuffo biondo che scappa sfrontato dal caschetto e con un riflesso azzurro sui suoi occhiali scuri avvolgenti. Ma la bici è la perfezione, con la p maiuscola, la più bella bici da strada che abbia mai visto.
Spingo più forte sui pedali ma li trovo piantati, devo aver pensato troppo forte, facendola ingelosire. La mia Argon 18 con telaio Gallium ultraleggero, rosso e nero, con il mio nome stampato sopra, un cambio Shimano Ultegra, corone 34 e 50, pignoni a 12 velocità 10/28; si chiama Margot, per assonanza con la marca ma soprattutto perché ha rubato il mio cuore, come l’omonima ladra a Lupin, e che questo nome le piaccia lo capisco da come va bene in salita quando la supplico “Margot aiutami tu”. Devo aver pensato troppo forte perché Margot comincia a opporre resistenza: la marcia sembra più dura di prima, le ruote vibrano come per reprimere la rabbia, la catena raschia sul deragliatore in un ringhio minaccioso, il manubrio si aggrotta come sopracciglia che stanno per implodere. Un attacco di gelosia in piena regola, a ottanta metri dal traguardo.
Spingo e penso più forte “E dai Margot, ho solo guardato, tu sei la bicicletta più bella dell’intero universo ciclistico. Dai, ho dato solo una sbirciatina alla trasmissione elettronica SRAM e ai freni a disco Rotor centerlock – esagerati –, e poi quel colore, che meraviglia, ma ho solo guardato. Tu sei più bella, non mi separerei mai da te! – la marcia è sempre più dura, i freni davanti si attaccano alla ruota che vibra rallentando la corsa, sembra di stare verso la fine della salita di 28 km sul Blockhaus a una pendenza media di più del 7%, come quella volta, ma siamo in pianura – E su, non fare così, ci hanno fatto anche un film, come si intitolava, Agli uomini piacciono le Bianchi, gli piacciono sì ma alla fine vanno con le Argon… oppure con le Trek, certo.” Cambio di marcia inaspettato, più duro, è una dichiarazione di guerra, ormai Margot vuole litigare e si attacca a tutto. Nel frattempo, la Bianchi bionda dai riflessi azzurri agli occhi mi riprende la ruota e si affianca a me, accennando col capo e spostando l’angolo della bocca in un ghigno a forma un po’ di invito e un po’ di sfida. Mancano quaranta metri.
“Cuore testa gambe, cuore testa gambe.” Comincio a vedere i puntini, sono in debito di ossigeno, per non svenire mi siedo sul sellino ma continuo a spingere, non mollo.
“Cuore, testa, gambe.” L’ultima volta che ho visto i puntini stavo salendo il Blockhaus, con Margot, mancavano due chilometri al Rifugio Pomilio e, sebbene il sottobosco di conifere lasciato da poco mi avesse dato sollievo, il sole sul pascolo aperto stava facendo evaporare le poche energie che mi rimanevano.
“Cuore, testa.” Volevo mollare, “Margot aiutami tu”, stavo per mettere il piede a terra, ma all’improvviso ecco la spinta, le mie gambe sembravano andare da sole, le ruote stabili e dritte come spade, la catena fluida a simulare una morbidezza come su un materasso, il manubrio inarcato a formare un sorriso di incitazione.
“Cuore.” Alzavo lo sguardo e in un baleno mi ritrovavo di fronte al Rifugio, i puntini solo un ricordo lontano, come se gli ultimi due chilometri li avesse fatti lei.
Mentre torno con il pensiero a venti metri dall’arrivo e stringo forte il manubrio per riconoscenza, mi accorgo che Margot ha mollato la presa, le ruote non vibrano più, la catena non ringhia e il manubrio ha una goccia di sudore che scende dall’arcata destra, quasi a formare una lacrima. La asciugo accarezzandola con dolcezza e accennando un sorriso. Da lontano lo speaker commenta “Ecco lo sprint finale, nessuno dei due vuole arrivare ultimo” ma io penso solo a lei. Dieci metri all’arrivo. Sorrido e quasi lo strillo nella mia testa “Sei davvero la bicicletta migliore dell’universo! Margot aiutami tu!”.  Abbasso la presa e avvicino il busto al manubrio in un abbraccio di pace e la sento che mi sprona: subito mi sembra di volare – cuore –, le ruote vibrano di nuovo ma in un urlo di guerra stavolta, una haka minacciosa verso la bionda Bianchi – testa –, i pedali aumentano il ritmo, acceleriamo – gambe –, metro dopo metro, si avvicina il traguardo, ruota a ruota, stringo il manubrio, spingo sul sellino, e mentre passiamo per primi il traguardo e lo speaker esalta la nostra volata, sbatto le mani sul volante e alzo le braccia al cielo.

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