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Quando mi raccontarono l'incredibile storia dell'uomo che perdeva parti del proprio corpo pensavo fosse solo una leggenda, una di quelle ideate apposta per spaventare e inorridire, alla stregua delle inverosimili storielle dell'orrore che ci si racconta davanti ai falò di notte. Ma i miei dubbi svanirono presto, perché la storia era vera… Giulia Vassena dà vita a una storia tanto fantastica quanto reale e carica di significato.

Quando mi raccontarono l’incredibile storia dell’uomo che perdeva parti del proprio corpo pensavo fosse solo una leggenda, una di quelle ideate apposta per spaventare e inorridire, alla stregua delle inverosimili storielle dell’orrore che ci si racconta davanti ai falò di notte. Ma i miei dubbi svanirono presto, perché la storia era vera.
Il protagonista era Vito, un uomo sulla sessantina dall’aspetto alquanto convenzionale. Da qualche anno, però, aveva cominciato a perdere pezzi.
Letteralmente.
Non sanguinava né provava dolore, il che rende la sua storia veramente eccezionale e fuori dal comune. I primi pezzetti di lui che caddero furono le dita. Prima quelle dei piedi, una dopo l’altra, poi le dita delle mani.
Non fu difficile mettersi in contatto con lui, visto che la fama di questa sua peculiarità uscì presto dai confini del suo paesino di montagna.
Ebbi modo di conoscerlo molto presto, principalmente spinto da un’insana curiosità, la stessa che da sempre mi spinge a cercare ciò che è morboso o fuori dal comune.
All’epoca ero un giovane uomo in piena fase di scoperta del mondo.
Mi misi in viaggio, quindi, verso il piccolo paese di montagna in cui viveva questo Vito. Non ci misi molto a trovarlo, essendoci un via vai continuo dalla sua modesta abitazione, ma fui fortunato, perché in quel momento non trovai nessun altro. Rimasi immediatamente stupito dalla sua persona.
Vito era seduto su una sedia di vimini al di fuori della porta di casa. Guardava un punto di fronte a sé, ma non sembrava affatto perso. Scoprii, più avanti, che passava la maggior parte del suo tempo così, semplicemente a contemplare il cielo. Quando lo vidi la prima volta in quell’occasione aveva già perso l’intero braccio destro e, avendo egli stesso osservato già da tempo i comportamenti del suo corpo prodigioso, sapeva che a breve sarebbe stato il turno della sua mano sinistra. Vito era profondamente gioviale e gentile con tutti e mi accolse con grande garbo, facendomi sedere accanto a lui. Amava stare in compagnia ma senza nessuna ipocrisia: era chiaro che amava confrontarsi con altri esseri umani, così come amava la solitudine. Non mostrava timidezza e rispondeva a tutte le domande che gli venivano poste, anche le più bizzarre. Grazie a questo suo lato assennato ma imprevedibile spiazzava anche i turisti più spregiudicati, perché aveva una risposta sensata a tutto e non si piegava a nessuna provocazione.
Cominciai a passare del tempo con Vito, motivato non dall’assurdo comportamento delle sue membra, ma semplicemente per il puro piacere di passare del tempo con lui e, in cuor mio, credo che anche lui apprezzasse la mia presenza.
Passarono i mesi e io continuai ad andare a trovarlo. Il viaggio non era pesante per me, perché trovavo il tempo passato con Vito oltremodo arricchente e piacevole. Cominciò a perdere altri pezzi di sé e, come aveva previsto, fu prima il turno della sua mano sinistra, che venne seguita poi dall’intero braccio.
Rimanevo affascinato da come Vito non sembrava minimamente interessato alle parti del suo corpo che, come se fosse la cosa più naturale al mondo, cadevano a terra piombando al suolo come uccelli in volo colti da un proiettile.
Visto che passavo spesso a casa sua a trovarlo, cominciai a notare un fenomeno che trovai macabro e grottesco: gente, turisti, curiosi dell’ultima ora cominciarono a portarsi via i pezzi che Vito aveva perso. Lui, docilmente, permetteva questa pratica senza protestare o mostrare sdegno.
Chiesi a Vito perché permettesse questo.
«A me non servono più» diceva.
Cosa faceva mai quella gente con i pezzi del corpo di Vito? A che pro questo comportamento così bizzarro e spaventoso? Non ebbi mai una risposta certa e all’epoca avevo molto da imparare sul mondo.
Capii solo con gli anni e l’esperienza presso i miei simili che gli uomini vivono nell’era delle reliquie e che in tantissimi non riescono a rinunciare ai memorabilia, che siano di un santo, di un martire o di un assassino.
Non mi stupirei, anche dopo così tanti anni, di rivedere oggi parti di Vito esposte in qualche assurdo museo o in casa di qualche collezionista privato.
Avevo già molta confidenza con Vito, quando gli chiesi: «Vito, ma non hai mai paura?».
«Paura di cosa, mio caro?»
«Di perdere tutto il tuo corpo.»
«Beh mio caro, non posso negare che sì, il mio corpo mi sia stato utile, altroché. Con queste braccia ho lavorato duramente per dare una vita dignitosa alla mia famiglia che ora non è più qui. Con le gambe ho viaggiato per esplorare le montagne, il mare, paesi lontani e vicini. Con i miei occhi ho visto le bellezze del mondo, non tutte lo ammetto, ma mi sono bastate, perché la bellezza che ci circonda, sai, è infinita e avvolgente. Con le mie labbra ho baciato, ho gridato e conversato amabilmente, proprio come sto facendo ora con te. Il mio costato è stato abbracciato tante volte, anche appassionatamente, con esso ho sentito il battito di tanti cuori, e altri hanno sentito il mio. Sì, il mio corpo mi è stato utile, come lo è per tutti gli uomini del mondo. Ho vissuto con esso, ho sofferto e ho provato piacere, ma ora posso anche farne a meno. Non mi serve più.»
Non risposi. Spesso era così con Vito, le sue risposte bastavano e non serviva approfondire, perché era in grado di condividere appieno la sua visione senza essere prolisso.
Passò poco tempo e perse anche i piedi, gli stinchi, poi il resto delle gambe. Vito divenne un torso su una sedia. Un’effige vivente.
La gente del paese si affaccendava per andare a nutrirlo e accudirlo, per assicurarsi che stesse bene. All’epoca rimasi colpito da questa grande manifestazione di umanità e credetti che i gesti di quelle persone fossero trainati da pura bontà. Solo maturando sono riuscito a leggere tra le righe e, rivalutando i gesti di quelle persone, mi sono convinto che si fosse andato a creare un vero e proprio culto spirituale nei confronti di Vito, le cui stravaganze corporali erano state interpretate in chiave quasi cristologica.
Lui mangiava sempre meno ma continuava a conversare sempre con tutti, con me soprattutto.
Ho perso il conto delle ore passate accanto a Vito. Sono state ore liete, mai noiose e anche il solo contemplare le piccole cose attorno a noi riempiva di vitalità e dolcezza il mio cuore.
Poi, un giorno, la testa di Vito si staccò dal torso e rotolò a terra, ma non era ancora finita. In maniera estremamente macabra, infatti, la testa di Vito era ancora viva e continuava a parlare, pensare e respirare.
Arrivò subito un ricco mercante dalla città e offrì molto denaro a Vito in cambio del suo torso. Vito ovviamente rifiutò i soldi e il mercante se ne andò, per poi abbandonarsi in un sorriso pieno stampato sulla sua faccia rubiconda.
Da quel momento in poi rimasi giorno e notte con Vito o, almeno, con quello che era rimasto di lui. Non potevo fare altrimenti, non me la sentivo. Oramai parlava con sempre più fatica e, in pochi giorni, smise totalmente di bere e di mangiare.
Passammo un’ultima settimana insieme quando Vito mi sussurrò, con un filo di voce:
«Mio caro, adesso vorrei tanto andare via.»
«Dove vuoi andare, Vito? Vuoi che ti ci porti io? Ti aiuterò volentieri.»
«Giovanotto, non c’è nessun posto dove tu mi possa portare, perché qui non ho più nulla da vedere.»
Non risposi, ancora una volta Vito mi aveva lasciato senza parole. Dopo qualche secondo continuò: «Mi sei stato accanto più di qualunque altro in questi ultimi tempi. Di questo ti sono grato, ma più di tutto ti sono grato della tua sincerità, della tua purezza. Hai reso il mio allontanamento dal mondo delle cose più leggero, meno faticoso.»
«Posso fare altro, Vito. Ti posso ancora aiutare.»
«Sì, è vero, puoi ancora aiutarmi e puoi farlo così, mio caro. Vivi, senti, ascolta, tocca come ho fatto io. Hai ancora tantissimi anni di fronte a te. Fai tutto ciò e ti sentirai pieno, fai tutto ciò e sarai sereno nonostante la perdita, lo strazio, i lutti e le amarezze. Magari rimarrai solo come me ma non fa nulla, perché avrai dato e avuto. Ma ora basta con le paternali, non ne hai bisogno e ho parlato fin troppo. Inoltre, parlare è diventato estremamente faticoso per me. Ti saluto, mio caro. Adesso devo andare.»

Le ultime parole di Vito sono indelebili nella mia mente, ricordo che ogni parola usciva fuori come un sussurro. Poi chiuse lentamente gli occhi, sereno, come per addormentarsi.
Fu così che arrivò la luce. Il sole, al di sopra di noi, sopra le montagne, cominciò a infuocarsi. I suoi raggi aumentarono a un livello intollerabile, tant’è che rimasi abbacinato e dovetti chiudere gli occhi. Come sto facendo ora, a distanza di tanti anni. Su queste montagne. Li riapro lentamente, dimentico il mio corpo vecchio, il sole mi investe di luce, mentre scorgo tra queste montagne qualcosa di nuovo, stupendo e indefinibile.

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