Son qui, fieul

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Illustrazione di Agrin Amedì
Stefanelli passa la sciolina sulle lamine degli sci. Uno dopo l’altro, a flusso continuo. Dallo scafandro di vestiti in cui è immerso esce soltanto la testa, quadrata, come i capelli bianchi che ha in testa. I ragazzi si alternano sotto la sua capannetta di legno accompagnati dai genitori che ostentano confidenza nei suoi confronti. Lui risponde, concede qualche sorriso di circostanza, ma non distoglie mai lo sguardo dagli sci… Simone Clemente osserva da un’angolatura privilegiata il mondo interiore di un uomo rude quanto autentico.

Stefanelli passa la sciolina sulle lamine degli sci. Uno dopo l’altro, a flusso continuo. Dallo scafandro di vestiti in cui è immerso esce soltanto la testa, quadrata, come i capelli bianchi che ha in testa. I ragazzi si alternano sotto la sua capannetta di legno accompagnati dai genitori che ostentano confidenza nei suoi confronti. Lui risponde, concede qualche sorriso di circostanza, ma non distoglie mai lo sguardo dagli sci che continua a ungere di sciolina. Uno ad uno. Le mani dei ragazzi si alternano sul tavolo in legno da lavoro: prendono gli sci e si spostano verso la pista. Qualcuno fa qualche metro per scaldarsi, altri fanno stretching appoggiati al muro del bar, a pochi metri dalla partenza.
Stefanelli continua a sciolinare. Intorno a lui gli accenti sono diversi, diversi da quelli che è solito sentire. Stefanelli sciolina, senza alzare lo sguardo. La folla aumenta, compaiono tute della federazione, un palco; un uomo inizia a parlare a un microfono.
Quello che Stefanelli apprezza dello sci di fondo è la solitudine che lo accompagna. L’entusiasmo delle gare lo spiazza sempre un po’.
Stefanelli sciolina.
Un giovane alto e magro gli si avvicina e Stefanelli per la prima volta toglie lo sguardo dal suo tavolo da lavoro.
«Alura fjieul, che piani hai oggi?»
Zeno ha un vestito tecnico, attillato, e indossa una pettorina gialla con il numero 14.
«Non so mister, oggi vinciamo? Che dici?»
Stefanelli accenna un sorriso, un solco appena disegnato sul viso. Prende un paio di sci dalla dispensa alle sue spalle e li appoggia accanto a Zeno. Sono dell’altezza giusta. Stefanelli sciolina gli sci di Zeno e glie li porge.
«Con questi vinciamo mister!» commenta il ragazzo.
Stefanelli sorride di nuovo e allunga la mano fino al collo di Zeno. Lo schiocco del colpo fa scappare il gatto di Stefanelli che era entrato nella capannetta per ripararsi dal freddo.

I giovani atleti ballano sugli sci, si muovono sinuosi sulla neve, pattinano eleganti sulla pista che attraversa boschi e colline. Scalano brevi salite per poi discendere per tratti corti e veloci disegnando strette curve a gomito. Sono elegantissimi.
Dietro di loro, Zeno arranca sulle sue lunghe gambette magre. Alto e sgraziato, sembra una gru che ha sbagliato strada durante la migrazione. Si sbraccia in mezzo ad un’altra decina di ragazzi come lui, giovani che con ogni probabilità stanno partecipando alla gara per saltare un giorno di scuola. Tra loro nessuno ha velleità di carriera. Eppure, la competizione nelle retrovie è serrata, quanto se non più di quella nelle prime file. Un ragazzetto basso e tozzo si stacca dal gruppo dopo una piccola discesa. Indossa pantaloni talmente larghi che a ogni falcata strisciano l’un l’altro, producendo un rumore simile al fruscio delle foglie, ma più stridulo. Il ragazzetto barcolla davanti al gruppo guadagnando qualche metro, inducendo così in Zeno un insensato sentimento di competizione che lo porta a rincorrerlo per superarlo. Zeno ansima, il fiato corto dello sforzo gli fa sentire l’aria della montagna ancora più fredda. Con poche falcate raggiunge il suo rivale e sulla prima salita che incontrano lo sorpassa. Nella discesa che segue il grassoccio rimonta. La punta dei suoi sci tocca la coda di quelli di Zeno che prova allora ad accelerare appena prima che la pista si curvi leggermente a destra. Zeno affonda le racchette nella neve alla ricerca dello slancio definitivo, quello per mettere abbastanza campo tra lui e l’avversario in vista del traguardo. Ma al levare delle racchette da terra, quel gesto sgraziato si traduce in un colpo sulle palle del povero ragazzo alle sue spalle, che inciampa sui suoi sci ruzzolando sui polpacci di Zeno. I giovani si aggrovigliano, per puro caso non si infilzano con le racchette mentre si ritrovano loro malgrado incastrati, trascinati dai loro sci verso la neve fresca ai margini della pista.
«Hai visto che hai fatto, deficiente?» Zeno impreca verso il ragazzino basso e tozzo che togliendosi gli sci inizia a colpire la schiena di Zeno con le racchette, scatenando la sua reazione. Osservando quelle macchie rosse e blu sprofondare e riemergere dalla neve fresca, la madre capisce che i due fratelli stanno litigando di nuovo. Controvoglia, si avvicina loro per separarli. Stefanelli ha l’impressione di udire chiaramente il rumore dei ceffoni che la donna rifila dritto in faccia ai due. Deve essere stato il vento, noncurante della distanza, a trasportare il suono fino a lui. Sorride.

Il bar dell’impianto si trova in un grosso edificio che ospita anche gli spogliatoi e il deposito degli sci. È alto appena due piani ma sarà lungo almeno una trentina di metri e largo una decina. Se non fosse in montagna e non avesse il tipico tetto spiovente, si potrebbe tranquillamente definire “un capannone”. Il suo interno è però incredibilmente accogliente, con le pareti e il pavimento in legno e una grande sala arredata con dei tavolacci da sagra paesana. Zeno entra dalla porta principale avvolto in un lungo cappotto nero. Il locale è semideserto, ci saranno sì e no tre avventori passati di lì per chissà quale motivo. Forse solo per un po’ di nostalgia, come Zeno. Al bancone un vecchio in camicia di flanella maneggia un bastone di legno, i capelli radi ma lunghi cadono su delle guance paffute e coperte di una barba appena accennata. Ha le pupille bianche, per questo tiene sempre gli occhi chiusi. Lo sguardo, se così si può definire, è perso nel vuoto. Zeno gli si mette accanto e ordina la solita cioccolata calda.
«Ah, Zeno! Sempar ti, eh? Ancora co ‘sta ciocolata. Prendi qualcosa da uomo ora che puoi, no?» dice il vecchio sorseggiando il suo grappino.
«Eccoti mister! Allora ci vedi, mi prendono in giro in paese o sei te a prendere in giro l’INPS?»
Il vecchio Stefanelli non lascia passare neanche un secondo per rifilare una bastonata tesa sullo stinco di Zeno, che con altrettanta velocità inizia a guaire come un cucciolo.
«Ah Zeno, parli sempre troppo… …me spias per tua madre fjieul, me spias davero.»
Sistemata la gamba, Zeno si prodiga in un abbraccio a Stefanelli.
«Volevo avvisarti mister» La voce di Zeno è adesso più calda e profonda. «non avevo davvero idea di come trovarti.»
Il loro abbraccio dura a lungo, le mani di Stefanelli passano lungo tutta la schiena del suo ex allievo, lo stringono forte al petto del vecchio.
«Io son qui, fjieul. Se già non mi spostavo prima, adesso ancora meno. Mi sun sempar qua! Meglio non far altri danni. Che in giro già ce n’è abbastanza di casino.»
A sentire Stefanelli, i casini li aveva fatti qualche anno prima, mentre puliva i sentieri che accompagnano la sua amata pista da sci. La zona è infatti viva tutto l’anno, il tracciato della pista attraversa un fitto bosco di conifere sempreverdi accanto a un pendio che arriva fino in cima alla vetta perdendo piano piano la vegetazione per via del vento e dell’altura. Quando la neve si leva è per liberare il sottobosco che, pregno dell’acqua invernale, alimenta la vita che cresce rigogliosa. Il rovescio della medaglia, se così si può definire, è che i sentieri che dalla pista portano alle cime vanno puliti. Bisogna togliere erbe, arbusti e alberelli per segnare le strade. Un lavoro che Stefanelli ha fatto per tutta la vita, fino a quando un ramo ancora troppo fresco e turgido si è staccato da un giovane alberello per travolgergli gli occhi. È stato un colpo di frusta in pieno viso. Un colpo forte, vigoroso, diretto. Per la sua vista non c’è stato scampo. Da quel momento non ha più potuto curare la sua pista, la sua montagna e i suoi sentieri. Si è limitato a sentire cambiare l’aria che gli batte sul viso. Ha ascoltato il vento cambiare gli inverni, sempre più caldi, senza vedere la neve diminuire sempre di più. Anno dopo anno. Così ha preservato il ricordo degli inverni bianchi e delle estati verdi e floride. Con una punta di orgoglio, rivendica di non conoscere l’aspetto della siccità.
Zeno ascolta il vecchio come lo ascoltava quando gli insegnava lo sci di fondo.
«E Bruno come sta?» chiede Stefanelli.
«Al solito mister, sai come è fatto. È schivo e si fa carico di tutta l’emotività del mondo.»
«Va bin così fjieul, ognuno reagisce come può»
Zeno offre un giro di grappa a Stefanelli. Brindano alla cecità prima di vestirsi per andare in chiesa. Bruno li starà aspettando e il feretro della madre sarà li a momenti.
Zeno prende Stefanelli sottobraccio, il vecchio si lascia incredibilmente accompagnare per mano. Usciti dal bar Zeno calpesta la poca neve che è caduta. È pieno inverno ma la pista non può essere battuta. Le radici delle conifere spuntano dal terreno accanto al fianco della montagna. La piana che scorre adiacente al bosco è scura, colorata di marrone e grigio. Il ruscello che taglia il campo non è più coperto di neve e già fatica a scorrere a valle. Dal pendio arriva appena uno spiffero di aria fredda, un minuscolo fiato di inverno. La mamma lo aveva detto a Zeno, sono almeno due anni che la pista non apre.
Zeno e il vecchio imboccano la breve stradina che porta alla chiesa, quando iniziano a suonare le campane.
«Va così fjieul. C’è nien da fè.»
Il commento di Stefanelli spezza il silenzio in cui sono caduti.

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