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Illustrazione di Agrin Amedì
Ha gli occhi marroni. Nocciola, caramello, castagna. Non saprei. Un marrone caldo, dolce, accogliente. Non saprei dire che esatta tonalità di marrone sia. Ricambia il mio sguardo. Ha gli occhi marroni. Sono caldi, caldi come il suo appartamento… Michelangelo Marzouki s’inabissa in una visione così ravvicinata da riuscire a toccare anche il lettore.

Ha gli occhi marroni. Nocciola, caramello, castagna. Non saprei. Un marrone caldo, dolce, accogliente. Non saprei dire che esatta tonalità di marrone sia. Ricambia il mio sguardo.
Ha gli occhi marroni. Sono caldi, caldi come il suo appartamento, deve aver acceso i riscaldamenti. Che gesto premuroso, sa quanto sono freddoloso, chi sa quando li ha accesi. Come se mi avesse letto nel pensiero la sento stringermi a se ancora più forte. Un sorriso mi colora il volto, in automatico, un riflesso, uno di quei gesti verso i quali non si ha un vero controllo, come se il corpo bypassasse i comandi del cervello, come se il corpo dicesse: “Faccio io qua, non c’è bisogno che ci pensi troppo”.
Ha gli occhi marroni e un cipiglio interrogativo li deforma per un secondo, per poi svanire, la bocca le rimane serrata, seria. Le sono grato per questo, avrei perso troppo tempo per spiegarle con esattezza, o anche solo approssimativamente, cosa mi fosse passato nella testa. Penso troppo, a volte i pensieri mi offuscano la mente, me la condiscono di dubbi, che da prima magari sono solo un piccolo ingrediente nel vasto ricettario che li compone, ma poi prendono il sopravvento, rovinandone il sapore. Penso troppo. I pensieri mi distraggono dal presente, dovrei rimanere concentrato, so di essere in presenza di qualcosa di unico, un ricordo, un bel ricordo, che non tornerà. Un bel ricordo, che modo banale per descrivere un simile momento.
Piove. Fuori dall’appartamento piove forte. Sembra che la pioggia vada a tempo con i miei battiti, veloci, incessanti, come se la pioggia fosse la melodia e il mio cuore che batte la batteria che ne scandisce il ritmo.
Ha gli occhi marroni. È un marrone annacquato, triste. Le lacrime le cadono sulle guance ma non trascinano con sé il colore della fonte, che rimane di quella sfumatura di marrone che ancora non riesco a definire. Mi viene da pensare che forse sta piovendo all’interno dell’appartamento, magari due gocce di pioggia le sono cadute sul volto. Alzo lo sguardo perplesso verso il soffitto. No, è tutto a posto, siamo al secondo piano, il soffitto mi pare solido, non ci sono tracce di infiltrazioni. Che stupido. Piange. Dovrei consolarla, non pensare la soffitto. Non mi viene in mente niente. In realtà non ho idea del perché pianga. Magari sono lacrime di gioia. Con il pollice le scosto una lacrima dalla guancia, mentre l’altra scorre libera, ancora in vista. Finirà per morire sul cuscino celeste di questo divano blu. L’altra lacrima l’ho uccisa, è stata una decisione arbitraria, quella lacrima non aveva fatto nulla per meritarlo, al pari di quell’altra, però si sa, le lacrime hanno vita breve, come la pioggia. Ho sentito potere in quel gesto. Ho deciso della vita e della morte di una goccia di acqua salata e, non appena le ho scostato quella lacrima dal viso, mi ha sorriso. Penso di capire Dio, come sono pretenzioso a volte, penso di capire Dio. Sorrido e il suo sorriso si fa ancora più grande, non sa che è stato un mio pensiero a causarmi quel sorriso, come potrebbe, pensa che lo abbia fatto in risposta al suo, il suo che era uno di quei gesti automatici a cui pensavo giusto un attimo fa, il mio era meccanico invece, procedurale, come da protocollo, ma non per questo falso.
A cosa stavo pensando? Ah sì, Dio. Dio, che con il suo pollice sposta le nuvole, cancella la pioggia e fa apparire il sereno.
Ha gli occhi marroni. Non riesco più a vederli però, le palpebre li hanno seppelliti. Chiude sempre gli occhi quando mi bacia e ha voglia, io spesso li lascio aperti, mi piace vederla che mi bacia, è una cosa sensuale e buffa allo stesso tempo. Ha voglia. Da come mi tocca sembra proprio abbia ancora voglia. E io? Io forse non ho tanta voglia in realtà. Forse vorrei andare a casa. Si, forse vorrei andare a casa, ma è pur vero che piove ancora, Dio non ha ancora alzato un dito per cancellare la pioggia, tiene il pollice lontano dal cielo forse, magari è in terra. Chissà se Dio ha il pollice verde. Verde speranza, verde cinabro, verde smeraldo. Piove ancora, il tempo non è cambiato. A me però è venuta una voglia pazzesca. Ha gli occhi marroni? È tutto così confuso adesso, non credo di ricordarlo più. Lei è nuda, non mi interessano più i suoi occhi, anche io sono nudo. A cosa stavo pensando? Non credo di ricordarlo più. Mi bacia, tiene ancora gli occhi chiusi, come vorrei che li aprisse, così da poter vedere di che colore sono. Mentre le entro dentro penso che questo è proprio un bel modo per descrivere quell’atto. Assaporo per un attimo le parole. “Mentre le entro dentro”. Mi piace. Entrare dentro, implica un luogo sicuro, un riparo, casa. Ecco a che cosa stavo pensando, che volevo andare a casa. Non lo voglio più ora. Perché dovrei? Sono due volte a casa. Sono dentro-dentro, in un certo qual modo, e fuori piove ancora. Ha smesso di baciarmi adesso, e mi guarda. Io ricambio lo sguardo con la stessa intensità.
Ha gli occhi marroni. Ha gli occhi marroni…

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