No sense

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono nato con una strana malformazione. Da fuori sembro persona normale, ma in realtà non sento niente. Al tatto intendo, si chiama ipoestesia… Danilo Confuorto indaga le regole misteriose dell’amore.

Sono nato con una strana malformazione.
Da fuori sembro persona normale, ma in realtà non sento niente. Al tatto intendo, si chiama ipoestesia.
Quando tocco il ghiaccio, una pentola con dell’acqua che bolle, se mi fai una carezza o se mi dai una martellata, io non sento assolutamente nulla.
Quando ero piccolo i miei non capivano, ricordo che andammo da vari dottori perché mi scottavo continuamente e quando mi ferivo non me ne accorgevo.
Ricordo anche che alle elementari fingevo con i miei amici di essere un supereroe e tutti erano stupiti dalla mia sopportazione del dolore. Una volta però esagerai: ero ospite di un mio amichetto e per fare colpo sulla sorellina presi delle uova dal pentolino in cui stavano bollendo, non sentii nulla ma la mia mano divenne una unica orrenda vescica e la mamma di luca, così si chiamava il mio compagno di scuola, chiamò i miei e non mi volle più in casa sua.
Iniziò così un periodo di emarginazione, a scuola la cosa si venne a sapere e anche alle medie non ebbi molti amici. Dovevo stare attento anche ai bulletti. Una volta mi misero le puntine sulla sedia e io me le portai infilate nelle chiappe per tutta la giornata.
In fondo era una disabilità abbastanza gestibile, anche se per alcune attività quotidiane mi impediva di vivere normalmente. Soprattutto nei rapporti con le ragazze la cosa si rivelò disastrosa. Quando feci sesso la prima volta (perché con la testa riuscivo ad eccitarmi e ad avere un’erezione) non arrivai mai all’orgasmo e la scusa “sono troppo eccitato non riesco a venire” funzionò solo un paio di volte. Quando finalmente le raccontai la verità, la cosa, chissà perché, non le piacque e lo stesso copione si verificò anche con le altre ragazze. Mi rassegnai così alla mia condizione maledetta e da lì in poi iniziai a considerarmi semplicemente uno sfigato.
Fino a quando, quel giorno, non cambiai idea.
Era il compleanno dei quarant’anni di mia sorella maggiore e lei mi aveva letteralmente obbligato a partecipare al suo party in giardino nella sua villa in campagna. Un luogo che non amo particolarmente, da quando molti anni prima ero stato assaltato da non so quante vespe e, senza rendermene conto, ero rientrato in casa con una faccia simile a quella di Elephant Man. Mia madre mi aveva guardato come se fossi uscito da un film horror di serie B anni Cinquanta. Comunque, anche se non sento con la pelle, sono sensibile ai sensi di colpa e così decisi di andare. Tutto procedeva normalmente e come al solito me ne stavo in disparte evitando situazioni pericolose.
«Non combinare casini splatter per favore» mi aveva chiesto mio cognato.
Mentre osservavo con curiosità i vari personaggi che si aggiravano in giardino, come la migliore amica di mia sorella, Serena – un clone a dimensione naturale di Barbie – che mi salutò con sufficienza e, seguendola con lo sguardo che proiettava uno “stronza” molto netto, incrociai gli occhi di una donna più o meno della mia età che non avevo mai visto prima. Era vestita di nero, con gli anfibi e un classico chiodo di pelle con borchie. Si girò e andò a raggiungere il gruppo che suonava dal vivo. Immaginai fosse la donna del chitarrista. A quel punto mi venne voglia di una salsiccia e mi avvicinai al barbecue, ritrovandomi accanto proprio lei. Notai che da vicino la sua cupezza risultava molto sensuale e aveva un profumo che definirei ipnotico. Mi sorrise ed esordì con la classica battuta di noi disadattati: «Anche tu in disparte. Due palle ‘ste feste, eh?».
Risposi che ero d’accordo, e mentre la guardavo negli occhi con fare disinvolto e un bicchiere in mano decisi di appoggiarmi sulla graticola. Mentre le rispondevo sentimmo un odore di carne bruciata, lei abbassò gli occhi e vide la mia mano che somigliava sempre di più alle salsicce. Sgranò gli occhi e mi resi conto della situazione e pensai che per l’ennesima volta ero fottuto. Mi avrebbe guardato con disgusto. Ma quando rialzai lo sguardo, la vidi sorridere con una certa soddisfazione. Per la prima volta in quegli occhi non vedevo paura mista a disgusto e pena.
«Vieni, andiamo a metterla sotto l’acqua fredda, così limiti le vesciche» disse con estrema calma.
Da quel giorno – sono dieci anni che siamo fidanzati – gestiamo insieme il club sadomaso di cui lei è la proprietaria.

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