Tattunitti

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Alle paludi era installato un enorme muro di casse regolate sempre al massimo e Davide vi si collocò davanti. Il suo migliore amico Sciama andò a prelevarlo. Dodici giorni dopo. «Broder! Come stai?» «Sciao Scia’! – Davide strinse il socio – Noci credìcirai mai.» «Cosa?»… Tommaso Beccarini si aggrappa a un muro di casse traballando fra sghinbesci, stonature e amicizia.

Alle paludi era installato un enorme muro di casse regolate sempre al massimo e Davide vi si collocò davanti.
Il suo migliore amico Sciama andò a prelevarlo. Dodici giorni dopo.
«Broder! Come stai?»
«Sciao Scia’! – Davide strinse il socio – Noci credìcirai mai.»
«Cosa?», il volume era assordante e anche se Davide gli urlava nell’orecchio Sciama non capiva granché.
«Strana storia! Visto la tipita che mica credevo che esisteva.»
«Frate, stai bene?», urlò Sciama.
«Alla grà! Alla grà!» Attaccò un crescendo di rullante, poi un ritornello violento e pareva che la lucidità di Davide, in qualche modo, ne risentisse: «Dicevo: latipita lati pi pa» – e dire che non aveva mai tartagliato in vita sua. «La! Ti! Pi! Pa!»
Sciama non ci sentiva, ma non si sforzava nemmeno troppo. Aveva fretta di andarsene. «Hai dormito?», chiese.
«Neno!» Davide pompava con il braccio, scuoteva la testa a destra e a sinistra.
«Non hai dormito?!», gridò Sciama sui bassi che pompavano.
Davide saltava sul posto: «Tittiidiccevo: primo giorno ci sta tuttastagente e io sto soltanto indietro, in sosta in sostittanza», nella foga schizzava saliva ovunque. «Ma mi veniviva sonnissimo, e massì, decidevo si va davanti, e avanti andavo. E ‘amattina, tuttattina, resistevano non in tanti ti dirò, e così eccomi qui. Qui davanti!»
«Ah!», fece Sciama.
«Tittiriddicevo…» Finalmente il ritornello si calmò, seguì un interludio relativamente placido. «Il Secondo giorno sono ancora intontuntito, però anche gli altri, quindi mi sento normale – michi male! Voglio conoscerli ‘sti maranzi che maragari ci facci due chiaracchiere, e mi ribecco!» – crebbe un nervoso tintinnio. «Nientenvece. Quelli che stavano sghebberavano, chi sghembi, chi diritti, dighèditti» – il frastuono cresceva e Davide ricominciava a mescolare le parole ai suoni che tamburavano in fronte. «Solo quello facevano: ballavano. E pian pam piano imparavo. Occhio!», Davide ritmava le ginocchia. Sciolte e contratte. Sciolte e sbilenche. Sciama non sapeva fosse capace di tanta coordinazione.
La traccia su cui Davide si muoveva calò in un silenzio teso e Sciama colse l’occasione per esultare, non troppo convinto: «Fratellino, ti sei riacchiappato!».
Davide rimase immobile, come spento, assopito. Gustava la quiete.
Dal folto della vegetazione giunsero dei fruscii, uno scrocchio lontano. Dopodiché picchiò l’aria un kick filtrato e solo allora Davide se la sentì di rispondere: «Direi proprio che ha funz unz unz unZ uNZ UNZ UNZ…». Dal muro di casse echeggiavano pacche digitali e Davide si avvitò a ripetere per l’intera durata del pezzo.
Quando si fermò Sciama disse: «Sono contento. Possiamo andare?».
«Fammi finire», disse Davide. Sciama inarcò il sopracciglio, spazientito, ma Davide continuava: «All’iNZiNZio imparo ma finché resta ‘sta gente e quando se se ne ne ve va io non mollo. Resto o a fare pratica…».
«Grande…», Sciama osservava la parete di coni verde acido che incombeva su di lui. Il brano successivo era in agguato, sperava di sottrarsi.
«Me ne ‘sto qualche giorno a muovermi. Sarà la settima notte e sono solo soletto…» giunse un battito. «Tutt’un tratto tipi tosti dappertutto», partì una tastiera deformata dagli effetti, «Tattunitti!», a cui si aggiunse un tom in levare «Tuttimatti, tuttanotte», poi un latrato malato, «Tipifritti», una sirena «Tattunitti»: pausa – il solito tastierino, pulito, diritto, che va a qualcosa come quarantasette volte la velocità di prima e freme sempre più incazzato e si tira dietro la sirena e il tom e il latrato e la pulsazione e si tira dietro anche la torre di casse sulle loro teste.
Davide non faceva una piega; sobbalzava tranquillo e gli sputava nell’orecchio, sul collo: «Tuttavia nel bel mezzo tuttuniva e tighidiva, e tiridava e tidittiva questa tipa tuttattiva…».
«Fra… – Sciama si staccò pulendosi con la manica – A casa mi racconti.»
Davide lo raggiunse e lo abbracciò continuando a gridargli nel timpano col fiato pesante: «Non mi guardandava, non mi trattottava, ma non se la tirava, mica era cattiva: tiradrittiva!».
«Dai!» Sciama sgusciò sotto il braccio di Davide «Andiamo!» disse, lo prese per il cappuccio e tirò.
L’amico opponeva una resistenza inaspettata per l’avvizzito che era, ma non poteva resistere a lungo e dopo un breve stallo lo seguì riluttante, allontanandosi dall’impianto e dal chiasso. Davide, strattonato, si abbandonò di peso su Sciama sbuffandogli contro il suo alito marcio: «Concludo…», disse «Ballo immezzo a ‘sta gente nuova e sono discroto. Fluttuttuo immezzo e ci trovo una che una che si fa i cazzi suoi, e ti dirò: niente male pure lei, se la cavavava sulla rulla che cassava. Poi si gira e la vedo bene in faccia…». La melodia rallentò, al suo interno ne rimbombava un’altra più frenetica, più allucinata. «Nooooooo sentiiiiii!», puntati i piedi nel fango e alzando le mani al cielo Davide gridava, e poi una seconda voce si unì alla sua, insisteva le stesse sillabe sconnesse in un mantra stupefatto. Sobillavano in coro una ribellione astratta, furibonda. «Sentiiiiiiiii!» sbraitò Davide con le vene del collo rigonfie. Sciama non lo smuoveva, insieme affondavano nel pantano. Provò a sollevarlo di peso e scivolò su un angolo di cemento.
Ripresosi dal dolore Sciama era molto più furioso del campionamento in sottofondo, e molto meno astratto.
Si alzò. La gamba della tuta grondava melma.
Cinse Davide al torace.
«Feffazzo fai?»
Sciama lo trasportò lontano.
Quando il rombo calò a molesto brusio lo lasciò.
Davide atterrò morbido, rivolto al suono. Contemplava la sorgente delle vibrazioni da cui si era separato dopo l’intensa e proficua sessione simbiotica.
Poi guardò Sciama.
«Questa che balla è spaziale, uguale guggiugguale a quella, quella che ti dicevo, che ti dicevo che sognavo! La incontravo in giro in tondo e pensavo che sgognavo! » Davide continuava a fare su e giù di fianco a Sciama: «Pensa alle strane scherzette che ti fa la testa quando ci si mette».
Sciama procedeva verso il silenzio trascinando le suole sull’erba per pulirle dalla mota.
«E niente. Balla, bellissimo, balliamo. Lei si squaglia sound sound, tattunitti daNZaNZaNZiamo anche quando gli altri se ne va va via…»
Sciama uscì dalla macchia.
Raggiunse la strada.
Davide riprese: «Eh no! Perché non ti mica che ti ho detto: a una certa lei mica che mi bacia sulla guancia e dice scappo!».
Sciama pizzicò la zip per scrollarsi di dosso l’umidità, levò lo sguardo al tramonto e proseguì in direzione della civiltà.
Davide continuava a parlare: «Mi dice che tiritorna con le amiche…»
Sciama si fermò.
«…Che io, a ‘sto punto, che io pensavo di insegnarci due passi severi a queste! Che hai visto i numeri che faccio che sghimbescio non mi spaventa mica un monumento l’esibizione. Anzi, delle due, la preferisco…»
Sciama si girò e lo raggiunse in poche lunghe falcate al margine della boscaglia, sotto un tiglio pallido. «Arriva figa?», chiese.
«Sciama, è garantantito.»
«Sicuro che non era un sogno?»
Davide frugò in tasca ed estrasse il cellulare rattoppato, scorse il pollice sul vetro rotto e glielo offrì: «Pare di none».
Sciama lesse il messaggio: per l’appuntamento indicava la data di oggi, tra qualche ora in effetti. E sullo schermo brillava esplicita la parola ‘amiche’.
Restituì il telefono.
Sciama sentiva la percussione tellurica provenire dal folto della palude, maniaca, appassionata.
«Bro… ¬– sospirò – Fammi rivedere la mossetta.»

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Bene 

I racconti di Omero

Zeno

I racconti di Omero

Abissi

Sfoglia
MagO'