Più o meno venticinque anni

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Illustrazione di Agrin Amedì
Entrarono, e un giovane cameriere gli si fece vicino. Nonostante il locale fosse quasi deserto gli chiese se avessero prenotato. Loro dissero di sì, e si fecero accompagnare a un tavolo isolato vicino alla porta della cucina apparecchiato per tre persone. La donna lanciò un’occhiata severa all’uomo, poi annusò il cappotto prima di riporlo sullo schienale della sedia… Federico Sartori ripercorre l’arco esistenziale di un uomo nella distanza che lo separa tra un tavolo di un fast food e la porta d’uscita.

Entrarono, e un giovane cameriere gli si fece vicino. Nonostante il locale fosse quasi deserto gli chiese se avessero prenotato. Loro dissero di sì, e si fecero accompagnare a un tavolo isolato vicino alla porta della cucina apparecchiato per tre persone. La donna lanciò un’occhiata severa all’uomo, poi annusò il cappotto prima di riporlo sullo schienale della sedia. Ordinò al bambino di sedersi composto, senza mettere i gomiti sul tavolo. Infine, quando entrambi si furono seduti, prese posto anche lei.
«Scegli bene, visto che poi dovrai aspettare un altro anno prima di tornare qui» disse l’uomo, mentre con dei tovaglioli puliva le strisciate di unto sul piano.
Anche se non sapeva ancora leggere, il bambino si era messo a guardare il menù con grande concentrazione, reggendolo a pochi centimetri dal naso. Per l’eccitazione, agitava le gambe penzolanti dalla sedia.
«Forse potremmo prendere il pasto completo» propose l’uomo.
«Che cos’è?» chiese il bambino.
«Hamburger, patatine e Coca-Cola» gli rispose allegro.
La donna gli lanciò una seconda occhiata.
«Direi che possiamo anche limitarci a prendere un hamburger. Non vedo perché dobbiamo continuamente riempirci di zuccheri» disse.
«Ma veniamo qui solo al mio compleanno!» si lamentò il bambino, guardando implorante la madre.
«Andiamo…ha ragione. Oggi è il suo compleanno, facciamoglielo un regalo.»
«Mi chiedo perché ogni volta dobbiamo tornare sulle stesse cose. Una volta l’anno qui e altre mille volte da altre parti» disse la donna.
Prese una pausa e tutti e tre guardarono i menù. Poi continuò.
«Perché devo ripeterti sempre le stesse cose? Non vuoi capire. Non lo hai mai voluto fare. Ma in fondo sono io. Sono io che mi ostino a stare con te. E mi chiedo…» si interruppe. Sospirò. E tornò a leggere l’elenco dei panini.
«È il suo compleanno, – disse l’uomo con estrema calma – possiamo evitare almeno oggi di litigare? Lo so. Conosco tutte le mie colpe.»
Il bambino li ascoltava, senza riuscire a staccare gli occhi dalle fotografie di patatine e hamburger stampate sul menù. La donna lo guardò, poi allungò lo sguardo verso la finestra. Fuori si stava facendo buio, una leggera pioggia autunnale aveva iniziato a bagnare la strada. I tavoli nel frattempo si erano riempiti. Ora, nell’intero locale, non risuonava che un insieme di voci confuse. L’uomo continuava a leggere le possibili combinazioni di bibite e panini, sforzandosi di riuscire a concentrarsi nonostante quel rumore.

Lo stesso cameriere che li aveva accolti andò a prendere l’ordinazione. Si avvicinò al tavolo con un piccolo block-notes, impugnando una penna che rivolse nella loro direzione per invitarli a parlare.
«Che cosa vi posso portare?» chiese.
«Siamo un po’ indecisi» fece l’uomo.
«Ci conoscete? Siamo la migliore hamburgheria d’America. Da qualche anno siamo anche nelle principali città in Italia; se volete vi posso consigliare qualcosa…»
«Sì. Vi conosciamo» disse l’uomo.
«Chi non vi conosce?» disse la donna.
«Io il pasto completo» disse il bambino.
«Bene» disse il ragazzo sorridendo. «Un pasto completo per te. E per voi invece?»
«No, aspetta. Togli le patatine e la Coca. Prende un hamburger e dell’acqua frizzante» disse la donna.
«No. Io voglio il pasto completo ho detto!» ripeté il bambino urlando. «Portami almeno le patatine» disse, rivolgendosi direttamente al cameriere.
«Ma non so se la mamma vuole» disse il cameriere sorridendogli.
Ci fu un attimo di silenzio dove sembrò che ciascuno cercasse il modo migliore per uscire da quella situazione.
«Ma lei non è mia mamma!» disse il bambino. «Me le puoi portare per favore?»
A quelle parole il cameriere rimase interdetto. Con un movimento incerto, appoggiò il fondo della penna sul foglio e guardò i genitori. Anche loro sembrarono incerti per un momento, mentre si chiedevano come gli fosse uscita quella cosa. La donna lanciò una terza occhiata all’uomo, ma questa volta con uno sguardo interrogativo e vagamente divertito. Poi, quasi all’unisono, scoppiarono a ridere. Di una risata inaspettata e giocosa. Così anche il bambino prese a ridere con loro, saltellando sulla sedia. Ridevano, mentre il cameriere scriveva le patatine sulla loro comanda. E la donna vide il marito. E l’uomo vide la moglie. E la sentì ridere fortissimo, più forte di tutto il chiasso di quel posto. Risero a dirotto, di quel riso sano che avevano conosciuto nei primi anni del loro matrimonio. Quel bambino ha preso tutto da te, diceva lui. Mentire così spudoratamente a un estraneo è una tua dote, gli rispondeva lei. E tutti e tre ridevano agitandosi sul tavolo. E l’odore di fritto aveva ormai impregnato i loro vestiti. E il marito si annusò il maglione ridendo. Poi si mise ad annusare i vestiti della moglie, mettendole il capo in grembo. «Ma che fai?» chiedeva lei, non riuscendo a smettere di ridere. E lo spingeva via con le mani. Tenendolo stretto, anche dopo averlo allontanato.

Passarono gli anni. Anche se il resto del locale era quasi vuoto, aspettò che si liberasse il tavolo vicino alla cucina prima di sedersi. Fuori l’autunno stava spogliando gli alberi e tirava vento, perciò si mise all’interno; all’impiedi, vicino al cameriere che accoglieva i clienti. Poco dopo fu accompagnato a prendere posto. Poi, un ragazzo sui trent’anni entrò e si diresse verso di lui. Si videro e si salutarono con un cenno del capo. Quando furono abbastanza vicini l’uomo si alzò e i due si abbracciarono.
«Auguri» disse l’uomo.
«Grazie papà» rispose il ragazzo. «È bello vederti.»
«Anche per me.»
«Non venivo in questo posto da un’infinità di tempo. Non sapevo fosse ancora aperto.»
«Io ci vengo ogni anno.»
«Non dovresti, questa roba ti ammazza. Quando ci sono venuto l’ultima volta forse stavi ancora con mamma.»
«Lo so, lo so.»
L’uomo scostò una sedia invitando il ragazzo a sedersi. Ordinarono due pasti completi e parlarono a lungo. Parlarono di cose poco importanti. Di quali locali storici del centro avessero chiuso. Di quanto potesse costare oggi aprire un locale, senza averne la minima contezza. Parlarono di quale compagnia bancaria offrisse mutui al tasso più vantaggioso. Poi si misero a contare gli anni. Contarono gli anni che a entrambi mancavano per la pensione. Contarono quelli trascorsi da quando il ragazzo era partito per studiare, e non era praticamente più tornato. Contarono gli anni da quando lui viveva con la madre. Poi, provarono a contare gli anni dall’ultima volta che erano stati in quel locale assieme.
«Più o meno venticinque?» ipotizzò il ragazzo.
«Già, sì. Più o meno venticinque» rispose l’uomo.
Quando se ne andarono, prima di uscire, l’uomo si annusò il cappotto rovinato dagli anni. Si avvicinò al cameriere e disse che avrebbero dovuto fare qualcosa per aspirare gli odori; non era possibile che ogni volta usciti da quel locale si puzzasse come una frittura.
«Ma che dici papà? Non mi pare che puzzino» disse il ragazzo, annusandosi l’avambraccio sinistro mentre con l’altra mano trascinava l’uomo verso l’uscita.
«Se vuole ora facciamo la consegna a domicilio» fece il cameriere.
L’uomo si lasciò trascinare fuori e richiuse la porta delicatamente dietro di sé. L’aria era fredda e inodore. Guardò da fuori l’interno del locale. Con la luce del tramonto, le vetrate riflettevano la sua figura in modo strano, confondendo i confini tra l’interno e l’esterno. Per un attimo ebbe l’impressione di essere ancora là dentro, fermo tra i tavoli a guardare gli altri mangiare. Vide il riflesso del braccio del ragazzo allungarsi ad afferrare il suo. Vide il riflesso di sé stesso che veniva girato verso la strada. Si vide mentre veniva accompagnato di fronte alle strisce pedonali. Mentre aspettava che il semaforo diventasse verde. Si vide salutare il figlio e poi camminare dritto lungo il marciapiede. Si vide allontanarsi lentamente rasentando le vetrine. Poi il suo volto si confuse tra quelli dei passanti, e la sua figura non fu che un’ombra indistinguibile. A quel punto, non si vide più.

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