Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Rosa, nella luce schermata dell’androne, si mimetizza con l’ambiente degli anni Quaranta, fatta della stessa polvere che aderisce alla carta da parati della guardiola in un abbraccio così stretto da esserne diventata parte… Stefania Magnani ondeggia tra le piccole e solide incrinature di un racconto esistenziale.

Rosa, nella luce schermata dell’androne, si mimetizza con l’ambiente degli anni Quaranta, fatta della stessa polvere che aderisce alla carta da parati della guardiola in un abbraccio così stretto da esserne diventata parte: i capelli color cenere raccolti in una coda bassa, l’abbigliamento pulito e ordinato, ma sempre in tonalità del marrone, del grigio, del verde marcio. Il viso privo di trucco non è illuminato da nessun gioiello, sembra una cinquantenne di una trentina di anni fa, mentre all’anagrafe Rosa non ha ancora quarant’anni. Polvere, penombra e odore di carta vecchia, questo è l’habitat in cui se ne sta acquattata come una ranocchia in uno stagno.
Finiti i suoi compiti, se nessuno la chiama, Rosa scompare sulla carta da parati, nella guardiola. Qualche rumore tradisce la sua presenza: il sibilo del piccolo bollitore e lo scrocchiare di una bustina di tè scartata, se è inverno, lo scroscio dell’acqua e limone fredda dal thermos se è estate. E, in ogni stagione, il fruscio di pagine voltate: Rosa si mimetizza e legge. Consuma pile di romanzi rosa, di ogni provenienza e di qualsiasi autore: nuovi, usati, scritti quaranta giorni o quarant’anni fa, non c’è differenza, purché la scollino dalla carta da parati e le mostrino un mondo tinto di colori forti, illuminato da albe, tramonti, luci di palcoscenico e lampadari di cristallo, in cui donne mosse dai fili della passione e del destino intrecciano le loro vicende con uomini misteriosi, forti, virili, amanti appassionati, nobili e ricchi. Scorrendo quelle pagine, le guance si imporporano e gli occhi si accendono, mentre il cuore anela ad essere protagonista di uno di quei romanzi e il respiro si adegua al ritmo della storia. Fino a che un passo, una parola, le fa abbassare il libro e rivedere la guardiola.
Rosa si sente soffocare da quell’odore di polvere, la fa sentire in una bara. Morta nella routine dei suoi piccoli compiti, si prepara una tisana profumata e sprofonda in qualche pagina, ci si immerge e sott’acqua l’odore scompare. Sott’acqua, respira. Sogna l’eroe che la salverà dalla guardiola, il principe tenebroso a cui restituirà il sorriso e la gioia di vivere e che, grato e innamorato, la porterà con sé nel suo palazzo. Sogna la favola.
Se sente qualche passo, chiude il romanzo e lo infila nel sottobanco. Anche se sa che è un gesto superfluo. È Federico, il postino che da un paio di anni (o forse tre) consegna la posta in questa zona. Prima lavorava letteralmente dal lato opposto della città. Federico ha per Rosa le stesse attenzioni che lei ha per i cani dei condomini: le sorride sempre, la saluta sempre, offre un complimento, una parola gentile. Di più, Federico la distingue dalla tappezzeria al punto da accorgersi se Rosa è raffreddata e portarle una scatola di tachipirina. Al punto da portarle un mazzetto di mimose l’otto marzo insieme alla posta. Da tornare durante il giro con un cornetto o un dolcetto se l’ha vista pallida o triste. È una persona gentile.
Rosa ha scoperto che Federico è appassionato di teatro, frequenta un corso per dilettanti, così, perché ci si diverte. Gli piace stare all’aria aperta, ha il suo orto e va a fare trekking in montagna. Fa il postino proprio perché non ne vuole sapere di stare seduto chiuso da qualche parte. Federico l’ha anche invitata: a uno spettacolo della sua scuola una volta e un’altra a bere un caffè. «Rosa, sarebbe carino farle con calma davanti a un caffè, un pomeriggio, le nostre chiacchiere, no?» Ma Federico è un postino, non alto, col naso storto e con gli occhi buoni. Dove vuoi andare, Rosa, a bere un caffè al bar all’angolo e poi magari a cena in un posto con tovagliette e tovaglioli di carta, mentre lui ti parla del giro di posta della mattina? La canzonano così i romanzi, spiandola dal sottobanco. Dov’è la favola, Rosa? La sartina bionda la guarda sarcastica, issata sul cavallo nero del duca, che la stringe a sé, tenendola in sella come se lei fosse il centro di gravità dell’universo. Lei si strofina contro di lui, lanciando occhiate maliziose a Rosa, un sorrisetto che le solleva l’angolo sinistro della bocca.

Alla sera, chiusa la guardiola, Rosa rientra nel suo appartamentino, pulito ma arredato con mobili datati, e sospira, facendo qualche passetto laterale di milonga. Immagina quando Lui entrerà e si commuoverà per la modestia e la pulizia del suo alloggio, la stringerà a sé e, sussurrandole parole d’amore, la farà uscire da quella porta per sempre. Rassetta un po’, si cucina una cena semplice e la giornata si conclude con una doccia e un film romantico. Un pigiama le fa compagnia a letto – un paio di camicie da notte di seta, con le spalline sottili, attendono il loro turno in un cassetto, attendono Lui. Rosa si addormenta sempre abbastanza in fretta, cullata dal film appena visto, abbracciata al personaggio che le ha tenuto compagnia nella guardiola. Il duca, il reduce, il miliardario tormentato dalla solitudine. Rannicchiata su un fianco, sente un braccio forte che la avvolge e una mano che tiene la sua. Si lascia andare al sonno, immersa nel calore e nel profumo di quel corpo che preme contro la sua schiena, la avvolge, la culla.
Il problema non è addormentarsi: il problema è dormire. Le notti sono lunghe, infinite. Le coperte possono diventare le pareti della guardiola che le crollano addosso e la seppelliscono viva. Oppure non ricorda dove si trova e allora, nel dormiveglia, la luce che filtra dalle persiane è nel posto sbagliato, ai piedi del letto, mentre nella cameretta dove stava dai suoi, da ragazzina, era alla sua sinistra. Com’è che non è più una ragazzina in quella cameretta? Quand’è successo? Dov’è finito il tempo steso fra quando era una ragazzina e adesso? Quanti anni ha? Sessanta? L’angoscia le serra la gola, è troppo tardi, è tutto finito!
No, non ha sessant’anni, sono trentotto. O trentasette? Ieri non erano trentuno? E i ventisette, dove sono finiti i ventisette? Il vuoto si apre sotto il letto, resta sospesa nel nulla, mentre la guardiola la insegue per inghiottirla e la solitudine diventa una coperta troppo pesante per questa stagione.
Rosa si aggrappa al suo sogno, al suo Lui. Sa già dove lo incontrerà: a un ballo, come in una favola. Perché Rosa ha un segreto, nella terza e ultima anta del suo armadio custodisce un tesoro. Una volta a settimana torna nel suo appartamentino fluttuando. Questa sera, in particolare, si sente così emozionata – se lo sente, potrebbe essere la serata giusta, quella in cui lo incontrerà – che mangia solo un paio di bocconi di focaccia dolce con un po’ di latte, prima di buttarsi nella doccia. Si sfrega la pelle con un guanto di crine, dopo averla cosparsa di schiuma profumata: sfrega meticolosamente, con vigore, per staccarsi di dosso ogni possibile traccia dell’odore di polvere della guardiola, poco importa se la pelle protesta. Anche i capelli vengono scrupolosamente strofinati e annegati nel balsamo – che non abbiamo l’odore della cenere di cui portano il colore. Liberatasi dell’alone della guardiola, Rosa porta alla luce il suo tesoro, quello in cui investe i suoi risparmi, il motivo per cui non usa denaro per l’abbigliamento di tutti i giorni, trucco e gioielli: abiti per ballare il tango. E scarpe, accessori per capelli abbinati alle scarpe, rossetto rosso lacca e eyeliner nero professionali. Con uno strattone, Rosa si stacca dalla tappezzeria: i capelli sono lucenti, le labbra rosse, gli occhi profondi, il corpo minuto e flessuoso fasciato in un abito nero. Mette in moto la sua piccola utilitaria grigia e parte come una cometa, lasciandosi alle spalle una scia di profumo e di speranze dorate.
La milonga di stasera è speciale, una villa di solito affittata per i matrimoni: i lampadari, i pavimenti, le sedie di velluto, la luce dorata, tutto la rende la cornice perfetta per incontrare Lui. Se non qui, dove? Col cuore leggero, Rosa si guarda intorno, osserva le donne, gli uomini, i vasi di fiori, in attesa che la vera musica inizi. Per un attimo il dubbio la gela: se fosse come tutte le altre sere? Uomini con mani troppo piccole, lavori banali, conversazione piatta, pezze di sudore, denti storti, stempiature, cicatrici. Persone comuni. Ma poi la musica inizia, inizia il gioco di sguardi e lei non è più Rosa, è puro, fluido movimento, danza e desiderio. Mani la accarezzano, la guidano, la attirano e la cingono, ma lei sempre sguscia via, fluisce nella musica come cioccolata calda da un ballerino a un altro, senza soffermarsi con nessuno per più di un ballo. Finché incontra quegli occhi. Allora il fluire si arresta, la musica tace per un istante, tutte le terminazioni nervose del suo corpo sono concentrate in quel punto sotto la scapola dove lui le ha posato una mano. La guida con piglio sicuro, mascolino. Possessivo. Rosa si scioglie come cera, lo segue, poi lo respinge, si fa riprendere, ma gli occhi non mollano mai la presa, in realtà dentro quegli occhi neri ci è sprofondata come in una palude, non potrebbe liberarsi neanche volendolo e dibattersi sarebbe solo peggio. Quelle mani grandi prendono le sue, piccole con le unghie senza smalto, e la conducono in disparte. Gli occhi neri continuano ad accarezzarle il corpo e Rosa rabbrividisce sotto quel tocco visivo. La fa sedere a un tavolino, prende del vino. I bicchieri si toccano, come gli occhi non hanno mai smesso di fare. Il cuore di Rosa incespica, confuso da quella voce profonda, dallo charme di parole e gesti, dall’interessamento genuino che sembra trasparire, dai complimenti misurati – trova adorabile la sua timidezza che dice sapeva essere nascosta dietro l’abbigliamento da tanguera, la timidezza di una persona con un nome semplice, ma evocativo del fiore più bello. Con uno di quei fiori fa ritorno, insieme ad altro vino, dopo averla lasciata qualche minuto. Le accarezza una mano, gliela prende, gliela bacia teneramente. Poi la guida fuori, sotto al portico della villa, dove si fermano a guardare i giardini. Qualche goccia di pioggia comincia a cadere, leggera. Lui la abbraccia teneramente da dietro e le mormora all’orecchio “Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove sui mirti divini”. Rosa ascolta quelle parole, le beve, non sa da dove vengano quei versi. Si bea soltanto in quella musicalità, mentre la voce profonda le fa correre un brivido lungo la schiena. Si lascia baciare. È confusa, ma non per il vino. Lui la cinge con un braccio forte, la guida alla sua macchina, le apre lo sportello. Rosa è confusa perché di solito non si comporta così, ma lui, lui, con quegli occhi, quei modi, quella voce, come non assecondarlo? Sono quelli delle sue fantasie, è il copione con cui si culla al sonno ogni sera, quello che le fa da plaid nelle serate invernali sul divano. Vede i suoi romanzi fare il tifo per lei, incoraggiarla a lasciarsi andare a quella trama, stasera è una delle loro protagoniste. La sartina le sorride ammiccante, il duca le fa l’occhiolino, il pilota esplode in un urlo di incoraggiamento, il miliardario alza il calice al suo indirizzo. Allora va, segue quel tifo, quella favola. Segue Lui.

Sono le quattro del mattino quando Rosa entra nell’androne a capo leggermente chino. Sfila davanti alla guardiola senza avere il coraggio di guardarla. L’acconciatura è disfatta, la camelia rossa a cui teneva tanto e che stava alla base del raccolto è perduta. Qualcos’altro si è disfatto e perduto, qualcosa di più importante. Si infila nel suo appartamentino e la solitudine, in agguato dietro la porta, le salta addosso e la stringe, soffocandola col suo abbraccio.
Rosa scalda dell’acqua per farsi una tisana, si spoglia, si infila il pigiama. La pelle rabbrividisce a contatto con il ricordo di quando è stata spogliata poche ore prima.
L’ha portata nel suo bell’appartamento – poteva essere bello ma in realtà era in parte spoglio e in parte pretenzioso allo stesso tempo – l’aveva baciata, riempita di complimenti, le aveva chiesto se voleva dell’altro da bere. Rosa era rimasta frastornata, mentre i contorni della favola si slabbravano in una realtà banale, squallida, ma a quella favola che fuggiva via si era aggrappata con tutte le sue forze mentre lo baciava e lui la spogliava.
Non aveva più avuto brandelli di favola a cui aggrapparsi quando lui si era rivestito e – gentilmente, certo – l’aveva invitata a fare lo stesso. L’aveva riaccompagnata alla villa, alla sua auto. L’aveva salutata con dolcezza, con garbo, ringraziandola “del privilegio del tempo trascorso insieme”, poi l’aveva aiutata a salire in macchina e se n’era andato, senza mai voltarsi a guardarla.
Rosa beve piano la tisana profumata di tiglio e arancio dolce, per scacciare dalle narici e dalla mente l’odore della pelle di lui. Fuori è buio e silenzio, non passa ancora nessuno. Un paio d’ore e la strada comincerà ad animarsi.
Si ritrova a pensare a Federico. Al cornetto del bar all’angolo nella busta bianca anonima. Alle mimose gialle e profumate. Alla scatola di tachipirina.
Poi lo sguardo le cade sui suoi romanzi, che le rispondono sventolandole davanti agli occhi il gilet giallo da postino, il naso storto. Rosa scuote la testa davanti allo sguardo di Federico, accarezza le copertine e va in camera da letto.
Sulla sedia sono già pronti i vestiti per domani, verdi e marroni, un po’ infeltriti. Rosa accarezza anche loro e li trova ruvidi. Si corica nel letto freddo, la mente infestata dai personaggi di quei romanzi, tutti che fanno il tifo per lei, le fanno attorno un girotondo acclamandola, la isolano dal mondo esterno, una cortina invalicabile, rumorosa, invadente. La solitudine scende opprimente sopra il copriletto. Il frigorifero ronza.

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