Ég elska þig

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Illustrazione di Agrin Amedì
Odio le feste, ma per contratto sono costretto a parteciparvi. Il mio psicologo dice che per superare il fastidio che mi dà la folla devo puntare all’accettazione, prima di me stesso e poi degli altri. Ma io ho un piano migliore… Jacopo Gorini si lancia in una storia comico-grottesca, originale, e ricca di stupore.

Odio le feste, ma per contratto sono costretto a parteciparvi. Il mio psicologo dice che per superare il fastidio che mi dà la folla devo puntare all’accettazione, prima di me stesso e poi degli altri. Ma io ho un piano migliore.
Mi presento sempre con almeno un’ora e mezza di ritardo, così da dare meno nell’occhio. Indosso immancabilmente un abbondante poncho messicano che altro non è che una vecchia coperta marrone a cui ho fatto un taglio al centro, per farci passare la testa.
Il padrone di casa, appena apre la porta, di solito mi guarda stupito ma sorridente, e nell’attimo in cui mi porge la mano per presentarsi, il mio piano inizia.
Gli piazzo in mano il pacco che ho portato con me e dico sorridente: «Un piccolo pensiero… Una torta gelato vegano, senza lattosio né uova né glutine… Va messa subito in frigo, però!».
Mentre si dirige verso la cucina dico con nonchalance: «C’è un bagno che posso usare un momento?». Ma so già che ce ne sono due, uno grande e uno piccolo, ho costretto il mio agente a disegnarmi una mappa della casa, è il minimo che possa fare quel maledetto aguzzino.
Mi dirigo con gli occhi bassi verso il bagno più piccolo, come un razzo, e in meno di trenta secondi dal mio arrivo sono finalmente al sicuro, chiudo a doppia mandata e tiro un sospiro di sollievo.
E così comincia la mia tipica serata festaiola, mentre fuori dalla porta la gente parla e beve e dice banalità, io mi tolgo il poncho e mi asciugo il sudore dalla fronte. Sotto ho un termos da campeggio a tracolla, con dentro tre bottiglie ghiacciate di prosecco, una confezione di tarallini pugliesi e un vassoio di pizzette. Metto la tovaglietta a quadri sulla lavatrice e sistemo tutto, stappo una bottiglia senza far rumore e riempio il calice. Adesso sì che cominciamo a ragionare! Tiro giù la tavoletta e mi siedo sulla tazza. Mi volto verso la porta e brindo dicendo a bassa voce: «Salute!».
Nei primi cinque minuti mi sono già scolato almeno tre bicchieri di vino a stomaco vuoto e comincio a divertirmi. Fuori dal bagno sento il solito vociare fastidioso e le risate insopportabili di quegli sconosciuti, ma cerco di ignorarli.
Mi diverto a guardare la sistemazione dei prodotti sulle mensole e faccio le mie analisi psicoattitudinali sugli abitanti della casa, senza toccare nulla. Dalla posizione degli spazzolini e dalla condizione delle spazzole immagino la vita amorosa dei proprietari, il rapporto con i figli, le loro professioni, i passatempi, gli amanti e le vacanze. Cerco di colorire un po’ il tutto con bagliori di autenticità, a volte mi vengono addirittura delle idee che userò in un romanzo futuro. Ma dopo un poco mi annoio e ritorno a pensare al mio soggetto preferito: me stesso.
Intanto che mangio le pizzette e scolo un bicchiere dopo l’altro mi vedo in luoghi lontani, su una spiaggia, finalmente libero. Se c’è una finestra, mi appoggio coi gomiti al davanzale e guardo la città davanti e sotto di me, sognando ad occhi aperti. Il mio agente mi sta aspettando da qualche parte lì sulla strada, appoggiato al cofano, fumando una sigaretta dietro l’altra, a controllare che non scappi dall’edificio prima dell’orario prestabilito.
A questo punto di solito è già passata un’ora e qualcuno ha sicuramente già bussato alla porta.
La prima volta resto immobile senza dire nulla. Se insistono tiro lo sciacquone e dico: “Occupato!” cercando di imprimerci un accento straniero.
Se insistono ancora mi verso da bere e attendo. Qui arriva la parte più delicata, ma sono pronto.
Un anno fa ho scoperto che l’islandese è una delle lingue più difficili e meno parlate al mondo. Saranno sì e no una ventina le persone che lo parlano in Italia. Conscio di ciò ho fatto l’estate passata un corso intensivo per tre mesi a Reykjavík. Sapevo che mi sarebbe servito in occasioni come queste.
Quando bussano per l’ennesima volta nell’arco di cinque minuti, dico a voce alta in islandese: «Baðherbergið er upptekið, farðu í burtu».
Che significa “Il bagno è occupato, andate via.”
Di solito c’è una pausa di qualche secondo, in cui rincaro la dose: «Bera virðingu. Nokkrar klukkustundir og ég fer út. Grazie!».
A questo punto mi lasciano stare e posso finire con calma i tarallini e la terza bottiglia di prosecco.
Per passare il tempo tiro fuori un libro e rimango a leggere finché non sento diminuire le voci fuori dalla porta con gli ospiti che salutano e vanno via.
Allora metto le bottiglie vuote e la tovaglietta nel termos, infilo la tracolla e copro tutto nuovamente con il poncho, poi esco dal bagno barcollando. Sono completamente ubriaco e le occhiate dubbiose degli ultimi ritardatari non mi fanno né caldo né freddo. Saluto i padroni di casa con confidenza ed esco prima che mi facciano domande imbarazzanti.
Fuori dal portone vedo il mio agente che mi fissa da lontano, socchiudendo gli occhi, come a cercare un indizio della mia disonestà. Intuisce che lo stia fregando in qualche modo.
Mentre mi apre la portiera mi chiede: «Com’è andata?»
«Come al solito…» rispondo.

Per contratto devo andare a una festa al mese per dodici mesi, e stasera è l’ultima volta. Da domani sarò libero.
Il mese scorso devo aver versato del vino sul poncho, già in macchina mi sono accorto dell’odore disgustoso che emano, tale da coprire quello della pasta al forno che ho messo nel termos.
Mentre sono sul pianerottolo e suono il campanello mi viene un brutto presentimento. C’è qualcosa che non torna… E se fingessi un malessere e tornassi in macchina? Ma ecco che mi apre la padrona di casa.
Faccio per darle la torta gelato, ma lei, senza degnarmi di un secondo sguardo, corre via dicendomi: «Il frigo è in fondo a destra, mettila via tu». E corre in salotto, unendosi ad altre donne di mezza età che ballano sopra il tavolo.
Mi guardo intorno e penso: “L’inferno, sono finito all’inferno. Sobrio in mezzo agli ubriachi”.
Lascio il dolce su un tavolino accanto all’ingresso e mi dirigo quasi di corsa verso il bagno di servizio. Secondo la mappa che ho memorizzato si trova in fondo al corridoio, a destra.
Durante il percorso un deficiente ride accanto alla mia faccia e mi sputacchia sul viso. Vado avanti anche se sarei tentato di tirargli una sberla in movimento. Una ragazza mi vede e afferra il poncho cercando di infilarcisi sotto. Ma sono troppo veloce per lei, non è la prima volta che mi succede, e la lascio alle mie spalle mentre inciampa sul pavimento.
Arrivo finalmente in fondo al corridoio e apro la porta. Mi blocco sull’entrata, non è un bagno ma una camera da letto. La luce è spenta ma si capisce che è occupata e in piena attività. Richiudo subito la porta e ritorno sui miei passi.
Cerco di analizzare la situazione lucidamente: la mappa dell’appartamento è errata, la musica fa schifo, sto morendo di caldo sotto questa coperta e soprattutto sono perfettamente sobrio. Intanto gli altri ospiti mi urtano e mi sorridono come se niente fosse, fottuti bastardi.
Decido di non farmi prendere dal panico e di andare per tentativi, in modo scientifico: apro tutte le porte che incontro, in senso antiorario. Dopo qualche minuto trovo finalmente un bagno, ma è occupato. Poi ne trovo un altro con dentro tre ragazze che fanno le loro cose come se niente fosse: una è seduta sulla tazza, l’altra si trucca, la terza parla in continuazione e sembra incazzata con qualcuno. Non si accorgono neanche di me.
Sto per avere una crisi, non riuscirò mai a farcela. Provo un’ultima porta ed è la mia salvezza, uno sgabuzzino! I rumori si attutiscono alle mie spalle mente scivolo sul pavimento con la schiena appoggiata alla porta.
Non c’è la chiave purtroppo, allora prendo la cassettiera nell’angolo per barricare l’entrata.
Adesso sì che si ragiona! Mi tolgo il poncho puzzolente e lo butto per terra. Metto la tovaglietta sul pavimento, stappo il prosecco e riempio il calice. Poi un altro e un altro ancora. Ho finito la prima bottiglia ma non mi diverto per niente. Feste di merda! Gente di merda!
Continuo a guardarmi l’orologio, ancora tre ore prima di poter uscire da questa casa senza destare sospetti con il mio agente. Scommetto che ha fatto apposta a darmi la mappa sbagliata, tanto da domani il contratto è scaduto e non dovremo mai più vederci. Ma come ci arrivo fino a domani? Non ho appetito e l’alcol non sembra fare effetto. La musica e le voci rimbombano in questo stanzino claustrofobico, per fortuna ho acceso la luce prima di entrare.
Decido di guardarmi attorno, è pieno di scatole vuote di elettrodomestici appena comprati, probabilmente ancora in garanzia. Un’aspirapolvere, un computer, una centrifuga, un televisore gigante… Tutte scatole vuote.
Mi viene un po’ di malinconia, e vedo in ciò una metafora della mia vita. Tutti fuori che si divertono e io chiuso in uno sgabuzzino insieme a delle scatole vuote… Che brutta fine ho fatto.
Sto per stappare la seconda bottiglia pensando alle mie ex fidanzate e a come avrei potuto essere felice con ognuna di loro, adesso, magari guardando la tv sul divano, una vita semplice e serena… quando qualcuno cerca di entrare nel ripostiglio.
La maniglia gira ripetutamente e l’anta sbatte contro la cassettiera aprendosi di un paio di centimetri.
Resto immobile e trattengo il respiro. Putroppo proprio in quel momento il tappo della bottiglia ormai semiaperta esplode con gran fragore, sovrastando addirittura il rumore della festa.
Una voce di ragazza dice in tono aggressivo: «Apri!».
Preso dallo stupore entro in pilota automatico e dico in islandese: «Baðherbergið er upptekið, farðu í burtu».
C’è un lunghissimo momento di pausa, in cui mi sembra che addirittura la musica di sottofondo si abbassi e tutti attendano di sentire la risposta della ragazza. Poi succede l’incredibile.
«Opnaðu þig, rassgat!» mi dice.
Capisco solo l’ultima parola, che sono sicuro significhi qualcosa tipo “stronzo” o “coglione”.
Come in un sogno mi vedo alzarmi, spostare la cassettiera e farla entrare.
È molto bionda e molto nordica. Senza neanche guardarmi chiude la porta di scatto e spinge la cassettiera per bloccarla. È sudata fradicia e si accascia sul pavimento sospirando.
La guardo mentre respira affannata, con gli occhi chiusi, delle lacrime le scorrono sul viso.
Apre gli occhi di scatto e con uno sguardo assassino mi fa: «Che cazzo hai da guardare?».
Non ho un buon carattere e non sono un tipo tollerante, allora rispondo: «Nel mio sgabuzzino faccio quello che voglio, se non ti piace trovatene un altro».
Lei sta zitta ma continua a guardarmi imbronciata.
Mi accorgo di avere ancora la bottiglia in mano che spande prosecco di ottima qualità dappertutto. Riempio il mio calice, lo prendo in mano e lo guardo per un momento. Poi lo porgo alla ragazza. Lei mi lascia con il braccio alzato e dice qualcosa in islandese, che non capisco. Appoggio il bicchiere per terra, di fronte a lei, e faccio: «Parlo pochissimo l’islandese, so dire solo alcune frasi banali. Hai fame?»,
Nessuna risposta. Per qualche oscuro motivo mi sento meglio e mi è tornato l’appetito. Visto che non c’è niente da fare metto una parte della pasta al forno su un piattino di carta e comincio a mangiarla di gusto. Intanto guardo in silenzio la ragazza: bella, islandese, di trent’anni circa, un paio di storie disastrose alle spalle, amante dell’Asia, in Italia in viaggio d’affari, grande fan di manga romantici…
Mentre fantastico sulla sua persona, lei mi fissa per tutto il tempo, in silenzio, poi prende il calice di fronte a sé e comincia a bere.
Guardo l’orologio, mancano ancora due ore, tanto vale fare una chiacchierata.
«Ti piacciono gli sgabuzzini?»
«Preferisco i bagni» risponde.
«Sì, anche io. Per me è la prima volta.»
Mi passa il bicchiere, che riempio nuovamente e le restituisco insieme alla pasta avanzata e al coltello per mangiarla.
«Odio la gente» continua, mentre addenta il primo boccone.
«Anche io.»
«Neanche tu mi piaci molto. Sei strano.»
«Non sono strano, sono gli altri che sono noiosi.»
Fa una risata sonora improvvisa e mi sputacchia del prosecco sul viso, ma non mi dà fastidio.
Iniziamo allora a raccontarci tutte le cose che non sopportiamo del mondo, poi passiamo ai nostri sogni che presto metteremo in atto. Il tempo passa velocemente e ho l’impressione che lei sia molto più strana di me, ma mi piace.
Mentre le sto raccontando dell’appartamento che un giorno comprerò ad Osaka, nel quartiere malfamato di Nishinari, la luce si spenge all’improvviso. Qualcuno deve aver urtato l’interruttore in corridoio. Mi alzo per avvicinarmi alla porta e mi scontro con lei, insieme perdiamo l’equilibrio e ci stringiamo l’un l’altra. La trattengo per la vita e mi accorgo che siamo al buio, sudati, ubriachi e abbracciati in una stretta più passionale del necessario. Lei non mi lascia, lo prendo come un segnale e avvicino il mio viso al suo. Ci baciamo lievemente, quasi castamente. Poi ridiamo.
Mi dice: «Accendiamo la luce e poi torniamo dentro».
Sposto la cassettiera e tenendoci per mano usciamo nel corridoio in cerca dell’interruttore.
Ci fermiamo sulla soglia, spaesati, guardandoci intorno. La musica non è così male e gli indigeni paiono amichevoli. Vedo in salotto la mia torta in bella mostra, divorata a metà.
«Ti va un dolce? L’ho portato io. È vegano, senza latte, senza glutine, ma è buono.
Mi sorride e mi segue, sempre tenendomi forte la mano. Mi dice: «Sei vegetariano?».
«No, ci mancherebbe.»
«Sei celiaco?»
«Ma va’…»
«Intollerante al lattosio?»
«Assolutamente. Io mangio tutto.»
«Perché hai portato questa torta, allora?»
«Per evitare che mi facciano domande all’entrata, un dolce così lo devi accettare per forza.»
Ci sediamo sul divano a mangiare e a bere. È pieno di gente simpatica con cui chiacchieriamo e ridiamo come se ci conoscessimo da una vita.
Stanno mettendo tutte le mie canzoni preferite, che scopro essere anche le sue preferite, allora ci alziamo e balliamo guardandoci negli occhi. Erano vent’anni che non ballavo in pubblico.
Quando la musica finisce e la festa è finita, la stringo a me. So che non dovrei farlo, che l’ho appena conosciuta, che questo tipo di cose spaventa e allontana le donne. Ma sono in fondo un inguaribile romantico e il momento è troppo epico per non aprofittarne. La fisso negli occhi e le dico l’unica altra frase che ricordo in islandese: «Ég elska þig».
«Anche io» mi risponde sorridendo.
La festa più bella della mia vita.

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