Tutti pazzi per il Western

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Illustrazione di Agrin Amedì
La mattina del 24 agosto, reduce della più grande abbuffata di würstel e patatine della sua vita, e stordito dall’eccessiva quantità di birra ingurgitata la notte precedente per accompagnare il pasto, il signor Falchetti, classe ‘48, si risvegliò all’interno del suo televisore… Minerva Arevalo entra in un mondo western, così lontano quanto presente.

La mattina del 24 agosto, reduce della più grande abbuffata di würstel e patatine della sua vita, e stordito dall’eccessiva quantità di birra ingurgitata la notte precedente per accompagnare il pasto, il signor Falchetti, classe ‘48, si risvegliò all’interno del suo televisore. Non sapeva bene come avesse fatto a finirci dentro, né tanto meno gli passava per l’anticamera della testa l’idea di scervellarsi più di tanto per cercare di darsene una spiegazione. Invece, semplicemente, gli piaceva. Ed era certo, anche, che si trattasse proprio del televisore del suo salotto, vista l’inconfondibile statuina di Freddy Mercury che sua moglie custodiva a mo’ di reliquia sopra al caminetto e che riusciva a scorgere da quella prospettiva.
In poco più di un batter d’occhio, quindi, dopo essersi guardato attorno per ammirare il panorama, passandosi una mano sulla fronte per spostare via un ciuffo di capelli lisci da davanti gli occhi, il signor Falchetti pensò che tutto sommato poteva ritenersi una fortuna essere piombato lì dentro a sua insaputa, e per giunta di domenica mattina. Il clima non era affatto male, ritenne. Soprattutto se confrontato con l’afoso venticello che a fatica cercava solitamente di entrare dalla veranda del suo portico. E poteva scorgere poi un sole accecante che splendeva alto in mezzo ai cieli, illuminando una distesa arida di sabbia rossa deserticola che lo circondava. Ma il caldo torrido che avrebbe dovuto accompagnare la discesa di quei raggi luminosi non lo toccava affatto. Gli sembrava di possedere addirittura un incarnato più uniforme e un’insolita postura eretta che non lo sosteneva più dai tempi della giovinezza. Al suo fianco c’era un grosso stallone color panna che rispondeva al nome di Neve nel deserto. Si chiese per un attimo come gli fosse venuto in mente così, di punto in bianco, di provare a interagire con l’animale chiamandolo proprio con quelle tre parole, ma dopo aver verificato che in effetti il cavallo rispondeva a ogni suo comando, smise di pensarci. Rimase poi particolarmente affascinato dalla stella color oro che qualcuno gli aveva spillato sul taschino della camicia a quadri blu e nera, e non poteva credere che quegli stivali di pelle a punta fossero proprio inseriti nei suoi piedi. Piedi che, fino a poche ore prima, erano avvolti da puzzolenti ciabatte di velluto, indicategli dall’ortopedico per alleviare il suo mal di schiena. Ma la cosa che lo eccitava più di tutto non era tanto essere lo sceriffo di chissà quale cittadina in missione verso chissà quale ricerca di giustizia, piuttosto l’idea di essere riuscito a marinare le scomode faccende della domenica mattina che sua moglie sempre gli impartiva. Si chiese poi a che ora sua moglie si sarebbe accorta della sua assenza, e, soprattutto, lo divertiva l’idea di immaginare la faccia che avrebbe fatto quella vecchia una volta che si sarebbe accorta che il suo anziano e – come lo definiva lei – “sfaticato compagno della vita” se la stava spassando nella bassa California. Ma l’anziana donna, Rachele, non fece invece alcuna smorfia quando, pochi minuti dopo il risveglio di Falchetti, accese la tv con l’intento di assistere all’ennesima puntata de La prova del cuoco per accompagnare la realizzazione dei suoi biscotti alla mandorla e limone. Decise invece di non cambiare canale, una volta trovatasi di fronte al panorama di quel western mozzafiato di cui mai nella vita avrebbe potuto ricordare il nome, e pensò che un po’di adrenalina non le avrebbe di certo fatto male, soprattutto per coronare quel giorno in cui finalmente il marito si era alzato presto e si era dato da fare, con la – da lei immaginata – intenzione di ottemperare a qualche utile faccenda atta al mantenimento della casa. La signora Falchetti si versò quindi una bella tazza di tè caldo e si sdraiò ad assistere alle galoppate del marito – che assolutamente non riconobbe dietro al suo cappello da sceriffo – mentre quest’ultimo, ora dopo ora, percepiva di ringiovanire tra un colpo di pistola e l’altro.
Per un po’di tempo sembrò proprio che tutto stesse andando per il meglio – o quantomeno finalmente per il verso giusto. Nonostante l’invereconda quantità di tempo che presumibilmente il marito stava impiegando per svolgere qualsiasi mansione, alla signora Falchetti non sembrava importare più di tanto che il marito tardasse così tanto a rincasare. Anzi, per la prima volta nella vita, da che si erano sposati, quell’assenza le sembrò quasi una benedizione, tanto che pensò quindi di coronare l’evento passando dal tè macha al vino bianco.
Nei giorni che seguirono la signora Falchetti iniziò ad apprezzare sempre più l’idea di non doversi più occupare del marito. Pensieri ricorrenti come il chiedersi se il marito avesse preso le sue pillole; preoccuparsi di rifare il letto; stavano lasciando il posto a immagini mai sperimentate, come per esempio l’idea di salire in groppa a un bel destriero e intraprendere un giro per il mondo, o danzare a piedi nudi a notte fonda sotto alla luce delle stelle. Dal canto suo, Falchetti, dall’interno del televisore, aveva appurato che la moglie in nessun modo avrebbe potuto vederlo e quindi aveva deciso di lasciarsi andare al trangugiamento quotidiano di fagioli e cotechino, e al diavolo il colesterolo! Dentro alle locande, poi, si sentiva sempre più, un po’ tra un Bud Spenser e un Clint Eastwood. Aveva preso, in breve tempo, a masticare spighe di granturco e sputare via le foglie di tabacco con un fare minaccioso. Andava matto per il country – che mai aveva ascoltato in tutta la sua vita – e per il poker nei saloon, e si sentiva proprio un grande eroe quando salvava una donzella dalle grinfie di un bandito. Ma la cosa più esilarante per lui restava osservare la moglie nel salotto, la quale non immaginava di esser vista. Fantasticava così di poterla deridere, oppure ricattare, una volta ritornato sul divano.
Col passare dei giorni, però, iniziò a notare a poco a poco dei piccoli dettagli della donna sui quali mai si era soffermato più di tanto, come per esempio il modo in cui Rachele sollevava la gonna di tre dita esatte prima di piegarsi per spolverare la parte bassa del camino, o l’occhiolino che mandava sempre alla statuina di Freddy Mercury dopo averla a fondo lucidata. Riconobbe dunque nella moglie una certa dose di ironia, e iniziò a ricordare quelle grandi chiacchierate che facevano insieme in tempi ormai lontani nei confronti dei sogni della vita.
Nel giro di quattro settimane la signora Falchetti, invece, aveva completamente dimenticato suo marito, mentre lui sviluppava sempre più un’ossessione nei confronti della moglie. Alle amiche che venivano a trovarla al brunch che aveva preso a organizzare ogni sabato mattina, Rachele diceva sempre che il marito se ne era andato chissà dove, e forse proprio in Messico, visto che lì le sigarette sono molto buone e che non aveva idea del se e del quando sarebbe stato di ritorno. Offriva poi loro dei liquori fatti in casa, allungati con oli essenziali di geranio – ricetta che aveva appreso seguendo i tutorial di Youtube, intrattenimento molto più moderno rispetto a La prova del cuoco che aveva smesso di vedere – e proponendo loro di visionare tutte insieme un bel film anni ‘40, che spesso si traduceva nell’esaltazione delle qualità fisiche di Humphrey Bogart o Cary Grant.
Il signor Falchetti cominciava allora ad accusare la fatica di stare in sella tutto il giorno e, oltre al rinnovato interesse per la moglie con la quale non sopportava di non poter più interagire, iniziava a provare anche un pizzico di invidia nei confronti di quegli attoroni dello Studio System che gli soffiavano la scena sotto al naso. Ma, soprattutto non sopportava quando questo furto della scena avveniva proprio all’interno dei film di cui lui stesso prendeva parte, ossia i western. Non poteva reggere il confronto col John Wayne di Ombre Rosse, e in più la parte da sceriffo sembrava a tutti meno interessante rispetto al solitario americano un po’ribelle che lotta per far tornare a casa la bambina rapita dagli indiani. Pensò quindi di modificare di un poco le trame delle narrazioni di cui faceva parte, esaltando per esempio il suo ruolo nel momento della cattura del bandito. Ma poi non sopportava la vista di Rachele che faceva il tifo per il bruto o il suo sguardo dispiaciuto quando lui finalmente lo acciuffava. Gli sembrava strano, e non capiva perché la donna prediligesse il lato oscuro. Era certo di aver fatto bene tutte le sue mosse eppure, quando arrivava quel momento, la moglie tirava su le spalle, sospirava, e poi spegneva il televisore, come se da lì in poi non gli importasse cosa la trama avesse in serbo.
Nei mesi che seguirono, il signor Falchetti iniziò poi a chiedersi cosa facesse sua moglie quando la tv non era accesa. Non che gli dispiacesse così tanto dormire per giornate intere, ma la curiosità lo dominava. Ed era certo anche che tra una visione di un film e l’altro talvolta passassero settimane piene. Purtroppo per Falchetti l’informazione che bramava così tanto non tardò molto ad arrivare. Il tutto avvenne un martedì sera di un giorno non feriale. Rachele era avvolta nel suo vestito rosso di velluto. Il signor Falchetti la vide accendere il televisore in sottofondo mentre si dava alla realizzazione di uno sformato di pollo con patate. Poi la osservò anche canticchiare allegramente una canzone realizzata dai suoi amati Queen mentre apparecchiava la tavola nel salotto, tirando fuori dalla credenza di sua nonna il servizio di piatti con intarsi in oro che riservava esclusivamente alle situazioni più uniche che rare, rammentandosi di quella volta in cui si erano giurati che lo avrebbero utilizzato per la prima volta solo per festeggiare la nascita del loro primo figlio – figlio che mai riuscì ad arrivare. Sentì poi suonare il campanello e vide entrare dalla porta un uomo robusto ed elegante che Rachele salutò con un lungo bacio appassionato. Vide poi entrambi cenare insieme in casa sua, passandosi le fragole di bocca in bocca, intinte in lussuosissime coppe di champagne. Il signor Falchetti non seppe bene cosa gli stesse succedendo nella pancia mentre era costretto, suo malgrado, ad assistere a quella scomoda visione. Seppe solo che era certo che fosse giunto il momento di fare le valige e tornare verso casa: il guaio è che non aveva la benché minima idea di come fare.
Trascorsero così una discreta quantità di mesi in cui Falchetti passò il tempo a osservare sua moglie e il suo nuovo compagno della vita mentre si davano in cene romantiche e notti lussuriose. Dal canto suo fece del suo meglio per provare a comunicare con Rachele. Provò a rompere la regola chiave del cinema classico hollywoodiano, ossia mai guardare in camera. Si mise a urlare davanti all’obiettivo come uno scriteriato, implorando Rachele di ascoltarlo. Ma Rachele non era in grado di sentirlo mentre trascorreva felice e innamorata le sue giornate nelle braccia del suo uomo, il quale ottemperava anche a tutte le faccende della casa senza che lei dovesse dire nulla.
La mattina del 24 luglio, a quasi un anno da quello che ormai Falchetti riteneva il suo incidente, Falchetti prese un cappello più pesante e si diede per vinto in modo conclusivo. Smise di andare in cerca dei banditi e iniziò a trascorrere i suoi giorni ciondolando sulla sdraio posta nel portico della stazione di comando. Iniziò a bere whiskey e prese a suonare l’ukulele. Capì finalmente perché a tutti gli sceriffi dei film western che vedeva da ragazzo non importa un fico secco della loro cittadina giacché alla fine gli eroi erano sempre altri. Lasciò che i banditi rapinassero la banca davanti al suo sguardo assente; non fece nulla per impedire che scoppiasse l’esplosivo che avevano inserito dentro al treno; lasciò che gli indiani prendessero parte della cittadina. Lo sfiorò l’idea di passare dalla parte del lato oscuro, di indossare le penne tra i capelli e di tatuarsi un bell’acchiappasogni. Ma poi pensò che niente avrebbe modificato la sua posizione da lurido fallito, e decise quindi di rassegnarsi al suo destino.
Poi venne un giorno, in mezzo alle fiamme di un incendio, in cui il signor Falchetti scorse uno scuro cagnolino intrappolato sotto a un tavolo spezzato di un piccolo casale. Pensò che quello fosse il modo giusto di morire, salvare quella creaturina che nessun male aveva fatto e poi spegnersi, dimenticando tutto. Invece non si spense, riuscì ia tirare fuori il cagnolino dall’incendio e a salvare altra gente rimasta intrappolata dentro a quel casale. Non gli importò nulla dell’applauso che lo accolse a missione completata, ma gli importò invece dello sguardo di quel cane. Così tenero, pieno di speranza nei confronti della vita. «Ti chiamerò Bob» gli disse, mentre il cuccioletto lo leccava scodinzolando all’impazzata.
«Bob era il nome del mio cane» disse poi Rachele all’improvviso, rivolta al suo nuovo compagno per la vita. Gli occhi di Falchetti si illuminarono di gioia, il suo cuore si gonfiò di limpida speranza. Aveva capito finalmente qual era la chiave per tornare da sua moglie. Riempire le trame dei suoi film di dettagli e situazioni che ricordassero alla donna tutti gli anni che avevano trascorso insieme.
Sempre al fianco del suo fido cane Bob, il signor Falchetti cominciò a trasformare le praterie di ogni western nell’ambiente più ideale per mettere su una bella pellicola d’amore, degna dei vecchi nomi del passato, come Susanna!, o La signora del venerdì. Comparvero allora sullo schermo, per la prima volta, scene in cui tutti ballano e poi provano vestiti, o lunghe galoppate intraprese da un uomo disperato per sbrigarsi a raggiungere l’amata per farle una tenera dichiarazione. L’interesse di Rachele per il western si riaccese, soprattutto perché non c’era niente che fosse prevedibile, e non riusciva poi a capacitarsi di come fosse possibile che ogni scena gli ricordasse il vecchio amore o un desiderio che aveva bramato in gioventù e che aveva abbandonato da ormai così tanto tempo da pensare di non averlo mai desiderato. Riprese poco a poco a sentirsi carica di vita, di quella vita che sognava di sperimentare da ragazza. Una vita un po’selvaggia ma al tempo stesso un po’sicura, accanto al suo compagno della vita. Andare insieme in giro per il mondo prendendo al balzo ogni singola avventura. Ma pensò poi, nel tempo di un battere di ciglia, che tutto quello fosse finto, e che forse stava per prendere un secondo abbaglio molto grande. E fu così che accettò, un po’di punto in bianco, di sposare il suo nuovo compagno per la vita.
Dovette però ricredersi, non molto tempo dopo, quando Falchetti cantò dal televisore Somebody to love, dei suoi amatiQueen a squarciagola, dopo aver confessato a un indiano appena catturato che nulla ha senso nella vita se ciò che fai non lo fai in nome dell’amore. Gli occhi di Rachele di riempirono di lacrime, il suo cuore riprese a palpitare mentre assisteva a quella scena. Il suo nuovo compagno per la vita rise invece in un modo un poco esagerato, scoccando davanti al volto di Rachele le sue dita per tre volte. «È assolutamente ridicolo!» le disse, cercando di farla ritornare sulla Terra. Ma Rachele ormai aveva capito quel che aveva da capire. «È assolutamente perfetto» gli rispose, ritrovandosi di colpo catapultata all’interno del televisore. Il signor Falchetti e la sua anziana moglie si riconobbero all’istante e si abbracciarono calorosamente, proprio come fecero il giorno delle loro nozze. Salirono poi in groppa a Neve nel deserto senza tanti giri di parole e partirono alla scoperta degli spazi sconfinati del Far West, e poi per chissà dove li avrebbe condotti il vento, giurandosi a vicenda che mai più, in questa o in chissà quale altra vita, avrebbero permesso a sé stessi di dimenticare ciò che sono.

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