Prossima fermata

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono single, mai sposata né accompagnata. Non ho figli. Sono di statura normale, né magra né grassa, castana di capelli, e di solito vesto di nero per non dare nell’occhio: sono una borseggiatrice… Maria Teresa D’Agostino dà voce a una storia ben lontana dagli stereotipi comuni.

Sono single, mai sposata né accompagnata. Non ho figli. Sono di statura normale, né magra né grassa, castana di capelli, e di solito vesto di nero per non dare nell’occhio: sono una borseggiatrice. No, non occasionale, direi piuttosto seriale. Il mio lavoro mi piace. Le scariche di adrenalina che lo connotano a ogni colpo – sia che vada bene sia che vada male – fanno sì che la mia vita mi piaccia così come è. Oltre al guadagno, naturalmente, altrimenti non sarebbe un lavoro. Ogni tanto la metro è la piazza che scelgo, e lì posso lavorare bene quando c’è tanta gente. Stasera di gente ce n’è poca, eppure è l’orario del rientro a casa. Figurati, addirittura ci sono posti liberi. Devo stare attenta e aspettare solo l’occasione giusta. Mi guardo intorno; solo gente poco interessante. Una ragazzina con le unghie lunghe laccate di rosso muove le dita sui tasti del telefonino con una velocità supersonica. Un omino con un impermeabile troppo stretto, con una mano tiene la cartella da lavoro e con l’altra la busta della spesa del discount. Ecco, sì, quella signora è carina. Ben pettinata, truccata quel tanto che basta, grassottella, indossa un bel cappotto verde e ha una borsa di pelle color mattone, una Fendi sicuramente, non chiusa completamente. Indossa un bell’orologio, credo un Cartier. Strano. Non deve essere abituata ad andare in metro, altrimenti avrebbe lasciato a casa quegli oggetti di lusso. Devo tenerla d’occhio. Potrebbe essere la persona giusta.
Prossima fermata, non scende e non entra nessuno. Che strano. Ma cosa sta succedendo di così importante oggi? Magari c’è stato un attentato. Mia figlia a quest’ora sarà nella palestra di quartiere e sicuramente troverebbe un po’ di gente in più se l’esplosione è avvenuta nei paraggi. Sì, magri proprio accanto alla palestra dove va ad allenarsi. Arriverebbe la polizia con le sirene spiegate. Poco dopo tre autoambulanze comparirebbero in fondo alla strada, cercando di farsi largo tra la gente. Ci sono i corpi di almeno quattro persone a terra. Un’esplosione fortissima, un boato che ha scosso le mura dei palazzi e che si è sentito in buona parte della città. Mia figlia – a dispetto di tutto – studia medicina, è brava la mia ragazza. Cercherebbe di rendersi utile dando una mano ai colleghi del 118 per medicare i feriti e aiutare chi è paralizzato dalla paura.
Un’altra esplosione, più violenta della prima, si sentirebbe provenire dall’altra parte della città. La gente piangerebbe, mossa da un terrore incontrollabile. Ed ecco che una macchina arriverebbe a tutta velocità investendo la piccola folla accanto alla palestra. Mia figlia verrebbe spazzata via come una foglia al vento e poi catapultata dall’altro lato della strada, ma subito dopo si alzerebbe. Sta bene, mia figlia. Quel bel cappotto verde che le ho regalato è intatto, nonostante il volo che ha fatto. Mi chiamerebbe al telefono e mi direbbe che ci vedremo a cena: stasera preparerà qualcosa di buono per me.
Prossima fermata: il treno sobbalza, la frenata è brusca e violenta. La signora con il cappotto verde perde l’equilibrio e si appoggia a me con tutto il suo peso: sfilarle il portafogli dalla borsa è un gioco da principianti. Si aprono le porte, mi allontano con i tempi giusti per uscire con disinvoltura. Arriva tanta gente a prendere il treno. Qualcuno commenta la partita di calcio finita poco fa. Guardo il mio telefono e no, mia figlia non mi ha chiamata. Neanche oggi, dall’altro mondo, dopo tanti anni.

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