Pasolini, il cricket e i fegatelli

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Illustrazione di Agrin Amedì
Dovevo chiudere il cimitero, io. Ero custode al servizio del Comune di Casarsa della Delizia. E la sera di ogni santo giorno dovevo assicurarmi che Pier Paolo Pasolini fosse tornato alla sua tomba… Stefano Mariantoni ci catapulta in una storia immaginaria e fedele alla realtà.

Dovevo chiudere il cimitero, io. Ero custode al servizio del Comune di Casarsa della Delizia. E la sera di ogni santo giorno dovevo assicurarmi che Pier Paolo Pasolini fosse tornato alla sua tomba. La libera uscita era un privilegio che spettava solo alle anime dei poeti, per le altre – al massimo – era consentito un giretto sul selciato del camposanto tra i cancelli e la chiesetta. Poi, al secondo suono della sirena, scattava il coprifuoco per tutti. Ma questo Pasolini le regole le aveva sempre digerite male. L’avevo visto uscire con un pallone di cuoio sottobraccio, una vecchia maglietta del Bologna addosso e i calzettoni abbassati.
«Vado a giocare,» mi aveva detto accelerando il passo, iniziando il suo riscaldamento » ci vediamo dopo».
«Non faccia tardi,» gli avevo strillato dietro «mi raccomando».
Invece si stava facendo buio. Guardai l’orologio. Erano quasi le sette. Mentre aspettavo il suo ritorno raddrizzai qualche ramo della pianta di alloro dietro la lapide. Staccai una foglia e l’annusai. Mi venne voglia di una padellata di fegatelli.
Mi stavo chiedendo se quella libertà fosse una mezza specie di paradiso. Poter stare ancora nel mondo, senza documenti, senza tasse da pagare. Col solo rischio di essere riconosciuti. E se qualcuno avesse chiamato il defunto col suo nome… puf, quello avrebbe perso il suo privilegio. Per l’eternità.
«Lo so, lo so. Lo so bene, il rischio che corro.» La voce di Pasolini sfiorò le mie spalle. «L’ho sempre saputo.»
Poteva leggere i pensieri. Rispondeva ai silenzi. Era un altro bonus riservato ai grandi della letteratura.
Mi voltai. Aveva un ginocchio scorticato e una goccia di sangue era scesa lungo lo stinco colorando il bordo del calzettone. Teneva entrambi i piedi in equilibrio su una striscia sottile di marmo messa di traverso al vialetto per suggerire ai visitatori di fermarsi davanti alla tomba del poeta e a quella gemella di sua madre Susanna.
«Cos’ha fatto al ginocchio?» gli chiesi con un certo stupore. Non pensavo che un’anima potesse sanguinare ancora.
«L’ala destra va giù spesso, quando salta l’uomo» disse orgoglioso, sollevando le spalle. «I terzini non la prendono mai bene.»
«Sì, vabbè… ma cerchi di essere più puntuale.» Del resto, ero io che rischiavo il posto per i suoi continui ritardi.
«Sarei più a mio agio se ci dessimo del tu» sbuffò, avvicinandosi alla piccola lastra quadrata con incisi dentro due parentesi i numeri 1922 e 75. «Te l’ho detto mille volte.»
«Come vuoi, Pasolini. Ma non è questo il punto…»
«Il punto è che sto insegnando come si gioca a calcio a un gruppo di ragazzi pachistani» mi interruppe con aria da allenatore navigato. «Se prendi la statale verso Udine, saranno un paio di chilometri, dietro un palazzone grigio ci sta una spianata dove li ho visti mentre si divertivano con le mazze di legno e i guantoni e battevano e lanciavano e scattavano come matti in mezzo alla polvere.»
«Pensa te…» dissi.
«Mi hanno proposto di giocare, che gli serviva un ricevitore, ma non era proprio facile… all’inizio non ci capisci una mazza, letteralmente, col cricket. Piano piano, però, ci ho preso confidenza.»
«E come li hai convinti a giocare a calcio, poi?» gli domandai.
«Quando finivamo l’allenamento prendevo la loro palla, che è meno della metà di un pallone da calcio, e mi mettevo a palleggiare. Destro, sinistro, destro, sinistro, coscia, coscia… la calciavo in alto e la stoppavo al volo. Ora quelli amano il football più di me e a ottobre iniziano il campionato di terza categoria. Stanno messi bene, soprattutto a centrocampo…»
Pensai che era buffo, Pasolini. Invece di entrare in incognito in qualche libreria per sbirciare biografie e raccolte a lui dedicate se ne andava in cerca di un campetto per giocare in mezzo a degli sconosciuti.
«È ben strana, questa cosa» ribatté al mio ragionamento.
«Ma a me dei critici sai quanto me ne frega? Niente di niente. Vado verso i cento anni. È il momento dei tributi. Che la vita ti processa e la morte ti assolve. Poi rimane solo l’arte. Lo vedi il viavai della gente? Li conti i pellegrinaggi dei lettori e le visite guidate al mio ricordo?»
«Sì, però devi ammettere che non sei un defunto normale» gli dissi sorridendo, mentre lui si accucciava sulla sua tomba per raccogliere un foglio protetto da una busta di plastica trasparente.
«Che dovrei fare? Ho questa libertà e me la prendo tutta. Ti faccio stare sulle spine coi miei ritardi, ma poi alla fine arrivo sempre. Abbi pazienza.»
Dovevo andare, che il coprifuoco valeva anche per me. Avevo proprio bisogno di riposare un po’in pace quella sera. L’indomani sarebbe stata giornata di riesumazioni. Ma ero anche curioso di capire cosa ci fosse scritto in quel pezzo di carta.
«Oggi è venuto un tizio che non avevo visto mai» mi accontentò, il poeta. «Con lui c’era un bambino che avrà avuto tre anni, tutto riccetto, rincorreva una farfalla mentre quell’altro – che forse era suo padre – stava fermo qua davanti con questo foglio in mano. Me lo ha letto a voce bassa. Poi s’è abbassato. Ha chiuso gli occhi. Ha pensato a occhi chiusi un eterno riposo. Poi l’ha messo giù, adagio adagio.»
Avevo proprio voglia di leggerlo… «Puoi farlo» mi disse, porgendomi il foglio.
Lo afferrai. Era scritto a mano. L’inchiostro nero.

La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi

Ci fu un bel silenzio lungo. Pier Paolo Pasolini stava iniziando a lasciarsi scomparire.
«Me ne vado a casa» gli dissi. «È quasi ora di cena.»
Fece in tempo a staccare un ramo di alloro dal cespuglio che era alto come lui. Me lo mise in mano.
«Fatti due fegatelli, stasera» disse il poeta.
E io volevo almeno dirgli grazie, ma lui non c’era più.

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