L’ombra lunga

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono riuscita per un soffio a chiudere la porta a chiave, ma lui è già qui fuori che urla e mi dice di aprire. Dà calci e pugni alla porta che spero sia abbastanza solida, ma so che presto toccherà a me. Se solo avessi fatto più attenzione con la minestra, se solo non avessi sempre la testa tra le nuvole… Natascia Palamà veste i panni di un’esistenza pronta a sorprendere.

Sono riuscita per un soffio a chiudere la porta a chiave, ma lui è già qui fuori che urla e mi dice di aprire.
Dà calci e pugni alla porta che spero sia abbastanza solida, ma so che presto toccherà a me.
Se solo avessi fatto più attenzione con la minestra, se solo non avessi sempre la testa tra le nuvole. Sbaglio sempre, continuamente, non ne faccio una giusta!
«Apri questa dannata porta, apri, cazzo non farmi arrabbiare ancora di più!»
Tremo all’idea di vedermelo davanti, le sue mani sono pesanti, più pesanti delle parole che riesce a dirmi quando è arrabbiato. Sono riuscita a scappare questa volta, più per istinto di sopravvivenza che altro, ma temo che se non si calmerà sarà peggio ancora… forse è il caso che io apra. «Ti prego, calmati e apro» gli sussurro da dietro la porta. «Apri!» Lo faccio, obbedisco come al solito.
Sono pronta a farmi investire dalla sua ira, sono pronta e vuota come un fantoccio, priva di qualsiasi volontà.
Giro la chiave e mi preparo a prenderle un’altra volta, e da una parte spero sia l’ultima.
Entra sbattendo la porta contro il muro che trema.
Il vaso di cristallo sul comò cade e si fa in mille pezzi.
Indietreggio facendomi scudo con le mani ma inciampo e cado a terra. Le gambe mi tremano. Ho paura. Piango e lo imploro di non farlo. Lui mi ignora come al solito. Si accanisce su di me con una rabbia ceca.
Mi dà un calcio nello stomaco forte, fortissimo. Io mi rannicchio su me stessa per il dolore. Per un attimo mi manca il fiato. Ne arriva un altro non so bene dove, ma fa male. Mi contorco ancora di più. Mi prende per i capelli, mi dice che sono la solita stronza. Chiedo scusa sperando di placarlo. Niente.
La sua collera cresce e ora si accanisce sul mio viso. MI faccio scudo con le braccia. Ne prende uno e lo torce fino a farmi urlare di dolore. Poi schiaffi. Pugni. Io gemo. Non ho neanche più la forza di difendermi. Sento il sapore acre del sangue in bocca. Mi mette le mani al collo. Stringe. Forte. Senza pietà. Sento mancarmi il fiato. Lo guardo negli occhi implorandolo di smettere ma il suo sguardo è vuoto.
Mi faccio la pipì sotto, come una bambina. Sento il liquido caldo scivolare tra le mie gambe, incapace di fermarlo, in balia degli istinti di qualcuno che non sono io.
Come da bambina. Urla, insulti e poi giù botte, calci pugni. Bastava un nonnulla per istigarlo. Piangevo rannicchiata in un angolo del pavimento e mi facevo la pipì sotto. Rimanevo in quella pozza calda con le gambe tremanti.
Rivedo gli occhi di me bambina pesti e imploranti, io ferma immobile, atterrita, come ora. Piangevo ma lui non si fermava. Io sentivo i gemiti di mia madre che incassava in silenzio. Come me. Il caldo dell’urina che mi scivolava tra le gambe.
Mi coprivo la testa con le mani per non vedere ma sentivo tutto, insulti, bestemmie, i suoi colpi su di lei come tonfi sordi. Rimanevo lì in un angolo senza fare niente.
Piangevo e mi pisciavo sotto.
Ferma immobile e bagnata. Paralizzata. Impotente. Cercavo di non fare rumore, trattenevo i gemiti del mio pianto, pensavo che forse così avrebbe smesso prima. Sbagliavo. Non si sarebbe fermato mai, mai e poi mai. Non avrebbe avuto alcuna pietà.
Il nostro silenzio lo faceva incazzare ancora di più. Nessuno opponeva resistenza e lui continuava, imperterrito. Smetteva solo quando ne aveva abbastanza.
Un giorno ha smesso ma solo davanti al corpo inerme di mia madre e i suoi occhi che non mi guardavano più.
Sento mancarmi il fiato. Le sue mani sul mio collo stringono in una morsa che spero fatale. Sento le forze andare via. Le mie mani strette intorno alle sue che cercano invano una via di scampo.
Mollo, non ce la faccio. Le mie braccia si abbandonano inermi sul pavimento, bagnato di pipì. Nell’ultimo istante di lucidità che mi rimane avverto un dolore pungente. Qualcosa mi taglia. Non so cos’è ma lo afferro. Lo stringo e mi ferisco. Non fa male. Non può farmi più male di tutto questo.
Glielo pianto sulla schiena due, tre volte e funziona. Molla la stretta che mi toglie il respiro. Io rantolo riprendendo fiato.
Lo colpisco ancora dieci, cento, mille volte in preda a una collera sconosciuta. Urlo, tirando fuori tutta la mia voce, urlo fortissimo. Quando lui cade a peso morto su di me non smetto. Continuo a inveire sul suo corpo privo di vita con tutta la mia forza.
Si è arreso finalmente. Vi siete arresi, finalmente.

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