Er lupo è sempre er lupo

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era una volta una giovane ragazza di nome Jessica, ma tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso per via del cappello rosso che indossava sempre, in tutte le stagioni, anche in pieno agosto. Viveva nel quartiere di San Basilio, tra case popolari e baracche, in quel limbo metropolitano che divide la Tiburtina dalla Nomentana… Natascia Palamà monta in sella a uno scooter alla ricerca di una nuova morale.

C’era una volta una giovane ragazza di nome Jessica, ma tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso per via del cappello rosso che indossava sempre, in tutte le stagioni, anche in pieno agosto. Viveva nel quartiere di San Basilio, tra case popolari e baracche, in quel limbo metropolitano che divide la Tiburtina dalla Nomentana.
Finite per il rotto della cuffia le scuole medie, era entrata nel mondo del lavoro o, per meglio dire, in quello criminale della compravendita di droga. La mamma, povera donna, non se ne poteva fare una ragione, ma quando Cappuccetto aveva iniziato ad avere il suo giro e la sua clientela fissa le cose andavano meglio a casa e lei aveva potuto smettere di pulire le scale per sei euro l’ora. Certo, era un po’ stressante, col telefono che squillava ogni cinque minuti e gente che andava e veniva per procurarsi la sua dose, ma i frutti non tardarono ad arrivare e Cappuccetto dimostrò una grande attitudine per gli affari – cosa che nessuno si sarebbe aspettato da lei, visti i suoi voti in matematica.
Un giorno la mamma chiamò Cappuccetto e le disse: «Ah Cappucce’, sbrighete, c’è tu nonna che ha finito er fumo, lo sai che nun se regge quanno è così, devi andaje a portà quarcosa sinnò chi se la sente co’ tutti li dolori che c’ha alle ossa!». «Ah ma’, che palle! Lo sai che non me va de arivà a Torpignattara, ce sta ‘n traffico da paura a quest’ora! Vacce te!» «Eh no Cappucce’, che me mandi in giro co’ tutta quella robba che se me fermeno le guardie me so’ fatta l’affari mia pe’ i prossimi dieci anni?»
Così Cappuccetto si preparò e prima di uscire di casa indossò il suo solito cappello rosso. Quando stava per uscire la mamma le disse: «Me racomanno Cappucce’, nun passa’ pe’ Tor Cervara che è sempre pieno de guardie e de posti de blocco, e a me de portatte l’aranci a Regina Coeli nun me va proprio». «Ammazza che palle! – disse Cappuccetto – Se faccio er Raccordo a quest’ora becco ‘na toppa che la metà basta, nun me rompe famme fa… e poi c’ho la punta cor Lupo in piazzetta, sta cor motorino e se famo il raccordo, e lì si che ce parano e buttano via ‘a chiave!»
Cappuccetto uscì di casa e dopo pochi passi arrivò all’appuntamento col Lupo che si era appena rollato una canna e stava tranquillo sul muretto a fumarsela. Quando il lupo la vide le disse: «Ah bella Cappucce’, te li voi fa’ du’ botti?» Ma Cappuccetto rispose: «Ma quali du’ botti, ah Lupo, me tocca anna’ da mi’ nonna che ha finito er fumo. Daje va, accompagname e sbrigamose che a me già nun me va.»
Allora i due salirono sul motorino e partirono alla volta di Tor Pignattara. La strada era molto trafficata come al solito: macchine parcheggiate in doppia fila, furgoni che occupavano la carreggiata per scaricare o caricare la merce, e un traffico abominevole tipico della periferia romana. Arrivati alla fine di Tor Sapienza, poco prima del semaforo all’incrocio con la Prenestina, ecco sbucare una pattuglia della Polizia. Cappuccetto penso tra sé e sé: «Ammazza che sfiga, mi’ madre me l’ha tirata, se me fermano e me perquisiscono oggi va a finì male!» Ma il Lupo, avvezzo a quel tipo di imprevisti, sgattaiolò come un felino tra le macchine ed evitò il posto di blocco. «Bella Lupo, sei ‘n grande – esclamò Cappuccetto – stavo già a smaltì! Mo’ però sbrigamose che nun vojo artre sorprese!»
Arrivati a destinazione Cappuccetto scese dal motorino e disse a Lupo: «Aspettame qui, ce metto n’attimo». «Va beh – rispose il Lupo accendendo lo spinello lasciato a metà poco prima – basta che non me ce fai fa la muffa.»
Cappuccetto suonò al citofono della nonna una, due, tre volte senza ricevere alcuna risposta. Così spazientita si mosse di qualche passo e urlò: «Ah nonna c’hai deciso me apri’ o no?». Richiamata dalle urla di Cappuccetto la nonna si affacciò: «Ao, ma che te urli, mica stai al mercato!». «Daje no’ aprime che vado pe’ due!» La nonna si apprestò ad aprire il portone e Cappuccetto salì. Trovò la porta di casa accostata ed entrando vide subito la nonna seduta sulla poltrona davanti alla televisione con il volume altissimo. «Ce credo che nun senti er citofono, senti che casino, ma voi abbassa’ sto’ volume!» La nonna guardò Cappuccetto con gli occhi stralunati e un’espressione languida. «Bella de nonna – disse – vie’ qua, fatte da ‘n bacetto!» «Ma che bacetto ah no’, mica se po’ fa che ogni volta me tocca veni’ fino a qua!» E così dicendo si avvicinò per salutarla. «Ah nonna, ma che te sei messa pure a beve? Puzzi de vino che accori!» «Eh sì – rispose la nonna – avevo finito er fumo e non sapevo che fa pe’ famme passà i dolori.» «Ma guarda che occhi che c’hai, e poi nun te reggi in piedi! Nun devi beve, te fa male, te ce manca solo la cirrosi!» «Va bene – disse la nonna – ma che m’hai portato?» «Quello che m’hai chiesto. Eccotelo qua, fattelo basta pe ‘n po’!» Detto questo le schioccò un bacio sulla guancia e fece per andarsene. E fu proprio in quel momento che le si pararono davanti alla porta due carabinieri. Cappuccetto, presa dal panico, indietreggiò in un balzo, si affacciò alla finestra, prese velocemente le misure e capì di avere una via di fuga. Per sua fortuna l’appartamento della nonna era al primo piano e il suo terrazzino era un paio di metri sopra alla tettoia del portone d’ingresso. Senza pensarci troppo scavalcò e saltò, e poi dalla tettoia saltò di nuovo finendo sul marciapiede. Cappuccetto vide Lupo che, dopo aver consumato, se ne stava tranquillo a cavalcioni sul motorino con lo sguardo perso nel vuoto e urlò: «Namo!» «‘Ndannamo?» disse il lupo stralunato. «Ma come ndannamo, ah Lupo, ma che te sei rimbambito tutto ‘nsieme? Ce stanno le guardie, sbrigate!» I riflessi di Lupo però non erano vigili abbastanza e nel togliere il cavalletto al motorino cadde goffamente su un lato portandosi dietro lo scooter. Cappuccetto allora, presa dal panico iniziò a correre per via di Tor Pignattara, schivando vecchietti, mamme con i passeggini, ambulanti e chiunque le si parasse davanti. Arrivata all’incrocio trafelata si sentì chiamare. «Bella Cappucce’!» Si girò, e non credendo ai suoi occhi, vide una sagoma familiare. Era il Cacciatore, amico di vecchia data di Cappuccetto, in sella al suo scooter con lo zaino di Deliveroo sulle spalle. Con un balzo da saltatrice in lungo salì dietro al Cacciatore e gli gridò: «Cori cori, Cacciato’, cori che c’ho le guardie appresso, cori!» Il cacciatore non se lo fece ripetere due volte: diede il gas e in men che non si dica era già su via Casilina, disperso tra una miriade di macchine.
Poi, passata la grande paura, Cappuccetto disse: «A Cacciato’, m’hai sarvato!, meno male che t’ho beccato che se stavo a aspetta’ er Lupo già stavo al gabbio!» Gli regalò uno spinello e tornò a casa sana e salva.
Da quel giorno Cappuccetto fece tesoro della lezione e decise così che Lupo era un soggetto da non considerare affatto affidabile.

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