Il ragazzo lupo

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
È sdraiata sul letto, immobile, una camicia da notte bianca, morbida, che la veste con la cura con cui si coprono gli oggetti preziosi, e che segna appena il seno, e le piccole creste sporgenti del bacino, una sedia di legno vuota vicino alla porta. Quando apre gli occhi il ragazzo lupo è lì… Vittoria Elena Papa dà un nome all’origine del respiro.

È sdraiata sul letto, immobile, una camicia da notte bianca, morbida, che la veste con la cura con cui si coprono gli oggetti preziosi, e che segna appena il seno, e le piccole creste sporgenti del bacino, una sedia di legno vuota vicino alla porta. Quando apre gli occhi il ragazzo lupo è lì. Ma dal modo in cui lo fa, dalla calma del suo respiro, dalla piega morbida delle dita bianche e sottili che galleggiano sullo sterno come onde su un lago mansueto, si direbbe lo abbia sempre saputo. Forse non dormiva in realtà, forse non ha mai attraversato quel confine sottile come un filo di lana che fa inciampare nei sogni. Si direbbe piuttosto che stesse aspettando il momento giusto per accendersi. Così i suoi occhi, più neri del buio attorno a sé, brillano nella stanza. Non si muovono, né si muove lei, nemmeno di un centimetro, a eccezione di quella minuscola detonazione di ciglia. Non è sola. Il respiro di lui riempie il silenzio lasciato dai polmoni di lei, perfettamente, come una canzone. Si parlano già così. E si guardano anche, ultraterreni, attraverso il buio. Perché esattamente quattro metri sopra il corpo di lei se ne sta immobile il ragazzo lupo. Disteso contro il soffitto. Non fluttua, non galleggia. Maledetto da una gravità opposta a quella di lei lascia la sua schiena nuda comodamente appoggiata contro l’intonaco. Il muro bianco si staglia solo per contrasto in quella semioscurità fatta di infinite sfumature di nero. Ce ne sono migliaia di neri, milioni, anche. Lei ormai li distingue tutti. È da tanto che vede nel buio. Riconosce i contorni dei tatuaggi sul corpo di lui come esplosioni di antimateria sul torso nudo. Riconosce il valico di pelle del suo petto, delle sue spalle, lo spazio perfetto lasciato tra il braccio e il fianco appoggiati distrattamente l’uno vicino all’altro. Ma soprattutto riconosce la sua testa di lupo, il pelo che inizia all’attaccatura del collo e ne ricopre il volto ferino, il muso affilato e le orecchie vigili, i denti acuminati che si intravedono tra le fauci semi chiuse. C’è nell’aria una tensione leggera. Qualcosa di simile all’impercettibile forza tra due magneti, invisibile, ma che come una marea lenta continua a montare, agitando sempre più il respiro di lei e il cupo, sinistro, rantolo tra le fauci di lui. Il fiato del lupo passa tiepido vicino ai denti e cola giù verso il basso, gonfio dei ricordi di sangue di una caccia recente. Lei inspira. L’aria sa di rame fra le narici. Il cuore inizia a battere forte, tanto da far sfiorare la camicia da notte contro la pelle del seno, ritmicamente, una cosa impercettibile, eppure così distinto per gli occhi famelici del ragazzo lupo. Chiude quelle fauci e le riapre, umide, bagnate di saliva. La fame si fa acqua tra i suoi denti e si condensa tra i canini, densa, appiccicosa, così carnale da spezzare la stessa magia che li tiene distanti, scollandosi come una goccia che casca al contrario, trascinandosi lenta verso il petto di lei fino a infrangersi sulla stoffa di cotone che se ne imbeve. Una macchia scura. Sente la stoffa farsi umida, raffreddarsi. Un brivido percorre il suo corpo, la pelle si solleva. Come un filo argentato, la saliva continua a colarle addosso fino a ricoprirla, la sente avvinghiarsi sotto i fianchi, abbracciarla e improvvisamente sollevarla. Il letto si fa leggero mentre si svuota di lei, la camicia da notte ormai umida pende pesante nel vuoto che aumenta sotto il suo corpo. A ogni centimetro di questa silenziosa ascesa, il respiro del lupo si fa più vicino, più forte. I suoi denti brillano affilati, sempre più evidenti fra le fauci spalancate. La chiamano. Stille di saliva che ormai le piovono addosso, tiepide, e la ricoprono come un bozzolo lucido. Così, quando ormai potrebbero toccarsi in mille modi, le mani bianche di lei, lucide di bava, si muovono piano verso quella bocca famelica, il palmo si poggia proprio fra i canini aguzzi e i premolari carnivori e piano, con delicatezza, li allarga. La lingua del ragazzo è morbida e calda mentre ci si poggia contro, ci striscia dentro e, aiutata dalla saliva, sgomita dentro la sua gola, cadendo giù in un buio nuovo e caldo, tanto buio da non farle vedere più nulla.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Tacchi

I racconti di Omero

Nikka

I racconti di Omero

Intera

Sfoglia
MagO'