Il portale

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Illustrazione di Agrin Amedì
A capotavola, dal lato del camino, c’era una figura seduta, le mani appoggiate sul piano. Un uomo. Incredibilmente vecchio, con una casacca che sembrava incolore, la pelle rugosa e innaturalmente pallida, le unghie lunghissime, sembrava là da sempre. Stava fermo, gli occhi spalancati e fissi come guardando di fronte a sé… Fabio Battaglia si muove attraverso due realtà parallele quanto perpendicolari.

Il portale da cui entravo era di legno, circondato da colonne e un architrave di pietra. La grande sala all’interno era illuminata debolmente. Non mi sono mai domandato quali fossero le fonti della luce, se lampade o finestre o altro. Però non dovevano essere fiaccole perché la luce era fissa e non tremolava. Non posso dire quanto fosse alta la stanza, perché il soffitto era interamente in ombra.
Le pareti erano nude, in pietra, di un colore tra l’ocra e il grigio. Sul lato corto, opposto all’ingresso, c’era un grande camino, di quelli antichi con la cornice scolpita. Su uno dei lati lunghi si vedevano diverse porte, tutte di legno massiccio e scuro, sagomate ad arco e con il doppio battente lavorato. Non ricordo di averle mai viste aperte, così come non ho idea di che cosa ci potesse essere al di là.
Un tavolo stretto e lungo occupava quasi tutta la sala. A capotavola, dal lato del camino, c’era una figura seduta, le mani appoggiate sul piano. Un uomo. Incredibilmente vecchio, con una casacca che sembrava incolore, la pelle rugosa e innaturalmente pallida, le unghie lunghissime, sembrava là da sempre. Stava fermo, gli occhi spalancati e fissi come guardando di fronte a sé. Qualunque movimento si facesse, qualsiasi cosa accadesse nella stanza, restava immobile, impassibile, inerte. Come una statua. Però non era una statua, perché facendo attenzione si poteva cogliere il lieve movimento del petto ritmato dal respiro.
Il grande tavolo, dello stesso legno massiccio delle porte, era ricoperto di ogni leccornia immaginabile. Sono molto goloso; ritrarmi di fronte a un cibo attraente è sempre stato un problema per me. Il cibo sembrava preparato su misura per i miei gusti, per tentare la mia golosità e testare la mia resistenza. Le voci mi avevano avvertito di fare attenzione: non azzardarti a toccare nulla, quel cibo non è lì per essere consumato, è una trappola. Non perché sia cattivo o avvelenato, no, niente di questo; al contrario, è buonissimo, e puoi servirti, nessuno te lo potrà impedire. Ma se lo farai, ne porterai le conseguenze per tutta la vita.

Quando uno ha vent’anni, la parlantina brillante e un fisico atletico, gli può capitare di essere notato da una ragazza bionda e carina. Magari si incontrano d’estate, a un aperitivo a bordo piscina. Magari c’è un bel tramonto, bevono un po’, lui la fa molto ridere, le offre un po’ d’erba, che male c’è? Lei gli dice di avere diciotto anni, lui non la contraddice anche se è evidente che è più giovane. Gli occhi le brillano, un po’ confusi dal fumo. Lui le dice domani sera ci sarà una festa, ci saranno i miei amici, perché non vieni anche tu? Va bene, dice lei, si danno appuntamento.

La sala era sempre là, illuminata dalla stessa luce, il tavolo sempre ricoperto di cibo meraviglioso. Antipasti, primi, secondo, dessert. Non mi sono mai chiesto chi li cucinasse, chi li servisse, se qualcuno li consumasse. Tutto sembrava appena preparato, meravigliosamente succoso e attraente. Oltretutto quell’abbondanza non dipendeva dal periodo dell’anno, ad esempio c’erano prodotti tipici di stagioni tra loro lontanissimi, come le angurie – frutti di luglio – e i carciofi – che danno il meglio in gennaio.

La festa si svolge in un locale molto piacevole, c’è la piscina, il giardino, e una grande sala illuminata con luci elettroniche, dove si balla. È una bella sera d’estate, fuori l’aria è fresca al punto giusto e la luna splende in un cielo terso. C’è molta gente. Lei si fa attendere, poi arriva truccata con cura, i capelli freschi di parrucchiere ondeggiano nella morbida luce serale, porta un abito corto a toni azzurri, molto sexy, e sandali leggeri. Probabilmente ha passato il pomeriggio a prepararsi, magari con qualche sorella o amica a cui ha confidato, emozionata, del ragazzo più grande appena conosciuto che l’ha invitata alla festa. Lui, jeans attillati, camicia chiara smanicata, braccia tatuate, la accoglie con il suo miglior sorriso e un bicchiere di qualche liquido alcolico. La dolcezza della sera ha il sapore dell’avventura. Si scambiano parole d’intesa, le mani si toccano, lui si china a sfiorarle le labbra, sente tutta l’emozione e l’inesperienza di lei.

Quella tavolata di cibo che sembrava magica mi attraeva sempre di più e mi era sempre più difficile resistere. Dopotutto, che cosa mai mi sarebbe potuto succedere se mi fossi concesso anche solo un assaggio di quei gamberi? O di quel carpaccio di pesce? So controllarmi, mi dicevo, un piccolo boccone e via. E poi, chi mai potrebbe scoprirmi? Di sicuro non quella specie di statua di cera impassibile a tutto. Le voci – ora che ci penso, di chi erano le voci? Da dove venivano? Non ne avevo idea, non me lo ero mai chiesto – sembravano sempre più in ansia, ripetevano di non farlo, di stare lontano da quel cibo, non sarei stato capace di controllarmi, mi sarei lasciato trascinare, e poi sarebbe stato troppo tardi. Ma tardi per che cosa? E poi, chi dà retta alle voci?

Lui la presenta ai suoi amici, due, anche loro più o meno ventenni. Gli sguardi dei giovani uomini sono espliciti. Lei non sembra notarlo. Lui è il leader del gruppo, e gli amici si aspettano qualche cosa dal loro leader. Non può deluderli.

L’alcol nel sangue aumenta, il fumo anche, il testosterone è alle stelle. Gli amici lo osservano con aria di sfida, vediamo che cosa sai fare, vediamo se sei capace. Se non lo sei, tranquillo che noi lo siamo. Lui va a prenderle l’ennesimo bicchiere, e scioglie dentro qualcosa.

Assaggiai i gamberi, provai il carpaccio. Fantastici. Irresistibili. Ne trangugiai ancora e ancora. E poi passai ai primi, ai secondi, ai dessert. Non riuscivo a fermarmi.

Lei ormai è del tutto confusa. Lui la prende per mano, la conduce in un angolo nascosto del giardino. Quando ha finito la lascia lì; l’abito azzurro lacerato e imbrattato, i sandali caduti da qualche parte. Ha scattato anche un paio di foto, casomai qualcuno dubitasse. Torna dagli amici, insieme lasciano la festa. È di cattivo umore ma gli ormoni si sono calmati, e anche la sua immagine di fronte al gruppo è salva.

Mi distolsero le voci. Gridavano di paura. La figura pallida al bordo del tavolo si era mossa. Aveva alzato la testa e mi guardava fisso, in silenzio. Non riuscivo a vedere i suoi occhi, perché dalle orbite usciva un raggio di luce bianca e fredda, diretto verso di me. Una luce orribile, che mi penetrava fin nel profondo.
Ero terrorizzato e non riuscivo a muovermi. La figura continuava a guardarmi, immobile. Il dolore provocato dal raggio di luce aumentava e aumentava, fino a diventare insopportabile. Vidi la figura alzarsi e cominciare a camminare. Veniva verso di me, a passi lenti e perfettamente silenziosi, le braccia lungo i fianchi, senza smettere di illuminarmi con quel raggio orrendo.
Indietreggiai, mi voltai, corsi verso l’ingresso. Volevo fuggire, ovunque purché lontano da lì, lontano da quell’immagine terrificante, da quel raggio che sembrava consumarmi dall’interno. Ma il grande e massiccio portale era sbarrato.

La figura mostruosa si muoveva con lentezza, così pensai che sarei riuscito a sfuggirle. E per un po’ ne ebbi l’impressione. Ma ben presto mi resi conto che vi era modo di lasciare la stanza. Provai tutte le porte, battei e urlai con tutte le energie che avevo in corpo, ma le uscite restavano bloccate. L’uomo continuava a muoversi verso di me. Non mi restava che continuare a dimenarmi da una parte all’altra per non farmi raggiungere, per non farmi toccare. Fuggire, e fuggire, e fuggire, senza avere davvero una via di fuga, e soprattutto senza mai potermi sottrarre a quel raggio di luce che mi scorticava.

Non sono mai più uscito da quella stanza. Ho passato i miei anni cercando di sfuggire a quella specie di fantasma che veniva verso di me con i suoi passi lenti ma instancabili e le braccia lungo i fianchi. E non mi sono mai liberato da quel raggio malefico. Mai, nemmeno per un momento, che fosse di sonno o di veglia.
C’erano momenti in cui sembrava che il dolore si attenuasse. Allora mi accorgevo di nuovo della tavola carica di cibo sempre intatto, e di nuovo non potevo resistere, approfittando della lentezza del mio inseguitore, mi riempivo le mani, portavo alla bocca quello che capitava, mi ingozzavo come se volessi scoppiare. Ogni volta abiti lacerati, innocenze distrutte. E di nuovo in fuga, con quel raggio di luce maligna a tormentarmi.

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