La strada

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono uscita di casa con largo anticipo per essere sicura di arrivare puntuale e, mentre percorrevo la strada in macchina, provavo a immaginare tra me e me come si sarebbe svolto il colloquio per il lavoro da general manager al quale faccio una corte serrata da tempo… Natascia Palamà sfida un percorso prestabilito alla ricerca di un nuovo sé.

Questa mattina mi sono preparata di tutto punto, truccata e profumata, scegliendo la mise più elegante e formale che avessi. Sono uscita di casa con largo anticipo per essere sicura di arrivare puntuale e, mentre percorrevo la strada in macchina, provavo a immaginare tra me e me come si sarebbe svolto il colloquio per il lavoro da general manager al quale faccio una corte serrata da tempo. Avevo superato tutti gli step della selezione fino ad arrivare a quello finale, quello che avrebbe sancito il mio ingresso in quella super azienda.
Giungo davanti al grande palazzo a vetri e, parcheggiata la mia auto, mi guardo nello specchietto retrovisore per essere sicura che il rossetto non si sia sbavato, che i capelli siano in ordine… ok posso andare, sono perfetta.
Con aria sicura chiedo del dottor Cremonesi e la sua segretaria mi fa accomodare nel suo ufficio. Mentre aspetto inizio a guardarmi intorno. L’ufficio è davvero grande, con una parete fatta completamente di vetro dalla quale entra una luce naturale splendida… La scrivania è in acciaio e cristallo, perfettamente ordinata, con un pc al centro, un tagliacarte in argento e una cornice con la foto di un bambino di circa tre anni. Davanti alla grande scrivania troneggiano due poltrone in pelle nera di quelle super comode che si vedono solo negli uffici delle persone importanti: dirigenti, amministratori delegati… Mentre mi guardo intorno, senza volere inizio a fantasticare su quello che immagino sarà il mio ufficio. Anche io avrò̀ la mia bella scrivania e la mia vetrata ben pulita, e anche le poltrone in pelle. Ma improvvisamente i miei pensieri vengono interrotti dall’ingresso nella stanza del dottor Cremonesi al cui seguito c’è un altro tipo, un uomo alto, serio in volto, barba appena rasata, con un bel completo, elegante e distinto. L’assistente, penso sul momento. Dopo i convenevoli saluti e le strette di mano vedo il tipo sedersi sulla poltrona al mio fianco. Inizio a chiedermi cosa ci faccia lì, chi sia e cosa voglia, perché́ stia per assistere al mio colloquio… Ben presto capisco che si sta prefigurando una situazione che davvero non mi aspettavo; e il dottor Cremonesi me lo conferma. Pare che io e questo tipo siamo gli ultimi aspiranti rimasti per la posizione di general manager e, per l’esattezza, siamo stati entrambi convocati per ricevere l’esito finale.
Il dottor Cremonesi, prendendo la parola, inizia a sciorinare il mio encomiabile curriculum e a complimentarsi per le varie esperienze lavorative e le abilità acquisite nel corso degli anni. Per l’uomo al mio fianco non spende neanche una parola, e questo mi sembra alquanto singolare, ma inizio a subodorare qualcosa. Ho come il sentore che mi stia indorando la pillola. Mentre faccio queste riflessioni riguardo l’uomo al mio fianco questo, visto da più vicino, sembra cambiare aspetto: non è poi così elegante come qualche minuto fa: la sua giacca è un po’ sgualcita e la sua barba non è fresca di rasatura, mi sbagliavo. Per di più̀ non ha un buon odore, deve aver certamente usato un dopobarba scadente.
Nonostante i miei pensieri stiano cercando in qualche modo di demolirlo, il dottor Cremonesi arriva al dunque: sono stata scartata all’ultimo step perché́ al mio posto è stato scelto l’uomo che mi siede accanto. Un essere insulso, banale, senza alcun tratto peculiare, uno di quelli che se lo incontri per strada non lo vedi neanche… trasparente, bypassabile. Insomma, un uomo. E allora mi domando perché́ sia stato scelto al mio posto e il dottor Cremonesi, quasi leggendomi nel pensiero, si rivolge a me dicendo: «Sa, dottoressa, l’azienda ha bisogno di una certa continuità̀ e sicurezza. Lei è una ragazza giovane, senza dubbio vorrà̀ mettere su famiglia, avere dei figli…».
Al suono di quelle parole i miei occhi si focalizzano sulla cornice poggiata sulla sua scrivania, e avverto un moto di rabbia dentro di me, un fuoco che sale, una collera indomabile; credo di aver cambiato colore in viso ma raccolgo tutto il mio self control, mi alzo, stringo elegantemente la mano a entrambi, e voltando loro le spalle do un’ultima occhiata alla scrivania e esco dalla stanza.
Faccio in fretta le scale che mi portano all’uscita, salgo in macchina, metto in moto e percorro come una furia la strada fino a casa; stiro le marce, il motore sembra urlare, come i miei pensieri.
Raggiungo casa. Rovisto nella borsa e inserisco le chiavi nella serratura quando, tutto a un tratto, come per incanto, la mia rabbia si placa, svanisce: un profumo di vaniglia, l’odore di casa mia, mi acquieta i sensi.
Dalla cucina la luce penetra dalla tapparella lasciata un po’ aperta e sfuma sui fornelli, sulla moka abbandonata lì questa mattina. La tazza della colazione è ancora lì sul tavolo, insieme a qualche briciola. Mi tolgo il soprabito, lo appendo, e l’occhio mi cade sullo specchio dell’entrata. Il trucco è ancora perfetto, anche il rossetto, come stamattina. E tutto sembra immobile, rassicurante, come l’ho lasciato.
Mi muovo verso la camera e mi sdraio sul letto ancora disfatto. Fisso per qualche minuto il soffitto, poi reagisco. Così mi allungo fino al comodino per afferrare un libro ancora da finire. Parla di una ragazza e del suo cammino di Santiago costellato di difficoltà.

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