La valanga

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Illustrazione di Agrin Amedì
La televisione ha appena annunciato la tua vittoria. Vieni travolto dai sorrisi e dalle energiche strette di mano dei tuoi colleghi di Partito. «Congratulazioni Presidente!» esclama il tuo braccio destro, avvicinandosi con fare cameratesco. «È fatta» ti sussurra all’orecchio. Tu annuisci e rispondi con un sorriso affettato. La notte non è ancora finita… Giulia Tancredi incede parallelamente tra una voce presente e un essere passato.

La televisione ha appena annunciato la tua vittoria. Vieni travolto dai sorrisi e dalle energiche strette di mano dei tuoi colleghi di Partito.
«Congratulazioni Presidente!» esclama il tuo braccio destro, avvicinandosi con fare cameratesco. «È fatta» ti sussurra all’orecchio. Tu annuisci e rispondi con un sorriso affettato. La notte non è ancora finita e l’atto più importante della storia deve essere ancora messo in scena.
Per questo ti prepari raddrizzandoti la cravatta e schiarendoti la voce. Ti avvertono che il podio è pronto. Senti il vociare della folla fuori dalla stanza. Con le spalle dritte e il mento alto cammini sotto i riflettori.
Le luci ti accecano e per un attimo non sei il Presidente, ma solo un bambino spaventato.
«Miei adorati concittadini, mie adorate concittadine» Ti prendi un istante per apprezzare il silenzio concitato, la calma prima della tempesta. Poi esclami, e la tua voce amplificata riverbera in tutta la piazza: «Oggi comincia una nuova era!».
Segue un applauso scrosciante – Tu sei da solo in classe e le risate dei tuoi compagni sono un eco lontano –, le bandiere del Partito sventolano come araldi in un mare di teste scure.
Quando gli applausi si esauriscono riprendi, sottolineando le parole con un gesto di apertura, i palmi rivolti verso l’alto: «Oggi, all’alba di questa nuova era, vi chiedo: cosa ci lasciamo alle spalle? Cosa abbandoniamo ai bui meandri della Storia?».
Sei da solo in classe e la maestra ti chiede: «Non esci con gli altri bambini?». Le rispondi che no, preferisci restare dentro. Scorgi nei suoi occhi uno sguardo di disapprovazione, ma dura solo un istante. Poi sulle sue labbra ritorna quel familiare sorrisetto condiscendente.
«Oggi abbandoniamo il tempo in cui le nostre convinzioni potevano essere ignorate e sminuite. Oggi abbandoniamo il tempo in cui il nostro Partito poteva essere additato solo come un gruppetto di estremisti.»
La maestra annuisce. Esce e chiude la porta dietro di sé, lasciandoti nel silenzio della stanza. Fissi il tuo disegno colorato. Sul foglio un gruppo di bambini gioca insieme. Sono in cerchio e si tengono per mano. Dopo la lezione la maestra ti ha detto “bravo” e l’ha appeso alla parete, accanto a quello degli altri.
«Oggi, soprattutto, abbandoniamo il tempo in cui i nostri oppositori potevano semplicemente deriderci e farla franca.» Poi con tono solenne aggiungi, le dita della mano libera puntate verso l’alto: «Perché questo è accaduto. Questo è quello che troppo a lungo abbiamo lasciato che accadesse».
Alla maestra non hai detto la verità. Vorresti uscire a giocare, ma nessuno vuole giocare con te, quindi rimani dentro.
«Ecco, io oggi vi prometto.» Una pausa infinitesimale prima del boato: «Oggi vi prometto: mai più!».
Fuori cadono cristalli bianchi e, oltre il vetro bagnato, i tuoi compagni si lanciano palle di neve rafferma nel cortile. Poggi la mano sulla finestra. Il tuo fiato caldo crea una nuvoletta di condensa e, per un momento, i volti dei bambini scompaiono sullo sfondo.
«Troppo a lungo abbiamo sussurrato, sofferto, siamo stati incompresi e strumentalmente equivocati. Quante volte ci hanno detto che quello che volevamo, il mondo che sognavamo, non era possibile? Quante volte abbiamo dovuto cedere, pur di non provocare i nostri oppositori?»
Tu sei da solo in classe, e dentro vorresti già urlare. Probabilmente nessuno ti sentirebbe, la voce silenziata dalle mura spesse della scuola.
«Questa piazza, questa bellissima piazza.» E solo per un istante cala un silenzio quasi innaturale. «Questa piazza è una risposta forte e chiara. Non urliamo più le nostre preghiere al cielo, no. Oggi entriamo nel Palazzo a testa alta, forti della nostra vittoria.»
La folla è in giubilo e tu, con voce infervorata, incalzi: «Diciamolo ai nostri oppositori, una volta per tutte, che lo sappiano: noi non ci fermeremo! Né oggi, né mai!»; e in quel momento la vedi la tua determinazione cieca riflessa negli occhi dei tuoi sostenitori. Gli occhi inumiditi dalla commozione delle tue sostenitrici.
L’aula è vuota e la folla erompe in cori che inneggiano al tuo nome.
«Ora è il momento di pensare al futuro. Ora abbiamo i mezzi e le intenzioni. Abbiamo la volontà e i numeri. Dopo anni di attesa, siamo pronti.» Il familiare boato risponde con entusiasmo alle tue parole.
Ti senti invisibile e forse lo sei diventato davvero. Uno sguardo invisibile su una realtà che non ti appartiene. Non pensi queste cose, sei troppo piccolo per pensarle, ma le senti sulla tua pelle.
«Prepariamoci, miei cari concittadini e mie care concittadine, perché i nostri oppositori continueranno a ostacolarci. Schiacciamo il passato e chi, come i nostri nemici, desidera riportarci indietro.»
Poi d’improvviso si girano verso di te. Ti guardano, e sghignazzano. Pensi che forse preferivi restare invisibile. Lo vedi nei loro occhi quello sguardo assetato di sangue mentre si preparano all’attacco.
Così abbassi il tono di voce, come a fare una confidenza alla piazza: «Sapete, all’inizio non pensavo saremmo arrivati fin qui. Ricordo ancora come se fosse ieri il primo gruppo di visionari con cui siamo partiti». E mentre lo dici non manchi di girarti per porre omaggio al tuo braccio destro e al gruppo di colleghi della prima ora che, insieme a lui, siedono a pochi passi da te sul palco.
Come un bolide la palla di neve arriva dritta davanti alla tua faccia, ma non ti colpisce. Si schiaccia sul vetro. Al di là della finestra i loro corpi si allontanano, piegati dalle risate, lasciandoti di nuovo da solo.
Pensi che gliela vorresti lanciare anche te una palla di neve in faccia. Che quando sarai grande e forte abbastanza lo farai. Dalle pareti della classe i disegni fatti a matita osservano in silenzio la tua rabbia. Allora, seduto al tuo piccolo banco, piangi. Piangi come piangono i bambini, senza freni e inibizioni. Un lungo lamento disperato interrotto solo da incontrollabili singhiozzi. E non riesci a trattenere una lacrima neanche quando, con un leggero accenno di affanno, ti lanci nell’ultima, infervorata invettiva alla folla adorante: «Ma oggi non siamo più un gruppetto di estremisti di cui farsi beffa. Oggi siamo una valanga pronta a travolgere chiunque si ponga sul nostro cammino. Care concittadine, cari concittadini, dalle ceneri della Storia nascerà una nuova era. Ora, nel momento della vittoria, vi prometto: mai più!».

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