Agnello di Dio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mi piace quando fa zac dall’alto con la mannaia per far saltare una testina d’agnello. E poi, poggiando il palmo sinistro sul retro della lama, preme per dividerla perfettamente a metà… Laura Pecoraro assiste all’insorgere di un desiderio carnale quanto sublime.

Mi piace quando fa zac dall’alto con la mannaia per far saltare una testina d’agnello. E poi, poggiando il palmo sinistro sul retro della lama, preme per dividerla perfettamente a metà.
Un occhio di qua, un occhio di là, entrambi a guardare il tavolo.
Il cervello aperto come il gheriglio di una noce. La lingua intera poggiata su un lato solo, in un’espressione di sciocca libidine.
Un brivido mi solletica all’altezza del coccige quando gli vedo cioccare di netto una coda. O infilare la mano in un pollo per estrarne le viscere. O cercare tra le vertebre con la punta del coltello il punto più̀ morbido per affondare la lama.
Divento solo carne, quando vedo che ne accarezza un pezzo come per ammansirlo prima di tagliare. E preme con le dita spesse e dritte, le unghie tozze, piatte, che si allargano verso la punta, la pelle che s’increspa e disegna sulle nocche delle ellissi in rilievo. Il possente reticolo di vene sul dorso. L’angolo ipermobile dell’articolazione che si piega quando spinge col pollice sul coltello. Quel pollice promette qualcosa di osceno. Mi turba la volgarità̀ di quel grosso anello d’oro che indossa sull’anulare destro raffigurante una testa con la corona d’alloro, e del bracciale a catena che tiene al polso. Mi spaventa e mi seduce la falange mozzata sull’anulare della mano sinistra. Il dito su cui porta la fede.
Lo guardo sollevare l’avambraccio e scoprire l’ascella dalla folta peluria nera disegnata a rombo quando si passa il dorso della mano sulla fronte per asciugarsi il sudore, offrendo alla vista il palmo orlato di sangue, proprio lungo la linea della vita.
Indugio sul suo bicipite nudo. Non uno di quei bicipiti scolpito in serie dagli esercizi di palestra, no. Ma un muscolo terreno, forgiato dal lavoro.
Mi prostrerei davanti alla sua postura da guerriero, frutto di una costruzione precisa, come se le grandi spalle fossero solo poggiate sulla possenza del petto e vi si muovessero a contrappeso nella rozza sensualità̀ della t-shirt senza maniche che lascia scoperto l’acromion e il sovraspinato, e lambisce il collo con un cannulè bianco leggermente slabbrato.
Gemo alla virilità̀ del suo pomo d’Adamo e dei tendini che fuoriescono dal collo come cavi tesi stretti da una catenina sottile da cui penzola una croce d’oro con il Cristo inciso. Fremo pensando alle volte che l’ho visto portarsela alla bocca e baciarla socchiudendo gli occhi.
Seguo con lo sguardo la maglietta bianca che scende dritta sul costato e sull’addome per rimboccarsi, sbruffando, dentro i pantaloni. E sotto, a ricoprire delle natiche che sembrano naturalmente contratte, un cinque tasche a gamba dritta, leggermente morbida, colore azzurro, marca Levi’s.
Su questa tenuta – può̀ variare ogni tanto il colore della maglietta – indossa un grembiule in tela bianca, rettangolare sul fronte, con le spalline sottili e un laccio in vita annodato sul davanti. È sempre macchiato di sangue.
Mi guarda. Abbasso lo sguardo e di sottecchi ritorno sul viso, evitando i suoi occhi. Porta i capelli neri, un po’ radi, pettinati all’indietro e leggermente gonfi. Il volto è lungo con la mascella pronunciata. Gli occhi sono scuri. Il naso massiccio compie una curva a destra, come se glielo avessero rotto. Il mento è fessurato al centro.
L’espressione sul suo volto è tra il serio e il divertito. Parla poco, e quando sorride gli si vedono le gengive. Non è uno di quei macellai che descrive le sue bestie e cosa gli dà a mangiare, ricreando quest’opinabile quadro bucolico da Hansel e Gretel. Le sue frasi, quando non si limitano a un unico vocabolo (sì, no, domani, martedì̀) sono secche e precise. Conosce la vita e la morte, e non ha molto da aggiungere.
Me lo immagino pugile in un film francese in bianco e nero: ha appena vinto un incontro, vaga dolente col bavero alzato, lasciando orme di fiato nell’aria fredda. Ha una donna che lo aspetta: è bionda, sensuale, ha la voce asciutta e gli occhi tristi. Una specie di Jeanne Moreau dei quartieri. Lui entra nel locale dove lei serve al banco. Ha una sigaretta incollata al labbro inferiore, gli chiede come va. La guarda negli occhi parlando, senza rispondere. Lei gli serve un whisky e chinandosi mette in mostra due magnifici seni. Lui sorseggia. Un avventore ubriaco e geloso infastidisce la bella barista. Lo ammonisce. Quello insiste. Allora si alza e gli sgancia un destro che gli fa passare la sbornia. Poi, come se nulla fosse, si risiede e si accende una sigaretta.
Fuma. Ogni tanto lo vedo fuori dalla porta del negozio succhiare avidamente una mezza sigaretta per buttarla in terra ancora accesa. Poi rientra. Se mi vede arrivare si ferma e mi tiene la porta finché non sono entrata.
Il negozio è piccolo, quadrato e senza finestre. I muri sono ricoperti di piastrelle bianche fino all’altezza della nuca. Solo due chiodi con appesi un calendario e un crocifisso.
Al centro della stanza c’è il bancone. Nella vetrina linda sono esposti i tagli di carne: il filetto, le costate, le bistecchine di maiale, i polli interi, le salsicce, le cotolette già̀ panate. E poi le interiora: la trippa, la lingua, il fegato, un cuore di manzo.
Quando qualche cliente indica un pezzo di carne lui la solleva soppesandola, sceglie un coltello tra quelli ordinatamente disposti sul piano, infilza il pezzo con un punteruolo e taglia. Poi rifinisce il pezzo eliminando grasso e frammenti di ossa; tutto quello che avanza lo spazza via con la mano.
Per il piacere di guardarlo, quando posso, lascio passare davanti gli altri avventori. Per esempio gli anziani. Le mamme con i bambini. E chiunque dica che va di fretta.
È svelto e preciso, quasi rituale nei gesti.
Non chiede mai “lascio?”. Spesso indovina sulla bilancia il peso quasi esatto al primo colpo. Poi chiude il pacchetto di carta oleata e lo infila in una busta di plastica che consegna all’avventore da sopra il banco.
Una volta, prendendo il mio pacchetto, ho sentito la sua carne sulla mia. Non ho resistito alla peccaminosa tentazione di infilare i miei occhi nei suoi.
La sera, ho avuto la febbre.
In fondo a destra c’è una porta che dà sul retrobottega, un luogo misterioso e inaccessibile da cui esce insanguinato e col respiro appesantito, portando pezzi più̀ grossi. Ogni tanto lo raggiunge ancheggiando la moglie.
È una donna minuta con una gran chioma corvina e un trucco eccessivo. Indossa abiti succinti e chiassosi. Lei sta alla cassa. Con me è sempre molto gentile. Mi prepara buste di cose smesse per i poverelli, e mette sempre da parte un filetto per Suor Augusta. Anche per questo mi vergogno di desiderare suo marito.
Ne ho parlato con una sorella più̀ grande per avere consiglio. Mi ha detto che devo assolutamente smettere. Le ho detto che l’avrei fatto, ma come si fa a smettere di desiderare? In ogni caso non le ho detto chi fosse l’uomo che mi turbava. Altrimenti addio spesa. Ne ho parlato anche con Alda, una consorella più̀ giovane, perché́ so che è successo anche a lei. Devo pregare, mi ha detto. Pregare. Pregare sodo.
E io prego, guardando la croce appesa al muro. Oh signore, fa’ di me il suo agnellino.

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