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La cigarra

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Illustrazione di Agrin Amedì
…37, 38, 39, 40… Prima aveva sentito i passi. Passi pesanti. Passi di soldati. …45, 46, 47, 48… Poi aveva sentito le grida. …52, 53, 54… Poi aveva sentito i colpi… Arianna Barberi fotografa gli istanti di una vita al limite.

…37, 38, 39, 40… Prima aveva sentito i passi. Passi pesanti. Passi di soldati. …45, 46, 47, 48… Poi aveva sentito le grida. …52, 53, 54… Poi aveva sentito i colpi. …57, 58… Poi il silenzio. …60, 61, 62, 63, 64… Il corpo, ormai ridotto a uno straccio d’ossa si accartocciava sempre più su sé stesso, ma Alba non si guardava indietro, doveva continuare. …78, 79, 80, ancora un passo, ancora un passo…

Non aveva idea di cosa fosse accaduto con esattezza. Appena avuta l’occasione era scivolata giù dalla branda. Si era nascosta nell’angolo più buio, sollevando appena la benda che le copriva gli occhi per orientarsi. Era rimasta lì, mezza nuda, dolorante. Forse qualcuno era venuto a liberarli tutti. Forse erano compagni. Non si mosse. Non si fidava più di nessuno ormai. Un governo dopo l’altro, un golpe dopo l’altro, un uomo dopo l’altro. Tutti uguali. Tutti assassini. No, era meglio rimanere nascosta.

…91, 92…Come ci sono arrivata fin qui? Non aveva memoria dell’inizio della sua fuga. Di come fosse scappata a quegli uomini, di come fosse evasa dal centro di detenzione. …98, 99, 100… Era finita. Doveva solo raggiungere la fine del tunnel. Avrebbe trovato un posto dove nascondersi, avrebbe cambiato identità, ancora una volta. Inciampò e sentì le grida. Le erano rimaste dentro, cicatrizzate per sempre nel suo corpo. Le sue e quelle dei suoi compagni. Ancora un passo, ancora un passo…

Era buio nel tunnel, non ne vedeva la fine, sapeva solo di dover andare avanti, finché ne avrebbe avuto la forza, strisciare se necessario. Le urla le martellavano la testa. I calci, le scosse elettriche, le mani dei torturatori, i colpi, il dolore che non l’avrebbe mai più abbandonata. …116, 117, 118…

Erano arrivati in pieno giorno. Avevano sfondato la porta di casa sotto gli occhi dei passanti. Non si era accorta di nulla. Era nella sua stanza, la musica a tutto volume. Danzava, come faceva sempre quando era felice. Aveva appena ricevuto una telefonata di Jorge. «Vieni via con me» le aveva detto. Jorge faceva parte della guerriglia rivoluzionaria. Doveva nascondersi, insieme ai suoi compagni. Era pericoloso, ma non importava, la vita doveva continuare. Le erano piombati addosso alle spalle, le avevano messo un cappuccio in testa, l’avevano immobilizzata, qualcuno aveva distrutto lo stereo: «Ti faremo ballare noi», una risata. Un colpo alle costole. Si era accasciata, aveva gridato, era stata trascinata fuori e spinta dentro una macchina. Sequestrata. Torturata. Desaparecida. I vicini osservavano la scena dietro le tapparelle abbassate. Nessuno disse nulla.

E Jorge? Mentre correva vide il suo volto davanti a sé. I suoi occhi verdi, rassicuranti. …131, 132, 133…, sentì le gambe bagnate di piscio misto a sangue e il nodo che aveva in gola esplose in un singhiozzo. Si aggrappò agli occhi del suo amato mentre avanzava ormai per inerzia, tentando di rimanere in piedi. Vedeva Jorge e il suo modo buffo di tirarsi indietro i capelli. Ripensò ai brividi di piacere che l’avevano invasa il giorno in cui i loro corpi si erano sfiorati per la prima volta. …135, 136, 137… Sentì il calore delle sue carezze. …140, 141…

E subito il pensiero intruso della violenza di altre mani, così diverse, rozze, sporche che profanavano la sua pelle nuda. …147, 148, 149…Basta, basta! e di nuovo gli occhi di Jorge e il suo sorriso e i suoi abbracci caldi e premurosi e i calci dell’aguzzino e quell’aggeggio infernale sui suoi capezzoli. Basta! Si ritrovò a urlare mentre avanzava, piangendo, dimenticando ogni prudenza. Le avevano tolto tutto. Anche la libertà del ricordo.

Cadde a terra. Scossa dai tremiti. Sentiva le scariche elettriche come se la stessero attraversando in quel preciso momento. Le grida si fecero più forti dentro la sua testa, il dolore fisico la invase al punto che credette che il suo corpo stesse per squarciarsi. Che senso aveva scappare? Quello che le avevano fatto le sarebbe rimasto dentro, l’anima segnata per sempre.
Pianse. Pianse tutte le lacrime che aveva in corpo. Pianse per sé. Pianse per i suoi compagni. Pianse per Jorge. Pianse per l’umiliazione. Pianse per la rabbia. Pianse per quello che quei mostri avevano fatto loro e per quello che, in più di un caso, li avevano fatti diventare. Infami. Traditori. Spie. Pur di non soffrire più. Pianse per tutte le volte che aveva desiderato la morte e per le volte che aveva sperato che la libertà fosse vicina. Si abbandonò alla terra, e a un tratto le parve di sentire una voce.
Jorge? Non può essere… Fece forza sulle mani, Ancora un passo… strisciò le gambe fino a portarle sotto di sé, cercò a tentoni la parete, ci si aggrappò per tirarsi su. …201, 202, 203… Seguì la voce del compagno …206, 207, 208… ora riusciva a scorgere appena le pareti del tunnel …212, 213, 214… ora la terra e i sassi che le intralciavano la strada. …218, 219, 220… Forse ce l’aveva fatta davvero e Jorge era lì ad aspettarla. …222, 223… la voce di Jorge rimbombava nel tunnel, mancava poco, lo sentiva, stava per… Jorge!

Era lui, doveva esserlo. Vide una figura di spalle “Ancora un passo…Jorge!” L’uomo non si voltò. Porque me mató tan mal… Non gli ho detto nulla, te lo giuro Jorge, non ho detto nulla…231, 232… Continuava a correre. Immagini, voci, ricordi si affastellavano confusamente. Dissero che lo avrebbero “trasferito”. Avevano trascinato fuori anche lei, l’avevano portata in una stanza, l’avevano sollevata e gettata su una branda. Legata. Bendata. …235, 236… Aveva sentito i passi. Passi pesanti. …240, 241, 242…
Aveva serrato gli occhi sotto la benda sudicia, cercava una via di fuga, come se potesse staccarsi dal corpo, come se con la forza della mente potesse sciogliere quei legacci che la tenevano immobilizzata. …243, 244… Cominciò a correre, mentre le cinghie le laceravano la pelle. Ancora un passo… Voleva solo abbandonare il proprio corpo, allontanarsi dal dolore, ma a ogni calcio, a ogni insulto, a ogni colpo ripiombava giù, in quella fetida stanza. …248, 249, 250, 251…
A un tratto sentì la voce di Jorge, cantava mentre lo spingevano fuori, in cortile. Gli dissero di stare zitto, di chiudere la bocca, ma lui cantava, cantava, Cantando al sol como la cigarra… lo colpirono col calcio del fucile, sulla testa …igual que sobreviviente que vuelve de la guerra ma lui continuava, continuava…
Poi gli spari. E il silenzio.
L’hanno ammazzato, l’hanno ammazzato mentre cantava. I dispensatori di morte avevano preso anche lui.
Non riuscì più resistere, si lasciò andare. Smise di correre.
Non un altro passo più in là.
Jorge era davanti a lei, sulla soglia. Si voltò e le sorrise.

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