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Giovane donna

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono le venti di un venerdì di fine luglio, piazzale Clodio è deserto; solo rari passanti provati dal caldo e dall’asfalto rovente. Del caos mattutino non v’è traccia… Stefania Bacci ripercorre mentalmente un amore malato per decidere che marcia inserire.

Sono le venti di un venerdì di fine luglio, piazzale Clodio è deserto; solo rari passanti provati dal caldo e dall’asfalto rovente. Del caos mattutino non v’è traccia. Un barbone, sotto il peso di ben due ingombranti giacconi o quel che ne resta, spinge lentamente il carrello della sua vita sulle strisce pedonali. Un’auto si ferma e lui dà il meglio di sé. Inveisce contro tutto e tutti. L’automobilista lo invita ad andare a quel paese e prosegue nella sua corsa. Un autobus ha fatto il pieno di passeggeri ma non accenna a muoversi. L’autista, ancora a terra, è impegnato in un’accesa discussione telefonica. Una donna, non più tanto giovane e carica di buste, scende maledicendolo e trascinando il peso della spesa e della lunga giornata, e sale sul 23. Un’anziana signora è parcheggiata su una panchina accanto al suo deambulatore. Occhi serrati, testa penzoloni, bocca, braccia, mani e gambe immobili. Pare un corpo abbandonato come una lavatrice o un frigorifero gettati sul ciglio di una strada di campagna o accanto al cassonetto di una strada di città. Più in là, ma non troppo, una donna, dai capelli crespi giallo paglierino, parla al cellulare in una lingua sconosciuta, senza perdere di vista la vecchietta. Che brutta storia la vecchiaia.
E io sono qui, bloccata nella mia Smart ad aspettare per l’ennesima volta. Senz’aria condizionata, perché fa male. Senza rossetto, perché una sbavatura accidentale potrebbe scatenare una tragedia. Senza i miei cd perché è meglio la radio. È in ritardo, come sempre, ma non posso messaggiare o chiamare. Devo semplicemente attendere. Basterebbe uno squillo del telefono per mandare tutto a rotoli (o a puttane, come direbbe lui). Eh sì. Lui ora parla così. All’inizio, invece, solo toni smielati, e fiori. Mi ricordo che io e Gemma stavamo comodamente sedute in un locale nei pressi del Palazzaccio a gustarci un aperitivo dopo otto ore d’ufficio. Spensierate e rilassate ridevamo per ogni cosa, la stanchezza della settimana si faceva sentire. Poi un moro brizzolato mi cattura. Dal riso passo al sorriso. I miei occhi fanno la spola tra lui e la mia amica. Dispiaciuta e un po’ imbronciata, lo vedo alzarsi e avvicinarsi alla cassa. Peccato, era carino. Gli occhi concedono di nuovo l’esclusiva a Gemma che ora racconta dei goffi tentativi di un collega per convincerla a uscire. Rido liberando la testa all’indietro quando una voce alle mie spalle esordisce con un ciao. Mi volto e lui è lì, quasi a sfiorarmi, il moro con il suo amico e quattro cocktail ci sorprendono. In loro compagnia trascorriamo due ore leggere e molto piacevoli. Poi ci alziamo e ci salutiamo. Ma i nostri rispettivi cavalieri insistono nell’accompagnare ognuna alla propria auto. M’incammino verso il parcheggio con il bel tenebroso. L’anulare nudo mi fa ben sperare. Invece sul più bello ecco la confessione. Lui e la moglie, dopo due figli e nove anni di matrimonio, hanno deciso di lasciarsi. Insomma, separati in casa perché sai com’è, i bimbi sono piccoli e noi genitori vorremmo abituarli pian piano all’idea. Che bravi, ho pensato io. Che ingenua! Quel pian piano si trascina ormai da due anni. Due anni di attese. Di stand by. In un parcheggio. In un albergo a ore. In un bar che più fuorimano non si può. Natali, pasquette, compleanni suoi e miei senza di lui. Mai una serata a coccolarsi sul divano, magari davanti a una commedia romantica, a mangiare una pizza senza l’ansia del che ore sono, è tardi, devo andare. Per non parlare delle vacanze estive, della settimana bianca, dei week end fuori porta. Che fai, vai da sola? Perché lui poverino non può. E se decidi comunque di andare, lui fa l’offeso. Ti mette il muso come una soubrette capricciosa. Come quell’agosto che io, Gemma, Silvia e Luisa decidemmo di trascorrere due settimane a Mykonos. Ci siamo divertite. Loro più di me. Al ritorno lui si è negato per una decina di giorni. Che scema e pensare che gli sono stata fedele nonostante quella specie di bronzo di Riace che mi sarei fatta volentieri. La tentazione di rivelarmi a sua moglie c’è stata. A quella moglie che sa già tutto o quasi tutto, così dice lui. Sempre con la stessa scusa del ci siamo quasi per rabbonirmi. Ma al pensiero dei bambini ho desistito. Non è certo colpa loro se hanno un coglione come padre. È per quei bambini, per non stravolgere le loro vite, che io posso disturbarlo solo in orario di ufficio e mai la sera o nei fine settimana. Credo di essermi persa qualcosa. Io non sono la collega, sono la fidanzata! No, io sono semplicemente la fottuta amante. Durante una lite mi apostrofò proprio così. Tralasciando il gioco di parole, quella volta feci davvero la stronza. Ammetto di aver esagerato, ma capita che l’esasperazione prenda il sopravvento, specialmente quando la passione va scemando. Quella passione che per il primo anno era alle stelle. In macchina, al parco, nei camerini della Coin, nell’androne dei palazzi, nella toilette dei ristoranti durante la pausa pranzo. E ora non più passione, non più amore, ma solo attese. Come quella volta che vorrei dimenticare: perché anche allora un imprevisto di famiglia mi tenne parcheggiata due ore davanti al Macchiavelli, un hotel 4 stelle che detto così sembra fico, ma sempre a Magliana è, tra la Roma-Fiumicino e il Raccordo sei. Una Escort almeno se le sarebbe fatte pagare bene quelle due ore. Io neanche quello.
Una giovane donna di trent’anni, laurea in economia, due master, indipendente, spigliata, che non passa inosservata, con tanti amici compresa l’amica del cuore che disapprova quella relazione tossica; una giovane donna, seduta in auto da sola, per l’ennesima volta da più di un’ora, una giovane donna persa a osservare la vita di anonimi passanti piuttosto che la sua, una giovane donna che gioca ad arriverà, non arriverà? m’ama, non m’ama? sopportando il caldo di un’afosa città, in una piazza deserta, di un soffocante venerdì di fine luglio, una giovane donna che non si riconosce più. Lo sguardo si poggia sullo specchietto retrovisore. L’anziana signora ora, curva ma in piedi, si allontana lentamente dalla panchina, sorretta dal deambulatore e dalla badante. La giovane donna, occhi arrossati dall’ennesimo pianto e il naso che cola, con mano incerta inserisce e gira la chiave nel cruscotto. Mille spie colorate si illuminano anche nella sua testa dove risuona l’eco dell’amica che, come una litania, le ricorda: due anni, due anni… quello stronzo ha rubato due anni della tua vita. Due anni buttati al cesso, persi dietro a uno che ti usa e basta. Finalmente la giovane donna ha fatto suoi tutti i consigli di Gemma che l’ha martellata dall’inizio di quella relazione. Ci si mettono anche i Pooh. Alla radio trasmettono uno dei loro successi. L’altra donna è come la ciliegina sulla torta. È Mina però a darle il colpo di grazia. Anche un uomo è la goccia che fa traboccare il vaso. Oltre alle lacrime arrivano anche i singhiozzi. E l’umiliazione. E la rabbia. La rabbia per essersi lasciata fottere due anni di vita. La vita di una giovane donna. Con un filo di voce, un basta è solo quello che riesce a pronunciare. E non senza fatica obbliga la mano a farsi più sicura e poggiarsi sulla leva del cambio. Ma prima un paio di fazzoletti asciugano il viso e soffiano il naso. A seguire il rossetto scivola una, due, tre, quattro, cinque, sei volte sulle labbra. Gustandosi il freddo dell’aria condizionata la giovane donna agguanta uno dei CD preferiti e dalle casse Adele corre in suo aiuto. Con la voce strozzata dal pianto duetta con lei: We could have had it all… You had my heart inside of your hands…

Le 21 sono passate da un po’. Un Suv raggiunge la piazza fermandosi in doppia fila. Un quarantenne brizzolato scende guardandosi intorno. Ma della Smart non c’è più traccia.

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