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Scatole

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Illustrazione di Agrin Amedì
Che i rancori e le parole, non sono come le foto. Io, per esempio, avevo preso la cattiva abitudine di andare a vedere le foto di quando ero felice. Le tenevo dentro una scatola, nella libreria in camera da letto, a dividere le favole per bambini dai romanzi d’amore. Così, quando volevo, aprivo la scatola, le guardavo, e poi ero triste… Federico Rizzi scandaglia ricordi, aspettative, materie e ricorrenze alla ricerca di un bandolo che possa tenere tutto assieme.

Che i rancori e le parole, non sono come le foto.
Io, per esempio, avevo preso la cattiva abitudine di andare a vedere le foto di quando ero felice. Le tenevo dentro una scatola, nella libreria in camera da letto, a dividere le favole per bambini dai romanzi d’amore. Così, quando volevo, aprivo la scatola, le guardavo, e poi ero triste. Come se la scatola fosse collegata ad un interruttore, non appena aperta, l’interruttore si azionava, qualcuno riceveva un segnale e premeva il telecomando che aveva un unico tasto, con scritto a caratteri cubitali TRISTE.
Ma l’avevo capito, e allora, proprio perché le foto non sono come i rancori e le parole – che non li puoi chiudere, e se escono, escono – presi la scatola con le foto e ci misi un bel lucchetto.
Poi presi la chiave del lucchetto e le misi in un’altra scatola, e le chiavi di questa in un’altra scatola ancora. E, infine, dentro la cassaforte.
Potevo aprire quella scatola, è vero, ma sono sempre stato un pigro, e nessuno, figuriamoci uno come me, avrebbe voluto aprire tre scatole e una cassaforte per essere triste.
Così avevo chiuso le foto, e non mi capitava più di diventare triste per vedere un ricordo felice. Ma con i rancori, e le parole, era diverso, non ero in grado di chiuderli in una scatola.
E quella sera, sono usciti…
«Non è che ci siamo solo quando vuoi, ci siamo abituati alla tua assenza, stiamo bene anche senza di te.»
L’avevo detta quella frase, ed era crollato il silenzio.
Che poi è la verità, io l’avevo già provata questa sensazione qui, che prima vanno via e ti lasciano da solo e poi tornano quando hanno risolto i loro problemi.
Ma non me li potevi raccontare a me i tuoi problemi, che magari avevo io la soluzione? Non è così che funziona l’amore?
E ti dico una cosa, nel frattempo che tu risolvevi i tuoi di problemi, lo sai a me quanti me ne hai creati?
Non è che torni ed è tutto come prima, mi sono abituato alla tua assenza.
Ti ricordi come dormivo, che mi mettevo dal lato destro del letto perché tu volevi stare sul lato sinistro? Ora dormo al centro.
E la serata del martedì, pizza, gelato e film? Pure quella, niente da fare, mi sono iscritto a un corso di scrittura, e la pizza e il gelato me li vado a mangiare da solo, dopo il corso.
Così quella sera i rancori, e le parole, erano usciti, ed era crollato il silenzio.
Non che non ci avessi pensato: “Lo dico o non lo dico?”.
Gli argomenti a sostegno del “Non lo dico” non erano così male.
Faccio finta di nulla e capirà che le abitudini sono cambiate e che ci vorrà pazienza.
Gli argomenti a sostegno del “Lo dico”, però, avevano vinto.
Vai via, non un giorno, sei mesi, 180 giorni, 4.320 ore, non so che hai fatto, non sai che ho fatto, torni dall’oggi al domani e io non ti posso dire che mi sono abituato alla tua assenza, e sì che te lo posso dire!
Alla fine non tutte le cose rotte si possono riparare no?, ma non tutte le cose rotte però non possono essere usate.
Anni fa comprai una moto, per un po’ di tempo la utilizzai, fin quando non si ruppe definitivamente, e allora decisi che l’avrei messa in salone, davanti al divano. E anche se non ci posso più viaggiare per strada, ci viaggio con la fantasia. Così, quando sono triste, dopo aver visto le foto per esempio, indosso il mio casco con le fiamme, i miei guanti e i miei stivali, anche se sto in mutande, accendo la musica al massimo volume, e poi chiudo gli occhi… sono arrivato ovunque, così.
E quando mi dicono che una moto non va in salone, che dovevo ripararla e utilizzarla per strada, gli spiego che a me la vita aveva insegnato che non tutte le cose rotte devono essere riparate e che a me quella moto, anche se rotta, mi ha portato lontano. Vale la pena provarci a ripararle le cose, ma se non si è in grado non è un fallimento.
E certe volte capita pure che nel provare a ripararle si faccia peggio, tipo quella sera che io dissi: «Non è che ci siamo solo quando vuoi, ci siamo abituati alla tua assenza, stiamo bene anche senza di te.»
Con quella frase, io non volevo rompere, volevo riparare, ti stavo spiegando di non farlo più, che ci avevi fatto del male ad andar via così, che ci avevi fatto del male a tornare così.
Ma non perché non fossimo felici che tu fossi tornato, ma perché abbiamo paura che tu te ne possa andare, di nuovo.
Sai, se una persona va via, te ne fai una ragione; ci vuole tempo, è vero, ma te ne fai una ragione.
Ma se una persona torna dopo essere andata via, tu sei felice che sia tornata, è vero, ma sei triste perché hai paura che se ne vada ancora, e coltivi rancore. E i rancori, e le parole, non le puoi chiudere dentro una scatola con un lucchetto, come le foto.
Così sono arrivato a una mia conclusione: per un po’ di tempo accetti i miei rancori, solo per il tempo necessario a far sì che io possa fidarmi nuovamente di te. Perché alla fine, per me, prima che te ne andassi, quei rancori non esistevano; se non altro li dividiamo, come la pizza, il gelato e il film di martedì sera.
E se li vorrai dividere, e sarei in grado di aspettare che io ritrovi la fiducia che avevo in te, allora ti prometto che troverò una scatola adatta anche ai rancori e le parole.
Se non vorrai, invece, diventeremo come la moto che ho in salotto, rotti; e con la mia fantasia, solo con quella, viaggeremo insieme.

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