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Illustrazione di Agrin Amedì
«Cosa stai facendo?» gli chiese. Lo guardò. Il figlio, in un angolo del salotto, era con gli occhi fissi sullo schermo del computer. La luce della lampada chiudeva lui e il computer in un unico cono. «Ordino le proteine su internet» le rispose… Maria Cristina Peruzzini inscena un futuro possibile che nasconde qualcosa di profondamente umano.

«Cosa stai facendo?» gli chiese.
Lo guardò. Il figlio, in un angolo del salotto, era con gli occhi fissi sullo schermo del computer. La luce della lampada chiudeva lui e il computer in un unico cono.
«Ordino le proteine su internet» le rispose.
Già, le proteine, pensò lei. Era da un po’ che ci pensava… Qualche decennio prima c’erano quelli che si chiamavano cibi per restare in vita e per crescere e ora questi erano stati sostituiti completamente dalle proteine. Che poi le chiamavano proteine ma in realtà erano un concentrato di tutti i principi nutritivi necessari.
Lui cominciò a picchiare nervosamente sui tasti, poi improvvisamente abbassò il coperchio del computer, si alzò.
«E va bene, – disse – non le ordino, ma poi sai che rischio di rimpicciolire.»
Non le avrebbe comunque potute ordinare dato che lei aveva bloccato la carta di credito. Gli guardò le gambe: i pantaloni grigi del pigiama arrivavano a metà polpaccio. Quanto era alto! Sapeva che arrivava a sfiorare l’intelaiatura in alto della porta. Ma era sempre così triste, non lo vedeva mai sorridere. Sarebbe stata un’ottima idea provare per qualche giorno con dei cibi normali, pensò lei. Quelle proteine sarebbe stato possibile ordinarle in qualsiasi momento, e poi con i cibi, era convinta, l’avrebbe visto sorridere. Lei si ricordava che tutti sorridevano ai tempi in cui i cibi erano sulle tavole. E, se avesse cominciato a sorridere, sarebbe stato felice: un figlio alto e felice.
«Potresti mangiare. Qualche decennio fa c’erano quelli che si chiamavano cibi.»
Ne aveva parlato così tanto negli ultimi tempi e lui capì che non gli restava altro da fare che cominciare a mangiare. Quando sua madre si metteva qualcosa in testa era difficile che potesse cambiare idea. Così per quella sera intanto avrebbe fatto a meno della sua razione di proteine. Era un po’ come andare a letto senza cena. Sapeva che un tempo si diceva così, anche quello glielo aveva detto lei. Lui scomparve, come ogni sera, nella sua camera. Lei lanciò un’occhiata, l’ultima della giornata, sulla strada, oltre l’inferriata della finestra al primo piano.

La mattina dopo la madre girava nella padella una crêpe gonfia di cioccolato e panna. Aveva trovato la ricetta in un vecchio libro sepolto in biblioteca. Gli ingredienti costosissimi li aveva comprati nel negozio che ancora eroicamente si ostinava a venderli. Sollevò la mano e, attraverso l’interruttore sulla cappa, accese la ventola perché l’odore del burro bruciato non arrivasse attraverso le finestre aperte nell’Avenida Corrientes. Chi fosse passato per la strada avrebbe chiesto certamente spiegazioni per l’insolito odore. Lo sentì arrivare, spostò l’interruttore della ventola di una tacca, un rumoraccio. I suoi occhi, abbassati sul pavimento, videro i pantaloni del pigiama del figlio, gli stessi della sera prima, che toccavano per terra. L’elastico rotto, pensò, mentre appoggiava la preziosa crêpe sul piatto sopra un foglio di carta assorbente. Lui era già nel riquadro della porta. Da qualche parte, scoloriti dal tempo, c’erano i segni che avevano riportato l’altezza in ogni giorno del suo compleanno. L’altezza era stata sempre scrupolosamente tenuta sotto controllo per aggiustare la quantità di proteine da assumere. Si girò e vide che la testa di lui era parecchio sotto l’architrave della porta. Guardò meglio. L’elastico non era rotto e i risvolti del pigiama ricadevano sopra le ciabatte. Arrivavano per terra perché era come se lui si fosse abbassato, rimpicciolito. I polsini della maglia del pigiama coprivano completamente le mani. Era rimpicciolito, e questo in fondo era prevedibile visto che la sera prima non aveva assunto le sue proteine. Ma il cibo avrebbe fatto miracoli. Era da settimane che durante le notti insonni lei pensava ai cibi che avrebbe potuto cucinare ed era passata in banca dove le avevano concesso un prestito affinché riuscisse a comprare tutti gli ingredienti di cui aveva bisogno.
«Ci sono le crêpe, so che ti piaceranno. Si chiamano crêpe, i francesi ne andavano ghiotti!»
Lo sguardo di lui era distante e lei smise di parlare. In fondo, dopo una notte senza proteine era normale che si fosse rimpicciolito, ma il giorno dopo, ne era sicura, le dimensioni sarebbero tornate alla normalità e soprattutto avrebbe cominciato a sorridere. Una questione di colori, profumi e sapori.
«Perché non hai voluto che ordinassi le proteine?» disse lui. «Non ho intenzione di diventare una tua cavia.»
«Una mia cavia? Fidati di me, sono tua madre.»
Non ci aveva pensato, non aveva pensato che avrebbe potuto opporsi, che avrebbe potuto rifiutare i cibi, ma allontanò il pensiero perché in fondo, quando avrebbe sentito i sapori, beh, non avrebbe potuto far altro che ammettere che lei aveva ragione. Lo guardò rigirare un pezzetto di crêpe in bocca. «Non mi va» disse lui, e spostò il piatto. Si alzò e allora lo vide meglio, proiettato nel riquadro della porta. Se fosse andata a vedere attentamente in una delle tacche segnate a ogni compleanno sarebbe riuscita a sapere che in quel momento arrivava esattamente alla tacca che segnava la metà dell’altezza del giorno precedente. Ma non andò a vedere.
«Non mi vanno» ripeté lui mentre allontanò da sé il piatto. «La lezione comincia tra pochi minuti» aggiunse.
Si sedette davanti al computer, nell’angolo buio del salotto, e i piedi non arrivavano per terra. Allora dall’angolo, di nuovo illuminato, la guardò. Guardò sua madre che era nel riquadro della cucina e lui rimandò, attraverso i suoi occhi, il dolore che provava, dovuto allo sforzo eccessivo con cui cercava con la punta dei piedi di toccare il pavimento. Non ci sarebbe riuscito in nessun modo.

La mattina dopo lei preparava la crostata di mirtilli. Aveva visto l’immagine di una crostata di mirtilli in un libro e le era piaciuta la foto lucida, colorata. Il colore, quel colore acceso dei mirtilli. Sollevò la mano per accendere la ventola, cercando di aspirare l’odore aspro e dolce dei mirtilli prima che arrivasse in alto, risucchiato dalla ventola. Il rumore leggero, appena percettibile, facilmente fu coperto dall’autobus che passava a quell’ora nell’Avenida Corrientes. Lei lo aspettava, sarebbe comparso sulla porta alto come sempre e, ne era sicura, avrebbe sorriso annusando l’odore asprigno e dolce dei mirtilli.
Non lo sentì arrivare, ma vide subito i calzoni grigi del pigiama. Strisciavano dietro di lui come un cencio sul pavimento. Come era possibile? Ma la crostata di mirtilli, era sicura, avrebbe fatto miracoli.
«Crostata di mirtilli» disse.
Se fosse andata a sbirciare nelle tacche che segnavano l’altezza a ogni compleanno avrebbe saputo che adesso era alto esattamente la metà di quanto era alto il giorno precedente. Ma non controllò. Osservò soltanto come si arrampicava sulla sedia per arrivare alla crostata: arrivava appena al piatto. Lui ridusse la fetta di crostata in piccole briciole che portò alla bocca senza troppa convinzione. ‘Perché non la divora?’ pensò lei. Una protesta, una muta protesta, ma non gliela avrebbe data vinta. Non avrebbe sbloccato la carta per fargli ordinare quelle proteine senza nessun colore, profumo, sapore. Se solo fosse stato più convinto.
«Nel frattempo potremmo prendere il vecchio seggiolone.» Disse solo questo, e il figlio disse solo: «Certo, per la video lezione diventa indispensabile altrimenti.»
Il vecchio seggiolone era nel vecchio negozio, chiuso da anni. Un vano che non riuscivano a vendere. Lei pensò al cartello ‘vendesi’ attaccato sul vetro sporco. Un vecchio magazzino ormai, dove aveva ammassato vecchie cose. Dover risolvere questa questione pratica del seggiolone era un sollievo, le impediva di pensare a questo rimpicciolire, che non riusciva ad arginare. Comunque, un pensiero le piombò addosso propria sulla porta del negozio-magazzino: E se fosse scomparso del tutto? Ma tutti quei colori, quei profumi dei cibi, come potevano impedirgli di stare in vita? Avrebbe fatto un ultimo tentativo prima di darsi per vinta. Chiuse dietro di sé a fatica la porta con il seggiolone sotto il braccio. Lui era lì che aspettava nell’angolo del computer. Lo sollevò, leggero com’era. Non la contraddiceva, era stato sempre così buono in fondo. Lo dicevano tutti. Sei fortunata ad avere un figlio così buono, le dicevano le sue amiche. Ma la protesta muta era quella che non riusciva a gestire. Perché lui non ammetteva che aveva ragione lei? Non la guardò, accese il computer e aspettò che tutti i riquadri con i volti si accendessero.
«Presente» disse lui, e poi tacque. Aveva diversi risvolti della maglia del pigiama sulle braccia.

La mattina dopo lei aveva tuffato nel liquido bianco del latte scaglie di cereali in tutte le tonalità del marrone. Il latte, lei pensò per un attimo, aveva il profumo della sua infanzia, ma era riservato a lui. Per lei ormai ricominciare con i cibi sarebbe stato un lusso che non avrebbe potuto permettersi. E in fondo era lui che voleva veder sorridere. Non lo sentì arrivare e il cuore fece un tuffo quando lo vide: era lì, piccolo, minuscolo, in fondo al riquadro della porta. Gli si avvicinò e lo sollevò sul palmo della mano. Gli occhiali erano piccole lenti sporche. Se quel suo rimpicciolire era un modo per poterla impietosire e farle cambiare idea per la questione delle proteine, in fondo, ci stava riuscendo molto bene. Ma lei era ancora troppo convinta. Lo appoggiò sul tavolo vicino a una tazza gialla del latte che, accanto a lui, era enorme e, sebbene si sforzasse, non le venne in mente subito nessun piccolo oggetto che potesse servire al figlio per succhiare un po’ di latte. Immerse un cucchiaino nel latte, ne tirò su qualche goccia e lo avvicinò alle minuscole labbra di lui. Sentì un fruscio e le gocce scomparvero dalla punta argentata del cucchiaino.
Quella mattina la lezione davanti al computer no, non era assolutamente il caso. E se avessero provato a uscire insieme, pensò lei, così come quando era piccolo? Sarebbe andata in biblioteca, avrebbe cercato qualche altra ricetta, quella che avrebbe convinto lui a mangiare. Sapeva che avrebbe potuto farcela. In fondo con i cibi erano cresciuti per tanto tempo. Anche lei fino all’età di 15 anni aveva mangiato cibi e si ricordava quanto era stata felice. Ma tra i ricordi, si impose un pensiero: se fossero usciti, lei non sarebbe riuscita a tenerlo per mano. Lo guardò lì seduto vicino alla tazza gialla con le minuscole gambe incrociate e, solo in quel momento, si accorse che non aveva il solito pigiama grigio. Guardando meglio riconobbe i pantaloncini e la maglietta del piccolo peluche che da sempre lui teneva sul suo comodino. I minuscoli vestiti doveva averli sfilati al piccolo peluche e li aveva indossati prima di arrivare in cucina. E allora lei pensò che se lo avesse messo nella sua borsa di stoffa facendo due buchi per gli occhi avrebbe potuto portarlo in giro senza timori. Prese le forbici dal cassetto vicino alla finestra, fece due buchi nella borsa di stoffa che usava per la spesa, lo sollevò e lo infilò con delicatezza nella borsa. Sentì appena il suo respiro sfiorarle le dita, solo un leggero respiro. Capì che si agitava ma così piccolo la sua agitazione era appena percettibile. E si trovò a camminare nell’Avenida Corrientes, solo poca gente sul marciapiede. Lui si sentiva soffocare in quella borsa, anche se lei aveva pensato di risolvere tutto con quei ridicoli buchi. Lei invece sentiva il vento tra i capelli, sentiva tra i capelli il vento della primavera che arrivava anche da quelle parti. Era come se quel vento così gradevole le dicesse che ancora poteva farcela.
Arrivò fino alla biblioteca. Era chiusa, e nessun cartello indicava gli orari d’apertura. Passò davanti al piccolo negozio che vendeva, unico in città, sporadici esemplari di cibi a prezzi costosissimi. Anche quello era chiuso. Sentiva suo figlio sempre più leggero nella borsa e allora capì che forse era il caso di ordinare quelle proteine. Doveva ammettere che la cosa le dispiaceva ma in fondo era l’unico modo per far tornare suo figlio come era prima. Le dispiaceva tanto che lui avesse perso l’occasione di essere felice con i cibi.
Cominciò a camminare più velocemente e, quando tornò in casa, aveva ancora la luce negli occhi e il salotto appariva più buio. Anche la camera di lui era buia. La luce che entrava dalla finestra illuminava solo le lenzuola bianchissime e rischiarava la stanza intorno al letto. Lo appoggiò sul palmo della mano per tirarlo fuori dalla borsa: era docile, non oppose nessuna resistenza. Era come se anche la sua energia si fosse ridotta. Il cervello di suo figlio, ridotto ormai a poche cellule, non fu in grado di elaborare nessun pensiero ma solo dalle sue piccole narici sentì, quando con il naso sfiorò il palmo della mano della madre, un odore, avrebbe detto la madre, un odore di mirtilli.
Lo appoggiò sulle lenzuola bianchissime.
«Aspetta qui» gli disse anche se non sapeva dove sarebbe potuto andare.
Si mise davanti al computer, nella luce che chiudeva lei e il computer in un unico cono. Il sito per ordinare le proteine dove lo avrebbe ritrovato? Certo, doveva cercare nella cronologia, cercare la carta, il numero della carta che aveva bloccato. Poi sentì un dolore, avrebbe giurato fosse la luce a provocarle quel dolore, a ferirla. E invece no, era il dubbio: e se non avesse fatto in tempo a ordinarle quelle proteine? Il dolore cominciò ad annebbiarle la vista e si trovò a guardare nello schermo solo segni che non riusciva decifrare. E se fosse completamente scomparso? La frase cominciò a pulsare nella sua testa come una luce lancinante. E il pensiero fece fare un tuffo al cuore e rovesciò la sedia dietro di sé. Lei spalancò la porta della camera: non lo vide tra le lenzuola. In fondo era troppo piccolo, pensò, bastava cercare ancora e rovesciò le lenzuola. Poteva essere rimasto impigliato tra le lenzuola e le coperte. Ma non lo trovò neanche lì.

Verso mezzogiorno, i passeggeri cominciarono a scendere dall’autobus nell’Avenida Corrientes. Sentirono un lamento come un ronzio quasi impercettibile. Il pianto di una donna come un rumore proveniente da una ventola accesa.

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