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La sola cosa che hai mai voluto da me

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quanto può essere triste un sorriso. Quanto pieno di fumo. Il mio, mentre ti guardo. I tuoi occhi sono di cera intarsiati d’oro. Succosi di brina, di sciroppo e di mela caramellata. Ero innamorato di quegli occhi. A guardarci bene si indovinava il passato… Francesco Montonati si mette in un angolo della stanza per osservare in piena luce un essere unico.

Quanto può essere triste un sorriso. Quanto pieno di fumo. Il mio, mentre ti guardo.
I tuoi occhi sono di cera intarsiati d’oro. Succosi di brina, di sciroppo e di mela caramellata. Ero innamorato di quegli occhi. A guardarci bene si indovinava il passato. Il mondo lo si vedeva dall’alto, intriso di vita e di bestie feroci. Ci si poteva tuffare, in quegli occhi, e lasciarsi inghiottire.
Nella tua espressione che sembrava sempre stupita c’era quel tuo bastoncino, il bastoncino che avevi trovato al parco della nonna, migliore degli altri perché era acero rosso e l’avevi raccolto con papà. Ne andavi fiera, ma quando gliel’hai mostrato, le bambine del parco ti hanno evitato, ti hanno detto fai schifo. Perché mi dicono così, chiedi alla mamma, perché mi dicono fai schifo, ma lei parla con la nonna e dice che se ne vuole andare, che non ce la fa più con lui.
Nei tuoi occhi di bambina c’è il verde dell’ippocastano sotto cui ti rifugi, al riparo dagli altri, bambini e adulti, perché non ti vedano. Sei tu a non farti vedere, adesso, sei tu che ti nascondi. Tu, rannicchiata tra i ninnoli dolci delle castagne matte. Anche tu sei un po’ come loro. Anche a te là fuori nessuno ti vuole.
Nelle tue iridi rossicce screziate di verde c’è la strada in salita che ti sei costruita in cerca di un traguardo che ti avrebbe elevato. Perché un traguardo ci vuole, diceva tuo padre, e un progetto bisogna averlo, tua madre sentirà parlare di te!
E il tuo progetto doveva essere più grande degli altri, migliore, in quel quartiere periferico abbandonato dalla città. Era il bastoncino più nobile, il tuo. Avresti fatto la veterinaria e saresti stata l’orgoglio di tua nonna, che con quegli strampalati gatti trovatelli che giravano per casa, di un veterinario avrebbe sempre avuto bisogno. Tuo padre lavorava dieci ore al giorno alla fabbrica di laminati e la domenica non si alzava dal divano; perciò, ci andavi da sola a casa della nonna. Attraversavi da sola il parco che d’inverno era violaceo e disabitato, e dalla nonna trovavi i cugini, gli zii, i parenti. C’erano le torte, la coca-cola e le patatine, e poi c’è stato il vino, lo spumante e il salame, e la sigaretta sul balconcino al freddo per sentire un pettegolezzo da qualcuno. Ti voleva bene, la nonna, voleva bene a tutti voi. Ma quando tuo padre è morto, quando la macchina se l’è ingoiato, non ha retto e neanche un mese dopo se n’è andata anche lei. Niente più domeniche. I parenti, i cugini, poco a poco spariti tutti.
Eri tu la figlia più grande e, per sfamare tuo fratello, sfilacciato rimasuglio della tua famiglia, hai dovuto rinunciare al tuo progetto. Hai cercato un lavoro senza convinzione, hai preso il primo che è capitato. Nelle mani bruciate dai detersivi, arrossate e screpolate dal freddo, quel lavoro ce l’hai impresso addosso, raggrumato nelle unghie sbiancate e trascurate, nelle spalle stanche, nelle caviglie gonfie, in quegli stessi polpastrelli che hai appoggiato al collo di tuo fratello, quando l’hai trovato disteso in bagno con il laccio stretto intorno al braccio.
Nei tuoi occhi ci sono anche i ragazzi e gli uomini di cui ti sei invaghita. Innamorata, ma mai fino in fondo. Uomini in cui hai creduto solo in parte, mai fino al punto di fidarti di loro. Mai facendoteli bastare. Uomini che hai deciso incompiuti, non abbastanza aderenti al modello che ti eri imposta. Il tuo di modello. Che, lo sapevi, era un modello impossibile. Non nella realtà, almeno. Solo nei sogni, che in testa si mischiano e sbiadiscono insieme a ricordi, colori e immagini, come fotografie ingiallite. Cartoline che conosci a memoria ma che ancora volti per vedere chi te le ha scritte e poi rimetti nell’album con quel sorrisetto indolente.
Ce n’è una però, di cartolina, che non vuole saperne di finire chiusa in quell’album. La tieni nel primo cassetto, quello delle bollette da pagare, dell’agenda con i numeri importanti e del kit da cucito. La tieni lì perché non sei il tipo da fotografie incorniciate alle pareti, ma non vuoi nemmeno che vada persa. Quella cartolina si riflette ancora nel nero delle tue pupille. Un nero più nero del nero della notte primordiale.
Forse poteva essere lui quel modello impossibile, lo chiamavi l’Ingegnere. Poteva esserlo perché non hai avuto il tempo di rovinartelo, di aggiungere ali da mostro alla sua schiena, di snellire la sua spina dorsale. Non hai avuto il tempo di stroncarlo. Ci ha pensato il tumore. In quel nero più nero, nei tuoi occhi di oggi c’è l’assenza di ieri. Aspettava di finire le sue ore e tu non andavi a trovarlo perché te l’aveva detto lui, non venire se poi ci stai male. E non sei più andata. Sua figlia sì. Lei lo accudiva con dolcezza. Gli portava i pigiami puliti, l’acqua e quei cioccolatini con dentro il rum che gli piacevano tanto. Voleva anche i sigari cubani, lui, scherzava sempre. Sua figlia la sentivi spesso. Ti voleva bene e tu a lei. Poi anche con lei hai perso i contatti. Abbiamo pianto ieri, le aveva detto una volta l’Ingegnere. Sì, aveva detto lei, abbiamo pianto tanto, piangiamo un po’ per tutto. È stata l’ultima volta che sei andata a trovarlo. La moglie, che tu sappia, ci è andata una volta sola, poi non si è più fatta vedere. Che aveva un’amante lo sapeva, ma non che eri tu. Chissà se anche lei ci stava male o semplicemente non aveva voglia di portare del bene a chi non ne meritava più. Ci è andata come te quando ancora non era gonfio e pelato. Perché poi te lo sei immaginata così: gonfio, calvo e di un pallore anemico. Sulle tue labbra, in quelle rughette verticali, c’è la preoccupazione per lui che te le faceva contrarre in quella tua tipica espressione. Nel lieve fremito che hanno le tue palpebre quando le apri e le chiudi c’è lui su quel letto che ti dice non venire, che ti guarda, che non parla più, che non ti riconosce più. E che muore.
Sei rimasta sola, ti sei voluta sola. La tua solitudine la vedo in quel rossetto pesante che hai sulle labbra, un colore carico, che non avresti mai scelto. Chi te l’ha messo non ti conosce per niente.
Ti erano rimaste le pulizie a casa della signora. Fortuna che c’è lei, dicevi. La signora con le sue fissazioni. Stendere in giardino anche d’inverno col freddo glaciale, quattro mollette per le lenzuola, una per ogni slip. La signora la vedo in quella piega triste che hanno i tuoi occhi, negli angoli che piovono verso il basso. E quel suo figlio manesco, con lei e con te. Anche le tue labbra piovono verso il basso, deluse e vinte, ma è il tuo naso, con quella simpatica gobbetta, a ricordare le sue carezze.
Oggi non c’è nessuno qui a vegliarti, la signora non l’ho vista, e nemmeno suo figlio. Ci sono solo io. Non ti sei mai accorta di me perché per te l’argomento era chiuso. Ero solo il barista sorridente con cui fare due chiacchiere prima di andare al lavoro. Non ho mai avuto il coraggio di farti notare che esistevo. Ogni mattina, alle 7 e 25, con precisione quasi maniacale, entravi al bar per il tuo caffè corretto con grappa al moscato, e un giorno dopo l’altro, mese dopo mese, anno dopo anno, mi hai raccontato la tua vita. Quando ti dicevo che non ti faceva bene, mi guardavi con un sorrisetto ironico. La mia grappa, dicevi, è la bestia che temo di meno in questa vitaccia.
Arriva qualcuno, una donna. Sento i suoi passi decisi venire dal corridoio. È giovane, elegante, ha i capelli raccolti in una coda marziale e una borsetta sotto il braccio. Il suo passaggio semina profumo. Mi guarda lontana, forse stupita di avere trovato qualcuno. Si ferma di fianco alla tua bara aperta e ti osserva con gli occhi lucidi.
Potrei avvicinarmi e consolarla. Potrei abbracciarla forte, piangerti insieme a lei, chiederle se vuole venire al bar. Le offrirei un caffè. Chissà che cosa penserebbe.
Si lamenta dell’agenzia funebre. Che disastro, sussurra. Non si sarebbe mai messa un rossetto del genere.
La conosce bene? le chiedo.
Lei alza la testa e mi squadra. Ci ha cresciuti lei, dice. È in casa nostra da sempre. Si soffia delicatamente il naso. Me ne sono andata, è rimasto mio fratello. Non la sentivo da un po’.
È la figlia dell’ingegnere? le chiedo.
Lei fa di sì con la testa, mi augura una buona giornata e si allontana per il corridoio.
Rimaniamo soli, tu e io. Distesa in quella scatola di legno, con le guance lucide di fondotinta color madreperla, sembri sollevata. Non sorridente. Non in pace. Sollevata. E questo, chissà come, mi fa star meglio. Adesso che i tuoi occhi sono chiusi per sempre, posso solo ricordarli, come colori, immagini, foto ingiallite. Quanto può essere triste un sorriso. Eppure ti sorrido, anche se non puoi vederlo. È la sola cosa che hai mai voluto da me.

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