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Body Positive

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cosa vorrei cambiare di me? Che domanda… Io mi piaccio. Davvero. Anzi, mi piaccio davvero tanto, dottore. Quasi sempre. Ci sono alcuni giorni in cui mi sveglio e mi guardo allo specchio e mi sento davvero bella. Una strafica, oserei dire… Vittoria Elena Papa innesca un’iperbole esilarante.

Cosa vorrei cambiare di me? Che domanda… Io mi piaccio. Davvero. Anzi, mi piaccio davvero tanto, dottore. Quasi sempre. Ci sono alcuni giorni in cui mi sveglio e mi guardo allo specchio e mi sento davvero bella. Una strafica, oserei dire. Anche se con qualche capello bianco, ecco. Un capello bianco, per la precisione. L’ho visto questo martedì nel riflesso del forn, mentre preparavo i biscotti. Cosa vuole che sia. Sono belli i capelli bianchi. Li chiamano sale e pepe. Vanno molto di moda adesso. Te li sbattono anche sulla copertina di Vogue, quei fottutissimi capelli bianchi. Così l’ho strappato, il capello, dico.
I giorni in cui non ho i capelli bianchi farei rosicare anche Venere, diciamolo. Ma seria. Una Venere serissima perché se sorrido mi vengono quelle cazzo di rughe sulla fronte, dottore, che mi fanno rosicare e quindi seria, serissima devo stare. Sul serio, dottore, dobbiamo fare qualcosa per questa fronte, un po’ di Filler, faccia lei, non lo so, perché poi mi fanno le foto a tradimento quegli stronzi. Amici amici poi aspettano che io rida per scattare le loro foto di merda e io sento quel ‘click’ e casca tutto a pezzi. Aspetti, guardi. Ecco qui, guardi questa foto: un disastro. Rido e c’è questa specie di terremoto sulla mia faccia. Lo vede che gli occhi mi diventano piccoli, dottore? Minuscoli? Ci sono queste palpebre che non si sa che hanno fatto in questi anni ma hanno preso vita e colano giù – le dico – come un blob. Una blefaroplastica, ecco cosa serve. Deve sembrare, se possibile, che Dio stesso mi stia tenendo per una coda di cavallo così stretta da impedire alla mia stramaledetta faccia di fondere verso il pavimento. Per favore, dottore, non si dimentichi gli zigomi, che queste guance così guance fanno proprio pietà. Devono essere appuntite, capito? Le voglio affilate come i coltelli che vendono su quei canali alternativi che ci stanno dopo il 7. E le labbra, labbra enormi, oscene, volgari, immense. Chissene frega se poi non le muovo più, dottore, mica ci devo sorridere.
Allora, siccome diventerò questa bambola sexy, una pornostar praticamente, anche se oggi non si chiamano più così ma lavoratrici del sesso, per favore, dottore, proprio lei non mi offenda, avrò bisogno di un bel paio di protesi per il seno. Facciamo… una terza abbondante. Ma infatti abbondiamo, una quinta, dottore. Una bella quinta di tette andrà benissimo. E per il culo facciamo come si fa per le ruote delle macchine, che quando se ne guasta una si cambiano tutte e quattro, e prendiamo delle protesi anche per il culo. Così da fare il paio fronte-retro. Ma ben bilanciate, anatomiche, ergonomiche, come si chiamano.
Una bomba, questa Gigì. Perché di certo non mi posso chiamare Maria. Avrò questo nome d’arte sexy e raffinato e tutti mi chiederanno: «Gigì, come fai a non invecchiare mai, sono passati trent’anni e sei ancora la più bella sul red carpet». Avrò smesso di fare roba volgare, ora solo pellicole politicamente impegnate, gender inclusive e body positive, allora risponderò che il segreto è la dieta e l’esercizio fisico e così usciranno i miei video motivazionali. Che meraviglia, dottore, ci pensa?
Certo poi col tempo dovremo sostituirla tutta questa pelle che mi marcisce addosso, giorno dopo giorno come una maledizione. Via! Ci mettiamo un bel tessuto sintetico di ultima generazione, qualcosa di elasticizzato, texturizzato, madreperlato, che mi rivesta come un guanto. Basta con questi capelli, che se ne rivedo anche solo uno di capello bianco giuro che me li strappo tutti, no no, una chioma di plastica, fluorescente, lunghissima, infinita, facciamoci inciampare il mondo sopra i miei cazzo di capelli.
Via questi organi putridi che fanno schifo, che orrore la vescica, l’intestino, l’intestino crasso – senta che nomi – via, doniamoli ma, anzi, proprio buttiamoli. Ai gatti, nei cassonetti. Ci metta al loro posto qualcosa di prezioso che si sa che belli dentro belli fuori. Mi riempia d’oro, pietre, diamanti, lapislazzuli…

«Mamma?»
«Mh, sì?»
«Mamma, allora? Cosa devo rispondere a questa domanda? C’è scritto: ‘Cosa vorresti cambiare di te?’»
«Oh, tesoro, nulla. Non devi cambiare nulla. Sei perfetta così come sei.»

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