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Terza persona singolare

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono in macchina in autostrada, lei dorme sul sedile del passeggero. Si è addormentata subito, forse per il vino della serata. Stiamo ritornando da una cena a casa di amici, più amici suoi che amici miei. Si sono appena sposati e volevano raccontarci tutto… Niccolò Baccaille compie un viaggio nel viaggio, con direzioni parallele.

Sono in macchina in autostrada, lei dorme sul sedile del passeggero. Si è addormentata subito, forse per il vino della serata. Stiamo ritornando da una cena a casa di amici, più amici suoi che amici miei. Si sono appena sposati e volevano raccontarci tutto della cerimonia a cui non ci hanno invitato perché ne hanno voluta una ristretta e discreta, solo con i familiari e gli amici più intimi. Più di noi evidentemente. E in più lei è incinta. Ci ha mostrato le foto col vestito bianco rigonfio sul ventre. La serata è andata così, chiacchiere e foto del matrimonio, ecografie e chiacchiere sul figlio in arrivo. La classica cena a percorso obbligato in cui già dall’antipasto cominci a temere dove si andrà a finire. Mentre mangi il primo piatto pensi ai modi per evitarlo. All’arrosto cominci a perdere le speranze, fetta dopo fetta, e al contorno hai la certezza dell’arrivo della solita domandina che i novelli sposi ci hanno puntualmente fatto, tra il dolce e il caffè: E voi, che intenzioni avete?
Ci si gioca la digestione con una domanda del genere. Il problema non è stata la risposta che abbiamo dato, anzi che non abbiamo dato. Il problema è stata quella parolina che lei, che ora mi dorme di fianco in autostrada, di notte, lei, la donna a cui per la prima volta ho detto qualcosa di simile a un ti amo, lei, il problema, chiamiamolo così, è stata la terza persona singolare. Era sempre un lui non lo salui è ancora indecisoci stiamo pensando perché luichiedetelo un po’ a lui. Inutile specificare che quel lui ero io. Io sono sempre stato io per me. Con lei e per lei mi ero concesso di essere un noi. Ma di esser chiamato in mia presenza con la terza persona singolare, a parte mia madre e mia nonna quando si vantavano del figlio barra nipote con le amiche, mi è capitato di rado e sempre con esiti spiacevoli. Insieme a quel lui ti cade sempre addosso qualcosa come una responsabilità, un merito, o una colpa, che spesso non sapevi di avere o sulla quale non puoi far niente, né ti va di farci niente.
Mio figlio ha preso 8 alla verifica di matematica. Terza persona. Vede signora, che bel giovanotto che è diventato mio nipote?
Terza persona. Nella sua azienda stanno attuando dei cambiamenti importanti, e ancora non si sa se lo sposteranno di sede o se lo promuoveranno. Lui vorrebbe aspettare che passi questo periodo prima di prendere decisioni. Aveva detto così ai nostri amici, mangiando la – devo dire un po’ secca – torta di mele, e poi aveva concluso, sorridendo verso di me, comunque non abbiamo fretta.
Sì, non abbiamo fretta, ho ripetuto io, buonissima questa torta di mele.
Ed è vero, non abbiamo fretta. Non c’è fretta qui in autostrada di tornare a casa anche se domani entrambi lavoriamo. Perché dovrei aver fretta di decidere quando e se sposarci o se avere un bambino, o se averlo e non sposarci, o eccetera eccetera.
Le intenzioni che abbiamo. Sono tre anni che stiamo insieme, non sono molti non sono pochi. E sempre, mentre guido, la guardo dormire. Mi è sempre piaciuto il modo buffo in cui dorme, in macchina, la testa ritirata tra le spalle e leggermente piegata da un lato la fa sembrare imbronciata, o offesa, ma in quella maniera carina dei bambini che fanno i capricci. Se mai dovessi avere una famiglia, ora, e prima, a cena, e qui in macchina in autostrada, mentre un tir gigante ci supera prepotente sulla destra, sono certo di volerla avere solo con lei. Ma non so se volerla, questo è il punto. Il tir imbocca l’uscita, quella con il cartello più grande degli altri con il simbolo della prua di una nave accanto alla scritta porto. Lo perdono per quel sorpasso. La famiglia è una direzione grossa, esci totalmente dall’autostrada, ne imbocchi un’altra, cambi città, forse paese, ti imbarchi e prendi il mare. E magari è un buon posto quello in cui approdi. Ma da lì a esser nonno è un attimo. Io, che fino a ieri ero ancora un figlio bravo a scuola e il bel giovanotto per mia nonna. La famiglia è una svolta grossa, definitiva, e buon viaggio al camionista. Sulla mia destra si susseguono cartelli di uscite sconosciute. Parole mai sentite, sobborghi urbani, paesini e località di provincia che non ho mai visitato e forse non visiterò mai.
Alla mia sinistra una station wagon che mi lampeggia e mi sorpassa, ma che avranno ad andar tutti di fretta questa domenica sera? O sono io che procedo troppo lentamente? Forse dovrei dare un’accelerata un po’ a tutto. Scalare la marcia e superare anche io qualcuno, o almeno stargli attaccato. Inseguire un qualche progetto. Ma in nell’attimo in cui ho guardato dentro quella macchina lui guidava impassibile, lei guardava fuori ipnotizzata dalle linee bianche tratteggiate. Uomo e donna, seri, muti, e immotivatamente veloci. È quello il matrimonio? Serio, muto, e veloce? La cerimonia di nozze, l’ultimo giorno felice; la luna di miele, l’ultima scopata come si deve. E poi veloci negli anni verso un divorzio non scritto, senza notai né avvocati, casalingo, fai da te, in macchina senza parlare, sperando forse in qualche incidente di percorso che sistemi le cose o le faccia definitivamente finire.
Rallento ora, per davvero, tengo la destra, e con una mano le risistemo il giaccone che si è messa addosso come coperta. Non svegliarti, non guardare, continua a dormire. Non ci permetteremo di seguire quella direzione, quella strada ha un pedaggio troppo alto da pagare. Meglio procedere alla nostra andatura, meglio rallentare, meglio, forse, perfino fermarsi. C’è una area di servizio a un chilometro. Credo di volere un caffè. A lei non piacciono le aree di servizio, a me invece solo di notte, quando sono vuote, non c’è la fila alla cassa, né strani turisti che osservano e comprano dolci e souvenir come se li avessero visti per la prima volta, con la paura di non ritrovare mai più in vita loro quel monumento in miniatura o quel pacco da due chili di caramelle gommose. Parcheggio e scivolo fuori senza far rumore, senza svegliarla, non le piacciono le stazioni di servizio. Nella piazzola, solo camion e camion, enormi, sulle fiancate i nomi dei rispettivi autisti che dormono nell’abitacolo o si fumano una sigaretta prima di ripartire.
Una vita in viaggio, su e giù per autostrade e statali, sempre con una meta da raggiungere, decisa da qualcun altro, tu basta che guidi, che vai, e che arrivi prima o poi.
A pensarci, non è neanche male, a parte il fatto che stai sempre da solo.
Come la barista che quando mi vede entrare si sposta verso la cassa e tenta di costruirsi un sorriso sulla faccia stanca di domenica sera. Era così stare da solo, me lo ricordo bene. Sorrisi finti, giornate con le quali non sai che fare, inutili, come quei dolci e souvenir che ogni giorno osservi acquistare da qualcun altro, e poi è domenica sera, lo è sempre, quando sei solo.
Lascio il caffè a metà, ho scoperto che non mi andava poi tanto, e che non voglio tornare a quel punto, a quel punto in cui sei sempre la prima e unica persona, maledettamente singolare.
Ora non sono più a quel punto. Ora sono un lui, per lei, che mi aspetta in macchina dormendo.
Lei, che da troppo tempo sta aspettando, perché lui non riesce a decidere, lui è impegnato col lavoro, lui ha paura, lui mi vuole bene ma, lui, che esce dal negozio passando per quel vertiginoso labirinto di prodotti che non servono di fatto a nessuno, lui è fuori nella piazzola, si avvicina alla macchina, lentamente, si accosta al finestrino e osserva quell’espressione imbronciata di quando dorme che gli piace tanto, alza lo sguardo oltre i distributori di benzina, le luci della città in lontananza, alla fine dell’autostrada, tutta dritta, macchine che filano via in quella direzione, lui che sale in macchina e mette in moto, le sistema ancora una volta il giaccone, stavolta sfiorandole una guancia con le dita, guida fuori dalla stazione di servizio e punta dritto verso la città, le uscite che spariscono veloci sulla destra, dritto verso casa, verso il letto, insieme, come sempre, e svegliarsi ancora abbracciati la mattina, domani, non c’è da aver paura, domani, è solo lunedì, per lui, come per chiunque, in quell’autostrada.

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