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Quello che mi pare

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Illustrazione di Agrin Amedì
Tornate pure a casa all’ora di pranzo, va benissimo. Ecco, purtroppo, non ci sarà nessun piacevole aroma ad attendervi. Non ho preparato da mangiare, né ho fatto la spesa. No, no, non sono affatto arrabbiata, è solo che non ho avuto tempo per voi, tutto qua… Beatrice Bretzel si lancia in una corsa che sa di gioia e gioco, e forse un po’ d’amarezza.

Tornate pure a casa all’ora di pranzo, va benissimo. Ecco, purtroppo, non ci sarà nessun piacevole aroma ad attendervi. Non ho preparato da mangiare, né ho fatto la spesa. No, no, non sono affatto arrabbiata, è solo che non ho avuto tempo per voi, tutto qua. E non sono neanche andata a lavorare oggi. Per cui mi trovate spaparanzata sul divano a guardare una serie tv a ciclo continuo. Voglio vedere come va a finire. Che c’è di strano? Voi lo fate sempre.
Tra poco passerà la mia amica Nicoletta a prendermi. E usciamo. Mi chiedete cosa è successo? E io vi dico: non è successo assolutamente niente. Sto solo uscendo. Anzi, mi faccio trovare già pronta sulla porta con un bel vestito elegante. Capello fatto, tacco dodici e tubino. Rossi. Andiamo a teatro, io e Nicoletta, al pomeridiano. Fanno la versione recitata di Donne sull’orlo di una crisi di nervi di Almodovar. Voi fate la spesa che il frigo è vuoto e mettete tutto a posto che la casa è sottosopra.
Oppure esco prima che torniate a casa. Vi lascio un bel post-it sul frigorifero. Giusto tre parole: “Ritorno domenica sera”.
Un bel week end con un’amica. Uomini no, ne ho già tre in casa… Beh, dipende… Diciamo senz’altro né adolescenti, né maritati. Potrei fare quel corso residenziale di tango, che poi mi è sempre piaciuto, il tango, anche se non ci ho mai provato per via della musica che mi dà ai nervi. O il corso avanzato di danza afro-haitiana, tecniche mahì e congo, passi di guerra e d’amore. Machete e bacino. Quella sì che scarica mente e corpo. Due giorni di corso sul Lago Trasimeno, non è neanche lontano. Sempre che non preferisca direttamente la Haka. Esisterà una versione femminile di questa danza tribale!
Che poi il biglietto potrei anche non scriverlo. Mi preparo una valigia e sparisco. Vado via e basta. Voglio un posto tranquillo. Un’oasi di pace. Il silenzio. In qualche monastero, perché no. Il Monte Athos. No, mi pare sia solo maschile. Per carità! Ma magari anche a Subiaco, i monaci organizzano periodi di ritiro assoluto sopra la montagna. Non voglio parlare con nessuno. E il cellulare è il primo che lancio. Lo faccio volare dalla finestra. No, che poi me lo riportano. Deve essere irrecuperabile. Lo butto nel fiume o in un crepaccio.
Ma c’ho ripensato. Neanche con i monaci voglio parlare. Voglio fare una clausura vera. Avere la mia cella, non uscire neanche per andare al refettorio. Va benissimo se mi preparano da mangiare e poi mi passano la ciotola attraverso la feritoia della cella. Loro aprono lo sportellino, io lo chiudo. Mi lasciano il piatto, io apro e lo prendo. Senza alcun contatto. Neanche visivo. Niente corso di nuoto, la spesa, la casa, il lavoro, le mie riunioni incrociate con quelle della scuola dei figli. Sono una donna libera. Cavatevela. Organizzatevi tra di voi. Crescete che poi se ne riparla. Tra una decina d’anni. Adesso sto in un regno di pace suprema. Faccio quello che mi pare e nessuno interrompe il flusso dei miei pensieri …

 

…  Ma, porca vacca, sono già le tre!

«Pronto, amore mio. .. scusa … Sì, sì, lo so, sto arrivando, sto arrivando… È che mi ero appisolata. Sì, certo che poi ti accompagno a nuoto. Ti aspetto in macchina davanti a scuola, al solito posto! A tra poco.»

 

 

NOTA BENE

Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente voluto.

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