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Piercing & Tattoo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il bello di svegliarsi in queste mattine invernali? La vista sul parco della villa, il candore della brina, il tepore del piumone, il profumo della moca che, cascasse il mondo, la mamma prepara di persona alle 7 e 30 precise. E poi lui. Jancuz. Il mio dio terreno… Francesco Montonati intona un assolo sovrumano.

Il bello di svegliarsi in queste mattine invernali?  La vista sul parco della villa, il candore della brina, il tepore del piumone, il profumo della moca che, cascasse il mondo, la mamma prepara di persona alle 7 e 30 precise. E poi lui. Jancuz. Il mio dio terreno, che mi guarda dal poster davanti al letto tutte le mattine con quegli occhi pieni di mascara, il viso liscio e appuntito e quelle ciglia lì e quelle labbra lì che, mamma mia, cosa gli farei. Ma c’è un problema oggi: mi sono svegliata con un tatuaggio sulla mano. E non sarebbe un problema il tatuaggio in sé – tatuaggio che peraltro ieri, prima di addormentarmi, non avevo né mai mi sarei lontanamente sognata di fare. Il problema con questo tatuaggio è che è quello di Jancuz, quello che ha lui sulla mano, la mano con cui nel poster regge la chitarra. E non è come il suo, è proprio il suo. Lui non ce l’ha più. Per questo non sono certissima di essermi svegliata fino in fondo. Jancuz ha anche delle rose tatuate che gli si arrampicano sull’avambraccio. Aveva. Ora ce le ho io. E, fammi controllare… Oh, no, ho anche il piercing sul capezzolo. Chi ha voglia adesso di andare a controllare se ho anche il serpente sulla faccia? Sul poster non c’è più.
«Alla Bocconi i docenti non sono noti per l’apertura mentale» dice calma, comprensiva.
«Ma che cazzo, mamma, parli come se li avessi voluti fare io», perché lei mica ci crede che mi sono svegliata così. Ha il suo golfino rosa antico, i fuseaux dello stesso colore, le scarpine da casa a punta.
«Fai tardi» mi fa.
«Scherzi?» dico. «Non esco mica, conciata così».
La mamma si siede e si versa del tè che profuma di incenso e di rosa. Toglie li occhiali e li appoggia sul tavolo.
«Sei una ragazza sveglia, Lulù. Una che si prende le sue responsabilità. Vai dal rettore e glielo spieghi».
«Cosa? Non ci penso neanche».
Lei apre il giornale e addenta la fetta biscottata con burro e marmellata che Jacob le ha preparato sul piattino. Anche il tè l’ha preparato lui. Ha fatto tutto lui, tranne il caffè.
Il rettore mi guarda come se fossi un’aliena. No, tipo una senza tetto sconosciuta che gli chiede di andare a dormire da lui. Comunque, dato che mi ha concesso udienza, gli spiego che i miei genitori non ne sapevano niente, che in fondo siamo nel 2021, il mondo ha molto altro di cui preoccuparsi beyond my tatoos, ed è qui che il rettore mi blocca, si alza con fare cerimonioso e col ditino puntato dice semplicemente: «Sospesa».
Ellamadonna penso. «E per quanto tempo?», dico.
Adesso devo capire come fare passare questi mesi, come tirare fino all’anno prossimo, come dirlo a papà, tanto buono e progressista ma su ’ste cose si infiamma subito. Prima però vorrei anche capire perché ho parlato in inglese – Beyond my tatoos, e che pronuncia! E anche perché ho questa merda addosso. Cioè, questo modo di parlare mica è il mio, mica mi si addice. Siccome non ho gana di tornare a casa, mi faccio una vasca in San Babila, ma tutti quei truzzetti di merda mi stanno a culo, mi specchio in una vetrina e mi piaccio un sacco con quel serpente sulla faccia, con gli occhi così profondi, pensare che non mi sono neanche truccata prima di uscire. C’è una statua che si muove se le metti i soldi nel cappello, le metto un euro, lei mi manda un bacio e io le guardo le tette strizzate in quella tuta, belle sode e separate e, non so perché ma mi sta venendo duro. Un momento. Sono una ragazza io… Mi guardo tra le gambe, mi sfioro. No, questo non è cambiato. Mi faccio tutta via Torino a piedi, entro in un McDonald’s, mi mangio uno di quei nuovi menu gourmet con un panino grosso così, quelli con il formaggio Dop e tutto il resto. Non è che di solito ne mangi tanto di questo junk food, ma adesso mi piace un sacco, mi piace sporcarmi le mani con quelle salsine e poi leccarmi le dita. Arrivo da Prina, il negozio di musica davanti a San Lorenzo, e il commesso mi guarda strano quando inizio a ridere perché non la smetto più. Mi crederà una tossica. Ma cazzo come suono. Ho chiesto di provare una Stratocaster color ciliegia, e le mani se ne sono andate per i fatti loro. Hanno trovato accordi, scale misolidie e doriche su e giù per il manico, banding, tapping… insomma una forza della natura! Mai toccato una chitarra in vita mia. Quando attacco il riff di Don’t tuch mebaby, la biondina all’entrata mi guarda. La suono meglio di Jancuz, vero? Glielo dico con gli occhi, e lei mi sorride.
Torno a casa con la biondina sotto il braccio e una lattina di birra in mano. Le dico mamma, ho scoperto come campare fino al prossimo anno scolastico. La mamma si gira, sta lavorando al computer. Si abbassa gli occhiali sul naso. Sono diversi da stamattina, sono diventati tondi, e una peluria dura le è cresciuta sulla faccia. Il naso è leggermente più aquilino.
Scoppio a ridere, un altro attacco di ridarola che mi sconquassa tutta. La biondina guarda la mamma con due occhi così, poi guarda me e scappa fuori.
La mamma con l’espressione comprensiva e vagamente clericale mi dice: «Adesso ti credo».
E io: «Sei troppo lui. Steve Job, mamma, tale e quale.»
Mi sorride. «Devi vedere tuo padre, con quel becco da papera.»

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