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Manie

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Illustrazione di Agrin Amedì
La mattina ci guardiamo allo specchio riconoscendoci a fatica. Anche quando lavoriamo insieme, nei gesti apparentemente coordinati operiamo con un rigido distacco, una muta e frenetica asincronia che ci rende insofferenti, anche un po’ diffidenti… Irene Amore dà voce all’esperienza soffusa di due mani.

La mattina ci guardiamo allo specchio riconoscendoci a fatica. Anche quando lavoriamo insieme, nei gesti apparentemente coordinati operiamo con un rigido distacco, una muta e frenetica asincronia che ci rende insofferenti, anche un po’ diffidenti. Simmetricamente identiche e proporzionate, le linee dei nostri palmi tracciano solchi diversi e irreconciliabili. Quanto più forti ci esibiamo, tanto più occultiamo l’incertezza dei nostri gesti.
Sfioriamo fogliami e fiorami dai mille colori acuti e pungenti e dalle inesauribili forme lanceolate, bipennate, flabellate. Accarezziamo petali vellutati e gentili riconoscendone al tatto l’origine ma rifuggendone il sorriso nell’impazienza del lavoro. La nostra signora riorganizza vasi, brocche, bacinelle, colmandole di acqua fresca che ci innaffia la pelle assetata. Recidiamo gambi indocili, pieghiamo rigide carte, svolgiamo infinite curve di nastro. Afferriamo, aggiustiamo, raddrizziamo, solleviamo, spostiamo e i profumi di terra che ci agguantano diventano una droga elettrizzante. In questo camerone di negozio così frenetico di umidori e gesticolamenti non ci fermiamo mai un attimo a riposare. A furia di stringere, non distinguiamo più il ruvido dal liscio, il tenero dall’acuminato.
Poi ci tocca la traversata. Il viaggio in condottiera impugnatura di volanti ci fa sentire importanti su questa carretta vecchia arrugginita che la nostra signora possiede da anni. Adottando una salda e contenuta postura fingiamo di domare chilometri di asfalto, mezze inguantate a ripararci dal gelo dell’inverno, oppure libere e nude ai calori dell’estate.
E libere e nude ci incontra il tocco delicato che lima le erosioni nervose delle cime adunche e sbeccucciate come la nostra signora si riduce quando la preoccupazione se la mangia. Da tanto delicato tocco a moderare le disordinate estremità usciamo fuori morbide e allegre colorate sulle sommità come pasticche candide zuccherose di glassa. Ci attenuiamo così il disturbo delle rughe profonde, i venosi rigonfiamenti, le tracce di vecchie ferite. A dimostrare meglio e rinvigorire l’allegria così raggiunta, la nostra signora ci concede qualche sfiziosa leggerezza ed è allora che incontriamo al bar le nostre amiche di chiacchiere, piene di euforia sosteniamo calici a bollicine riderecce e proviamo ad abbracciarci e scaldarci di cose epidermiche e frivole. Nel cicaleccio affezionato, l’una copia gelosamente le cose belle, brave e giuste che fa l’altra.
Poi di nuovo all’opera. Trasciniamo buste enormi della spesa, piene di vegetazioni ispide e levigate, ingredienti impacchettati al mercato sotto la risata grassa del contadino. Nel tafferuglio delle strade, assaporiamo gli effluvi rasenti chiudendo gli occhi che non possediamo.
Quando torniamo a casa facciamo fatica a spingere il portone, siamo esauste ma ci teniamo salde al passamano mentre saliamo le scale. La nostra signora ci strofina l’una con l’altra per darci coraggio e ci rimette in azione in sella a forchette, cucchiai e affilati coltelli, impiastrandoci di polpe e unguenti e polveri, intridendoci di odori vari. Paste, carni, verdure, bolliti, arrosti e fritti, mantecati, setacciati, sbattuti, scottati e infornati, ci soffermiamo con attenzione su tutte le operazioni che la nostra signora ci comanda. Rischiamo la vita di fronte alla bocca vorace del forno, accanto alle lingue infuocate del gas, in troppo stretta prossimità di lame ed elettriche fonti. Ma non ci chiamiamo mai in aiuto, una insormontabile presunzione ci unisce, per cui se una si fa male l’altra se la svigna e si mette al riparo e se una fa bene l’altra ce la mette tutta a fare meglio. Alla fine di tante fatiche culinarie la nostra signora che ci vuole bene ci dona una doccia bollente sotto il rubinetto e ci avvolge di un intruglio appiccicaticcio.
Sul finale della sera, al buio stantio della stanza, ci allunghiamo snervate su superfici calde e pelose, curiose e coraggiose ci spingiamo su estensioni e incuneamenti, lentamente affondiamo dentro nascondigli segreti e incavi che non vedono mai luce. Ci teniamo alla sponda del letto mentre il resto del congegno sussulta esaltato, un’ultima trazione impulsiva ci risveglia con scossa brutale, poi niente. Riposiamo finalmente, immobili nello stentato sopore invocando di ricordare i sogni che si stanno approssimando.
Non ci diciamo mai buonanotte, raramente buongiorno. Al mattino ci guardiamo allo specchio riconoscendoci sempre a fatica, ma confidiamo di tenere insieme un altro giorno.

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