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L’amore è come l’acqua nel serbatoio

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Illustrazione di Agrin Amedì
L'amore è come l'acqua nel serbatoio. C'è chi ci campa d'amore, sempre a voler fare il pieno. E poi si accorge che era acqua e non benzina. Lacrimucce, non benzina. Perché l'amore quello è. Lacrime e parole, tante parole. Da ascoltare soprattutto. E così il resto si inceppa… Niccolò Baccaille dispiega sotto gli occhi del lettore il senso profondo della letteratura.

L’amore è come l’acqua nel serbatoio. C’è chi ci campa d’amore, sempre a voler fare il pieno. E poi si accorge che era acqua e non benzina. Lacrimucce, non benzina. Perché l’amore quello è. Lacrime e parole, tante parole. Da ascoltare soprattutto. E così il resto si inceppa. A me per fortuna non si accende la spia rossa dell’amore. Non ce l’ho proprio quella spia. E non mi faccio inceppare, io. Neanche dalla mia ragazza.
Lei sì che ce l’ha gli optional. È piena di spie che si accendono e si spengono. Ma io gliel’ho detto subito, gliel’ho detto dall’inizio: facciamo un po’ di strada insieme e poi ognuno prende la sua. Lei dice ‘vedremo, vedremo’. E mi regala i suoi libri e mi porta al cinema. Io la lascio fare, sono contento se lei è contenta. Lei ride e io pure rido. Certo che rido pure io, le risate vanno alla grande. Quelle mi funzionano alla perfezione. Anche troppo.
Una volta eravamo a teatro. Sì, a teatro, quello con la gente che parla cantando. Mi ci aveva portato lei, ovviamente. Io non le avevo promesso niente, sono andato perché lei lo voleva. Quando il ciccione barbuto (che mi pare fosse il re) si è messo a cantare che aveva fame, lì non ho resistito, non ce l’ho fatta proprio a non ridere. ‘Ho faaa-me, serviii-temi la ceee-na!’ proprio così ha fatto, e tutti i suoi valletti intorno a correre e saltellare, una scena strepitosa, ve lo giuro. Però in tutto il teatro nessuno rideva. Neanche la mia ragazza.
Fuori dal teatro mi ha detto solo ‘portami a casa’, poi non ha più parlato. Fino al portone di casa sua non ha detto niente. È sparita così, senza salutare, senza bacio e senza guardarmi. Senza niente. Io allora ho sentito qualcosa alla pancia, dentro. Come un pugno nella pancia vuota. Così mi sono andato a mangiare una pizza. Che fame avevo. Ho preso pure un gelato, un gelato doppia panna. Ma niente, più mangiavo più quel buco non se ne andava. Quando sono arrivato a casa ho acceso la tv a letto. Lo faccio sempre per addormentarmi. Di solito le partite di biliardo funzionano alla grande, ma non ne ho trovata nessuna. C’era solo gente seduta che parlava di cose tipo la pensione, una partita di calcio che avevo già visto e poi un film d’amore. Quei due litigano per tutto il tempo e si sa già che alla fine si danno un bacio di notte sotto la pioggia e poi fine. Fanno sempre così. Ho spento la tv. Niente bacio per me, niente bacio per quei due.
Domani mi toccherà chiamarla. Anzi lo faccio adesso. Perché no, chiariamo subito questa storia del teatro. Non ci sto io con le faccende in sospeso. Facciamola finita subito. Meglio che glielo dico, senti, te l’avevo detto che il teatro non lo capisco, e quelli cantano parlando o parlano cantando, che ne so. Che ci posso fare se fanno così. Dai, ti prometto che la prossima volta non riderò, giuro, non riderò nemmeno se uno di quei valletti scivola e cade dal palco, non riderò neanche così, promesso.
Ma no, la chiamo domani, magari domani già è tutto finito e scordato, e via. La chiamo domani.
E poi… E poi mi è venuta quell’idea. Leggere uno di quei libri che lei mi ha regalato. Due colpi in uno. Il libro mi faceva finalmente addormentare e domani avrei potuto dirle che avevo letto il suo libro. Così la facevo contenta, e magari si scordava del teatro. Lei me lo chiede sempre, ‘hai cominciato il libro che ti ho dato?’ e io non posso neanche mentire dicendo di sì, perché poi che le racconto se mi chiede di che parla?
E invece stavolta potevo farle una specie di sorpresa. E anche se mi addormentavo almeno qualche pagina l’avevo letta. Stanno lì i suoi libri, sono tre. Li tengo tra le vecchie videocassette, hanno la stessa forma. Prendo subito quello più piccolo. Gli altri due, uno è tutto bianco e spesso come due videocassette e mezza, l’altro è blu con le scritte dorate da biblioteca. Questo invece ha almeno un disegno di fuori. C’è una capanna su una spiaggia, le palme, una barca a remi e tutto il resto, luce tipo tramonto, o alba che è lo stesso. Rilassante. Promette bene per dormire.
Ma il problema è che non mi sono più addormentato. Non so se ci si può credere perché nemmeno io ancora ci credo. L’ho finito. L’ho letto fino all’alba. Cioè, fino all’alba per me, e pure fino all’alba nel libro, perché la storia finisce all’alba. Era quella, quella luce nel disegno.
Non lo so, sarà stato per quel pescatore, vecchio e da solo in alto mare. Sarà stato per il pesce gigantesco che a un certo punto esce dall’acqua. E poi c’è tutta quella lotta, tra il pescatore e il pesce, che dura per ore, anzi giorni, senza mangiare né bere, con le mani tagliate dal filo, dalla lenza, così si chiama, lenza. Non lo potevo abbandonare così, nel mezzo della lotta, anche se ero stanco di leggere. Dovevo sapere se quel pesce lo prendeva oppure no. E alla fine lo prende e lo lega alla barca, e quello è più lungo della barca. Ma poi arrivano gli squali e lui prova a scacciarli col coltello legato al remo, ma niente, sono troppi. Arriva a casa all’alba mentre tutti dormono, stanco morto e se ne va a dormire. La barca del vecchio con il pesce legato è ormai solo una lisca con la testa e la coda. Una lisca gigante. E io capisco che il vecchio ha perso ma anche vinto. E io non sono riuscito a dormire ma ho letto tutto il libro.
Spengo la luce del comodino ma la stanza resta accesa perché fuori è giorno. Sono stanco e ancora vestito. E non mi va di chiamarla. È roba da innamorati chiamarla. Ci vado direttamente. Vado sotto casa sua e le porto la colazione. Cornetto alla marmellata e latte caldo, è questo che le piace. Senza citofonare però, mi metto lì e aspetto che esce, con la colazione in mano. E pure se si fredda, non fa niente. Pure se devo aspettare per ore, non fa niente. Al massimo mi porto il libro quello grande come una videocassetta e mezza, per passare il tempo.
Non è una romanticheria, è una cosa di resistenza. Io sono il suo ragazzo, posso farlo questo per lei. Magari poi esce e mi dà uno schiaffo, non lo so. Oppure non vuole ancora parlarmi, ma io resterò lì. Come in alto mare, con la sua colazione tra le mani. Se ce l’ha fatta il vecchio pescatore, ce la posso fare pure io.

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