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Illustrazione di Agrin Amedì
Caro papà, da quando ti ho salutato, ho continuato a pensare allo strano ruolo che hanno avuto le parole nella nostra storia. Al modo in cui non abbiamo mai capito come incastrarle per farle funzionare, e al modo in cui mi avanzano adesso che tu non puoi ascoltarle… Vittoria Papa misura e dà un senso al peso di silenzi lungamente compressi.

Caro papà,

da quando ti ho salutato, ho continuato a pensare allo strano ruolo che hanno avuto le parole nella nostra storia. Al modo in cui non abbiamo mai capito come incastrarle per farle funzionare, e al modo in cui mi avanzano adesso che tu non puoi ascoltarle.
Il punto è che io e te, a comunicare, non siamo mai stati bravi. C’è sempre stata la sensazione scomoda di dover ballare una musica sconosciuta e, tra l’impaccio e i pestoni, siamo sempre tornati a sederci dai lati opposti della sala. Sconfitti. In macchina ti raccontavo le mie giornate e tu guardavi assorto la strada. Così assorto che io, per metterti alla prova, disseminavo il mio racconto di parole senza senso che tu puntualmente non notavi. Nel mio mutismo ferito suonava sempre un telefono e sparivi. Ma un medico abita nelle tasche di tutti i pazienti che lo possono chiamare e così eri un papà nei ritagli di tempo. Persino nei weekend in cui ci vedevamo. Ma non credo che il problema sia stato questo. Il problema è che, credo, la tua maschera da istrione con me non ha mai retto, perché sapevi che ero a conoscenza delle tue debolezze. Quelle che i tuoi pazienti adoranti non avrebbero mai dovuto vedere. Loro vedevano il mago, io conoscevo l’imbroglione. Sapevo delle boccette di medicinali sul comodino, dell’alcool durante la settimana, delle donne che non erano mamma. Sapevo che eri una moltitudine di insicurezze tenute insieme da un sorriso bellissimo, e io ti perdonavo. A differenza di mamma, io continuavo a perdonarti. E forse è stato questo: ero così stanca di non riuscire a odiarti e tu di dover portare il peso dei tuoi difetti che ci siamo detti un sacco di parole finte finché persino parlare è diventato inutile.
Un giorno, senza un perché, le tue parole hanno iniziato a svanire. Non ce ne siamo preoccupati. Io pensavo che, con tutto quello che ti stavi bevendo, dimenticarsi le parole fosse il minimo. E poi invece è arrivata una risonanza magnetica e ci siamo preoccupati. Lo sai, lì ho pensato che fosse stata colpa mia. Ricordi quando da piccola facesti quel gioco stupidissimo del raccontarmi filastrocche di animali che poi finivano sempre cucinati? Tu pensavi fosse divertente ma io mi arrabbiavo così tanto da non parlarti per un giorno intero. Le provasti tutte per bucare il mio silenzio, ma io la testa dura da te l’ho presa e tenni il mio punto. Quando ripresi a parlarti quasi piangevi. «Mi hai tolto un giorno di vita» dicesti. Averti tolto le parole era stato un incantesimo potente. Solo che, con orrore, ho scoperto di non sapere come ridartele. Se ne sono andate via quasi tutte ormai, e con esse anche il tuo mondo. Adesso giri per i corridoi di una clinica che non è più la tua dove però tutti ti chiamano Dottore lo stesso, perché ti rende felice, anche se addosso hai una vestaglia e non più la tua giacca elegante. E la cosa incredibile è che in questo spazio vuoto che si è creato – questo spazio silenzioso – abbiamo finalmente scoperto come stringerci. Tu a volte mi ascolti parlare per ore con quel tuo sorriso buono e non so se mi capisci fino in fondo, però per la prima volta so che mi senti. Mi senti così tanto che oggi, quando nella stanza delle visite ero seduta vicino a te a raccontarti del lavoro e tu mi hai guardata con la meraviglia che si dedica solo agli spettacoli della natura, a un certo punto il cuore mi si è spezzato un po’, e tu devi averlo capito dalla frattura nel mio sorriso o nella mia voce, chissà. Così, dal nulla mi hai abbracciato come facevi quando ero piccola e hai messo insieme a fatica le tue parole barcollanti. «Tuo fratello è gentile?» mi hai chiesto con voce dolce. E io un fratello non ce l’ho, ma è così che ormai chiami il mio fidanzato. E io, stupita, ho riso in un modo che è diventato uno scoppio di pianto. Tra le parole che non capivi più avevi sentito il mio dolore e ti sei preoccupato. Ho dovuto tranquillizzarti, dicendoti che sì, mio fratello è gentile con me, e che sto bene. Così ti ho abbracciato forte e ho sentito il tuo respiro regolare, la tua mano calda tra i capelli, e migliaia di parole appuntite rimaste incastrate tra le mie costole.
Sono quasi corsa via. L’ho fatto cercando di non agitarti, di non farti vedere che stavo soffocando. Dovevo liberarmi dalla voglia di dirti che mi dispiace di non averti parlato quelle volte per quelle stupide filastrocche. Forse avremmo potuto fare grandi cose con le parole giuste, ma va bene così. Adesso osservo queste righe svanire dietro un tasto premuto della tastiera e aspetto che tutto torni a essere bianco. Le cancello tutte, queste parole inutili. Sto bene, Papà. Possiamo sempre fare grandi cose noi, con i nostri silenzi.

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