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Signorina Marta

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Illustrazione di Agrin Amedì
Signorina Marta aveva avuto, fin dalla più tenera età, un potere tanto incredibile quanto invadente: riconosceva, per istinto, le bugie… Stefano Malchiodi dà vita a una storia fantastica che nasconde taglienti verità.

Signorina Marta aveva avuto, fin dalla più tenera età, un potere tanto incredibile quanto invadente: riconosceva, per istinto, le bugie.
Ovviamente non poteva leggere il pensiero, dunque era un potere limitato. Ma la sua esperienza di vita le aveva sempre dimostrato una cosa semplice: se qualcuno diceva una bugia lei se ne accorgeva immediatamente, istintivamente, e senza alcuna ombra di dubbio.
Questo potere le aveva causato crescendo non pochi problemi: sapeva perfettamente, ad esempio, che quando i suoi genitori le dicevano da piccola che non doveva temere la morte, stavano mentendo. Sentiva che non era una bugia totale, come se avessero negato qualcosa di ovvio, ma avvertiva dentro di loro il timore di stare mentendo. Le fu chiaro così, fin da piccolissima, cosa distingueva i grandi dai bambini: i primi mentono, i secondi no. Dunque Marta faceva coincidere l’inizio dell’età adulta con la scoperta della menzogna. Quando i suoi coetanei cominciarono a mentire, considerò tutti loro adulti fatti e finiti.
Per questo i genitori e i parenti affettuosamente la chiamavano “signorina Marta”, dato che si ribellava a qualunque riferimento a lei come “bambina”.
Paradossalmente per la Signorina Marta fu più facile vivere gli anni delle scuole e dell’adolescenza, perché i ragazzini tendono a essere piuttosto sinceri nella loro crudeltà. Dunque anche se a volte, come tutti, veniva presa di mira, magari per l’apparecchio ai denti, o per i capelli arruffati, o per le scarpe fuori moda, Signorina Marta non se la prendeva mai più di tanto. Ma man mano che diventavano grandi, le bugie aumentavano, e le cose si facevano più difficili per lei. Non sopportava in modo particolare, poi, le bugie a fin di bene.
Per questo odiava passare il tempo con gli adulti, almeno con la maggior parte di essi. Degli adulti capì anche un’altra cosa interessante negli anni: questi hanno quasi sempre un secondo fine, e soprattutto mentono tutti, ma alcuni sono più furbi di altri. Per questo gli adulti non parlano quasi mai di sentimenti, come invece usavano fare lei e i suoi amici negli anni del liceo. Ne hanno paura, perché non si trae nessun gusto dal parlare di sentimenti non sinceri.
Ma un vantaggio questo potere lo aveva: quando Signorina Marta si innamorò la prima volta, fu perché sapeva che anche lui era innamorato di lei. Lo capì come lo capiscono tutti; Signorina Marta non era certo andata da lui chiedendogli «Mi ami?», ma il fatto è che si sarebbe accorta se lui mentiva. E lui non lo fece.
Furono anni felici, a cavallo dei venti, prima che a poco a poco aumentassero le menzogne – lei sapeva non era possibile un mondo o una persona senza bugie, dunque ne accettava una certa quantità – fino a quando Signorina Marta si rese conto che questo numero superava la soglia di rischio.
Un pomeriggio di fine estate lei gli chiese «Mi ami?» e lui rispose «Sì». Subito dopo Signorina Marta lo lasciò.
Dopotutto anche evitare di finire nell’inerzia di una relazione senza amore non era un potere da poco. Non solo, era piuttosto facile evitare situazioni spiacevoli come un caffè con un amico che ci vuole provare o un invito di uno sconosciuto insospettabile che non aspettava altro che allungare le mani su di lei. Sapeva in anticipo se un colloquio era andato bene, e cosa davvero pensava il professore della sua tesi; questo le permetteva di essere sempre un passo avanti, ed effettivamente sia il percorso di studi che lavorativo erano solidi e di ottimi risultati.
Poi verso i trent’anni, la difficoltà era trovare un uomo che non si vergognasse di quello che era. Di questo ormai ne era certa: più gli uomini invecchiano più si vergognano di quello che sono, e più si vergognano più mentono. Non capiva esattamente che succedesse nei loro cervelli, ma era evidente che c’era un meccanismo di autodistruzione interno che toglieva loro qualunque serenità riguardo loro stessi e le convinzioni sul mondo attorno.
Questo finché non conobbe Odysses. Era un bell’uomo di origine greca, ma che viveva nella sua stessa città da quando era piccolo. Si conobbero a un corso di teatro, e subito scattò qualcosa. Odysses non sembrava vergognarsi di sé. Questo non voleva dire che non mentisse: tutti mentono, Signorina Marta lo sapeva bene. Ma sapeva anche che quello che lui provava per lei era sincero, e questo era l’importante.
A volte era comunque difficile, quando non puoi negarti di leggere il falso. Ad esempio, se lei diceva a Odysses che la sua collega ci stava provando con lui, quello rispondeva «No, ma che dici, dai!», e lei sapeva che mentiva. Sapeva che mentiva quando lui si distraeva in macchina perché stava guardando il cartellone pubblicitario con il culo di una modella in primo piano, ma fingeva di aver visto qualcosa visto in cielo. Oppure quando lei gli chiedeva se gli piaceva il suo nuovo taglio e lui rispondeva «ti sta benissimo», sapeva che mentiva. Ma in un certo senso ci credeva a quello che diceva. Forse diventare grande era anche accettare le bugie a fin di bene.
E poi Signorina Marta non se la sentiva più di giudicare, anche lei ne diceva, a volte senza nemmeno accorgersene. Ad esempio non disse mai a Odysses del suo potere. Era un peso già abbastanza gravoso per lei, sapeva bene che o non l’avrebbe creduta oppure avrebbe dovuto condividere con lei le difficoltà di un’abilità tanto implacabile. Pensava che nessuno meritasse di sopportare questo fardello, perché nessuno vuole una persona perfettamente in grado di leggere le nostre bugie. Senza le nostre bugie saremmo spacciati, prima con noi stessi e poi con il mondo, e dunque anche per lei era impossibile essere totalmente sincera.
Un giorno una collega di Signorina Marta, presso lo studio di avvocati dove lavorava – inutile dirlo, con una brillante carriera in corso, date le sue abilità – la prese in disparte.
«Marta, ti devo dire una cosa.»
«Dimmi.»
«È a proposito di Odysses… non me la sono sentita di dirtelo prima, perché non fa parte di me e non mi sento a mio agio a farmi i fatti degli altri.» Ovviamente non era vero.
«Dimmi Francesca, non preoccuparti.»
«Sei sicura? Il fatto è che è davvero scomodo per me dirti questa cosa, ovviamente non ne ho parlato con nessuno.» Altra menzogna.
«Francesca per favore, ho un caso importante. Vai al dunque.»
«Beh, il fatto è… che credo che Odysses sia andato a letto con una mia amica.» Era sincera.
«Credi o sei certa? Chi è questa amica? Quando?»
«Credo di esserne certa. Me l’ha fatto vedere su internet, l’ha trovato e mi ha mostrato una foto, non so se mente ma era proprio lui, e insomma non ci sono tanti Odysses in questa città…» Sincera.
«Chi è l’amica?»
«Marta, questo non posso dirtelo, capisci mi metteresti in una posizione scomoda.»
«Francesca, o tu me lo dici o lo scopro da sola. In ogni caso lo scoprirò. Se me lo dici tu ora forse ci sono meno possibilità che succeda un casino, in caso contrario avverrà sicuramente. Ora me lo dici?»
«Ma è una che non conosci Marta, non posso dirtelo, e poi che cambia.»
«La conosco. Ora lo so. Dimmelo.»
Francesca guardò un attimo Marta, sconsolata. Aveva capito solo ora di essersi messa in una situazione senza via d’uscita.
«Alessia, Alessia Menghini. È venuta con me a quel ricevimento che abbiamo fatto nella hall dell’ufficio. Tu eri venuta con Odysses.»
«Ok, brava. Quando è successo?»
«Non lo so, credo settimana scorsa…»
«Concentrati. Quando è successo?»
Francesca, nonostante avessero lavorato fianco a fianco negli ultimi due anni, era sempre impressionata dalla precisione dell’istinto investigativo di Marta.
«È successo mercoledì scorso, credo.»
«Ok. Si sentono ancora?»
«Non che io sappia. Ma non dire niente per favore, mi spiace si sia creata questa situazione, non potevo immaginare quello che sarebbe successo.»
«È vero, non potevi, ma ti dispiace solo perché hai paura di litigare con la tua amica. In realtà ti diverte vedere questo casino, ti eccita l’idea di raccontarlo a qualcuno. Ma non ti preoccupare, almeno questo piacere te lo tolgo.»
Detto questo Marta prese il bicchiere d’acqua sulla sua scrivania, lo tintinnò forte con la sua penna stilografica finché non ebbe l’attenzione di tutto l’ufficio. Poi con voce chiara e ferma urlò:
«Il mio compagno Odysses è andato a letto con l’amica di Francesca, Alessia Meneghini, quella che lavora per la Illy, e che metà di voi probabilmente si è fatto da quando ha divorziato un paio di anni fa. Io ne sono al corrente, spero questo vi faccia passare la voglia di fare gossip da quattro soldi alla macchinetta del caffè. Ora potete tornare al lavoro, grazie dell’attenzione». E così dicendo ripose gli oggetti e si rimise a leggere un pesante faldone sulla scrivania riguardo il caso che aveva in corso, nel silenzio dell’ufficio che solo lentamente riprese le sue normali attività.
Quella sera Marta era in cucina aspettando l’arrivo di Odysses. Si arrovellava chiedendosi perché l’avesse fatto, e come mai non se ne fosse accorta. Ma era consapevole che spesso evitava domande che sapeva gli avrebbero fruttato menzogne. D’altronde era evidente che lui non l’amasse più, e dunque doveva farla finita. Preparò due valigie con i vestiti per una settimana, poi il successivo weekend sarebbe tornata a prendere tutto il resto delle sue cose. Si sedette bevendo acqua da una brocca filtrante.
Quando Odysses arrivò la salutò come sempre, abbracciandola e dandole un bacio sulla fronte, sorridente. Lei era immobile.
«Quelle valigie per cosa sono? Dove si va?» disse allegro.
«Dove vado io.»
«Dove vai?»
«Mi hai mai tradito Odysses?»
Odysses si bloccò impietrito, come non capendo cosa stesse succedendo. Il sorriso lasciò il posto a un’espressione confusa.
«Tutto bene pic…?»
«Rispondi, è una domanda semplice.»
«No, certo che no.»
«Ok.» Marta cercava di trattenersi, anche se era difficile.
«E con chi?»
«Ma come con chi, non ti ho tradito!»
«Odysses, per favore, quella domanda è stata superata. Ti ripeto: con chi?»
«Veramente non so cosa dirti, non so cosa ti stai inventando.»
«Odysses, rispondi a questa domanda. Con chi?»
Sapeva che così si stava facendo solo del male, ma almeno, come ultimo atto di quella storia, voleva portarlo alla verità. Lo doveva a sé stessa.
«Tu sei matta, non so cosa ti è preso ma non ho intenzione di continuare questa conversazione, ti stai inventando delle assurdità.»
Marta scoppiò a piangere, ogni negazione era più dolorosa, ma sembrava che questo dolore non la fermasse, anzi che in un certo modo lo bramasse.
«Ti prego Odysses, ho già avuto la mia risposta. Lo so che mi hai tradito. Voglio solo che mi dici con chi. Fallo per me, è importante.»
Odysses rimase un attimo attonito, guardandosi attorno. Sapeva che se Marta ci si metteva non poteva arginarla in nessun modo. La cosa inquietante era che ci azzeccava quasi sempre.
Il silenzio parve lunghissimo, ma Marta non aveva intenzione di cedere. Sapeva che ormai stava crollandro. Gli occhi di Odysses si fecero lucidi.
«Te l’ha detto Francesca vero?» Marta annuì con la testa.
Odysses si passò le mani fra i capelli, sospirando angosciato.
«È stata una stronzata.»
Marta sapeva che ora ci sarebbero state le giustificazioni, le recriminazioni, la parte più triste inutile e umiliante, quella in cui avrebbe cercato di convincerla che era stata una fatalità, un caso.
Doveva portare a fondo quella pantomima.
«Ti è piaciuto?»
Odysses strabuzzò gli occhi, sconvolto dalla domanda.
Poi si appoggiò al piano di marmo della cucina. Guardava fisso nel vuoto. Non c’era più motivo di opporsi.
«Sì.»
«Lo rifaresti?»
«Penso di sì.»
«Mi hai tradito altre volte?»
Silenzio.
«Mi hai tradito altre volte.»
«Altre due. Una un anno dopo che abbiamo cominciato a uscire e un altra sei mesi fa.»
«Le hai più riviste?»
«No.»
Marta ebbe un singhiozzo. Poi raccolse le forze.
«Mi ami?»
«Sì.»
Marta lo guardò negli occhi. Poi ripeté «Mi ami?» e lui ripeté «Sì», guardandola negli occhi.
Ebbe l’impressione di aver capito davvero per la prima volta perché gli adulti mentono.
Rimasero a fissarsi per dei minuti interi, poi Marta disse: «Non mi mentire più. Posso leggere qualsiasi bugia, è giusto che tu lo sappia». Si asciugò le guance con la mano e si diresse nell’altra stanza. Poi, lentamente, cominciò a disfare le sue valigie.

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