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Due settimane d’amore

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sono state due settimane d’amore. Hai poggiato il tuo sguardo su di me e io mi sono sentito vivo, di nuovo. Ti ho fatto passeggiare un po’ per le mie stanze e ho girovagato per le tue, senza toccare niente, galleggiavo come una nave sulla superficie del mare che scivola lentamente, forse ho accarezzato una tenda ma non è stato abbastanza… Martina Aldi percorre istanti così brevi quanto intensi per lucidare una parte di realtà.

Sono state due settimane d’amore. Hai poggiato il tuo sguardo su di me e io mi sono sentito vivo, di nuovo. Ti ho fatto passeggiare un po’ per le mie stanze e ho girovagato per le tue, senza toccare niente, galleggiavo come una nave sulla superficie del mare che scivola lentamente, forse ho accarezzato una tenda ma non è stato abbastanza.
Quel tocco troppo leggero. Mi fissavi sempre con i tuoi occhi gialli, che poi diventavano verdi e si perdevano nei miei scuri, mi davi colore, come una ruota cromatica sentimentale. Parlavi del tuo mondo fatto di blu – e di tutte le sue tinte – di balli a piedi nudi, di sabbie rinchiuse dentro bottiglie che ti ammirano dalla libreria che hai costruito con un vecchio marinaio, dei libri che hai comprato ma non hai ancora letto perché scelgono loro quando essere svelati, del tuo piccolo giardino pensile che dimentichi di curare, un po’ come fai con te stessa.
E intanto immaginavo già come sarebbe stato fare l’amore con te, mentre ti raccontavi, io ti ascoltavo solo a metà. Ero già dentro la tua bocca, riflettevo su come sarebbe stato mangiare quelle labbra che mettevi a cuore ogni volta che soffiavi fuori il fumo della sigaretta; volevo succhiarti quelle ciliegie polpose una a una e poi insieme, annusarti il collo e prenderti con forza i capelli, buttarti il viso all’indietro, guardarti un attimo e rituffarmi nella tua bocca calda. E poi scivolare con i palmi delle mani sui tuoi seni prosperosi e sodi, stringerli, accarezzarli, immaginavo i tuoi capezzoli turgidi e volevo baciarli, succhiarli e poi scendere sempre più giù.
E mentre mi mostravi qualche angolo della tua casa io cercavo di osservare quei posti che tenevi nascosti e ho visto un orologio che portava il ritardo di un’ora, la coda corta della tua gatta, come sorridi teneramente quando riconosci un perdente, come ti accarezzi la cicatrice sull’indice sinistro della mano, il rossore che colora le tue gote ogni volta che qualcuno ti guarda con desiderio, come ritiri la pancia quando mi passi davanti e la facilità con cui diventi seria se hai una sensazione che non capisci.
Ti ho fatta mia al secondo appuntamento, il desiderio mi gonfiava i pantaloni come una tenda indiana, tu timidamente hai fatto finta di nulla, ma con le guance cremisi hai spostato lo sguardo dentro al bicchiere di vino che tenevi in mano, volevi nuotarci dentro, cosa cercavi sul fondo di quel vetro ambrato? Forse l’audacia per dirmi che non saresti mai stata mia? L’ho ascoltato quel sussurro, ma non ho voluto sentirlo veramente, ho preferito che fosse solo il salto innocuo della puntina sul vinile che riprendeva a cantare la mia canzone preferita. Solo un istante di smarrimento. E invece nel tuo sussurro c’era tutto. Quel tocco troppo leggero.
Ti ho levato il vino dalle mani, ti ho alzata, spogliata, guardata un po’ tremante, ho divorato ogni solco del tuo corpo morbido, ti ho annusata, ti ho leccata negli incavi più celati, e tu ti sei aperta come la ruota di un pavone dai colori formidabili, calda e umida come un dolce appena sfornato, gemevi lussuriosa sotto i colpi dei miei fianchi e poi sopra di me come una valchiria affamata, ci siamo fatti male, ci siamo fatti bene una, due, tre, quattro volte e poi siamo caduti esausti, sul telo di lino egiziano profumato di malva rosa e di te, di me solo un po’.
Volevo mangiarti ogni sera, ero sempre assetato dei tuoi umori corporei, così inebriato da non capire che tutto ciò che non dicevi era quello che dovevo ascoltare.
Sono state due settimane d’amore. Ho fatto tutte le cose giuste, esattezza perfetta nei gesti e nelle forme, le cose che piacciono a tutte, ma forse non a te, che ancora arrossisci se ti dico quanto sei bella dopo che mi hai scopato come un uomo, e come un uomo te ne sei andata.
Quel tocco troppo leggero, per due settimane d’amore.

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