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Ristorante cinese

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Illustrazione di Agrin Amedì
La sera dell’ultima cena con la donna della sua vita aveva letto la massima “la vita è un atto di fiducia” sul foglietto dentro il biscotto della fortuna. Qualche minuto prima di scoprire che era cornuto. Da quel momento Cesare aveva chiuso con le relazioni. E con i ristoranti cinesi… Giulia Radi declina minuziosamente un sentimento crescente.

La sera dell’ultima cena con la donna della sua vita aveva letto la massima “la vita è un atto di fiducia” sul foglietto dentro il biscotto della fortuna. Qualche minuto prima di scoprire che era cornuto. Da quel momento Cesare aveva chiuso con le relazioni. E con i ristoranti cinesi.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare mentre portava a spasso il cane Poldo ogni sera alle 21 in punto. Ma nel dubbio faceva avanti e indietro sul marciapiede del suo lato di strada, ché non si sa mai che qualcuno si distraesse proprio mentre erano intenti ad attraversare sulle strisce. Ché la settimana scorsa l’aveva sentito al bar che sulla stessa strada una tizia col suo cane erano stati falciati da un conducente distratto e che la cagnolina non ce l’aveva fatta. Adesso all’altezza del misfatto c’erano mazzi di fiori e una targhetta dedicata a Betty.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare mentre tornava a casa dopo la pizzata coi colleghi. Ma nel dubbio evitava sempre l’incrocio di piazza Zama, girava poco prima su via Appia Nuova, ché quella è una via principale e i semafori fanno il loro mestiere anche di notte. Che poi chi comanda i semafori? Chi può assicurargli che il controllore non si distragga o che non possa andare in tilt il sistema?

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare mentre ordinava sushi da asporto. Ma nel dubbio se lo faceva lasciare al cancello e scendeva solo dopo che aver visto il rider allontanarsi. Ché una volta la collega Lara gli aveva raccontato la storia di un rider con un coltellino che aveva rapinato la donna scesa a ritirare la cena col portafogli in mano.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare quando la tipa che aveva incontrato alla lavanderia a gettoni aveva attaccato bottone e gli aveva chiesto allegramente il numero di telefono, in nome del buon vicinato. Ma nel dubbio le aveva dato il numero sbagliato, ché non si sa mai che pure questa si faceva l’amante proprio quando lui scopriva di amarla.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare quando aveva rivisto la tipa della lavanderia a gettoni al bar sotto casa a fare colazione alle 8 del mattino, il suo orario. Ma nel dubbio aveva fatto finta di non vederla, ché magati lei gli chiedeva spiegazioni sul numero di telefono inesistente che le aveva dato.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare quando se l’era ritrovata anche al supermercato in fila dopo di lui. Ma nel dubbio lì l’aveva salutata distrattamente, ché sia mai che si accorgesse che il suo cuore aveva iniziato a battere al ritmo del tamburello da pizzica salentina.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare mentre mangiava l’abituale cornetto alla marmellata nell’abitacolo della macchina tenendo il caffè da asporto nell’altra mano. Nel dubbio aveva smesso di fare colazione al bancone, sia mai che avesse rincontrato la ragazza colorata.

La vita è un atto di fiducia, pensava Cesare mentre proprio la ragazza allegra bussava al finestrino della sua macchina, ridendo delle briciole sul suo vestito elegante da lavoro. «Ho l’impressione tu mi stia evitando» aveva commentato divertita, e lui aveva pensato che era davvero impertinente, ma anche stavolta il tamburo nel suo petto aveva fatto il suo assolo. «Scusa, devo andare al lavoro adesso» aveva cercato di chiudere lui, ché chissà che intenzioni aveva quella. «Se una sera ti va di portare fuori i cani insieme, ti aspetto alle 21 sotto il mio portone, che è proprio di fronte al tuo, dall’altro lato della strada.»

La vita è un atto di fiducia, pensava la sera stessa alle 20:54 impalato sul marciapiede mentre con Poldo fissava le strisce pedonali che lo dividevano dal portone di là dalla strada. Le gambe tremavano, la tarantella del suo cuore era ripartita e aveva la mano così sudata da dover fare tre giri di guinzaglio. Rimaneva immobile lì a prendersi gli insulti dei monopattini che li schivavano, intento a sfogliare i faldoni dal suo personale archivio di rischi e fregature. Le variabili incontrollabili erano troppe: le strisce pedonali e gli autisti distratti, una macchia d’olio che rendeva la carreggiata scivolosa, la possibilità che lei non fosse scesa, che fosse fidanzata, che lo volesse ma solo come amico, che facessero due bellissimi figli e lei morisse rapidamente per un’aggressiva malattia autoimmune, che lo tradisse. Intento a proiettare il suo film mentale non si era accorto che Poldo annusava già la cagnolina Layla col fiocco a pois tenuta al guinzaglio da nientepopodimeno che la ragazza arcobaleno, che tracciava semicerchi davanti ai suoi occhi e ridendo di gusto diceva «Ti va il cinese?».

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