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Una lunga partita

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Illustrazione di Agrin Amedì
Lucia ora si sente sciocca a essersi fatta travolgere dall’entusiasmo dei colleghi, avrebbe dovuto darsi malata, inventarsi un imprevisto. Però in cuor suo sa che questa è un’opportunità, forse l’unica, per trovare una risposta che attende da lunghi anni. Paola Peruzzi si sfida giocando una partita su un campo fisico quanto esistenziale.

Lucia ora si sente sciocca a essersi fatta travolgere dall’entusiasmo dei colleghi, avrebbe dovuto darsi malata, inventarsi un imprevisto.
Però in cuor suo sa che questa è un’opportunità, forse l’unica, per trovare una risposta che attende da lunghi anni. Ed è stata questa possibilità ad aver avuto la meglio, contribuendo a farle accettare l’outdoor aziendale organizzato presso l’Hotel del Golfo a Procchio. Già, proprio là, sull’isola d’Elba, dove lei era nata.
Pomonte, il suo paesino, si trova a pochi chilometri da questo stupendo hotel con spiaggia privata, piscina e ristorante rinomato.
Solo pochi chilometri di distanza ma quanta differenza: adesso Lucia si trova in un posto wow per turisti facoltosi; lei invece era nata nella parte aspra e rocciosa dell’isola, quella che guarda ovest. Nella parte più povera, fatta di piccoli borghetti di pescatori. Vite semplici. Qualche filare di vigna strappata alla roccia e faticosamente coltivata sui terrazzamenti ripidi dei vecchi muri a secco. Gente abituata a conquistarsela la vita. Gente che parla poco, avvezza a nottate in mare su un peschereccio col vento salato che ti sferza la faccia. Una moka di caffè caldo insieme a pane e sarde.
Lucia non torna sull’isola da lunghi anni. Come tanti ragazzini di allora aveva fatto le scuole dai parenti “in continente” – come dicevano gli elbani riferendosi alla penisola italiana. A dire la verità i ragazzini in continente ci andavano alle medie o alle superiori. Lei ci era andata fin dalla prima elementare. Stava con la mamma a casa della zia Antonella a Livorno. Dopo un po’ la mamma era morta senza più tornare all’Elba.
Le prime due squadre sono già in campo pronte a sfidarsi: battute allegre, risa, scherzi, i giocatori che saltellano sulla sabbia, fischio di inizio, servizio.
A breve è il suo turno; intanto le sue braccia incrociate sembravano intente a contenere il disagio che si porta dentro.
La partita è veloce, emozionante, esplosiva.
La palla sfreccia laterale, ruota, la sfiora, e prosegue la sua folle corsa fino a schiantarsi contro un  muro.
Tonnff, la sfiora. La sfiora… La sfiorava… Sì, l’aveva sfiorata nello stesso modo quel giorno quando il suo babbo le stringeva la manina piccola prima di allentare improvvisamene la presa. Babbo, babbino? La zia che veloce la prende in braccio e la porta via di corsa. La zia che la porta di corsa a mangiare il gelato e che parla concitata col gelataio. Due ragazzi corrono verso il campo da calcetto, già è vero, lei stava guardando la partita di calcetto ed era domenica pomeriggio. Il barista che le dà il gelato senza chiederle di scegliere il gusto e scappa via anche lui. Le ha messo tutta crema ma a Lucia piace la fragola.
La zia che trema, ma che le sorride. «Ti aggiungo io la fragola.» Gira dietro al bancone e con la paletta grande di acciaio ci aggiunge sopra la fragola. Ma la fragola cade, a zia tremano anche le mani, non solo le labbra. Lucia ride e anche zia prova a ridere.
Poi le dice: «Dobbiamo comprare i sandalini nuovi, andiamoci subito». «Ma devo avvisare babbo, babbo mi cercherà.» «Gli facciamo una sorpresa stasera, ora non pensarci.»
Quella sera il babbo poi non era tornato a casa.
Forse si era arrabbiato perché lei si era allontanata con la zia?
Ma era stata la zia a prenderla di corsa in braccio e a portarla via, non era colpa sua.
La mamma le diceva sempre: «Non fare arrabbiare babbo altrimenti ti lascia e va a scegliersi una bambina più buona».
«Ma babbo non mi vuole più?»
«Ma certo tesoro che ti vuole. Deve stare un po’ via ma vedrai che presto torna da noi.»
«Ma ha scelto un’altra bambina? Io non volevo andare via mi ha portato via la zia. Diglielo a babbo che io sono buona. Che può tornare da me.»
«Dove è babbo? Mamma dove è babbo tu lo sai? È in un posto col telefono babbo?»
Lucia si accascia a terra. Ora i brividi la invadono. Forse ha capito quello che nell’intento di proteggerla non le avevano mai raccontato.
Il suo papà non l’aveva abbandonata, come invece Lucia in fondo al suo cuoricino aveva sempre temuto.
Quella palla che sfrecciava a velocità sostenuta quel giorno cosa aveva colpito? Chi aveva colpito?
… La presa forte della mano del padre che si allenta… Cos’è che le avevano sempre taciuto?
Al fischio dell’arbitro Lucia torna in sé, il suo turno è finito. Non sa come è andata sul campo, ma ha deciso almeno di scoprire ciò che fin ora ha evitato, forse inconsciamente. Così decide. Decide che rimarrà sull’isola. Forse c’era ancora qualche anziano, forse ancora qualcuno ricorda. Forse in biblioteca tra i giornali locali troverà qualche notizia; una cosa così può sconvolgere mezza isola.
E poi c’è il cimitero di Pomonte che è alto alto sul mare. Sembra un faro in cima alla scogliera. Da lì si vedono i tramonti, i gabbiani, le mareggiate e le giornate di calma. L’infinito. Forse anche il passato. Così Lucia abbandona il campo, va a cambiarsi. Ha deciso che proprio da lì, oggi, da quelle lapidi di granito elbano a cui è negata la menzogna, comincerà a cercare una risposta al dubbio che continua a premerle sul petto: «Ma babbo non mi vuole più?». E chissà, forse, finalmente, dopo anni di silenzio, oggi il suo papà tornerà da lei.

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