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Quella notte in cui  

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quel tocco e quelle parole mi inchiodano con una forza invisibile al sedile dell’auto. Un peso mi si abbatte sulle spalle e mi estraneo per un momento, non saprei se breve o infinito… Isabella Ciuca si lascia andare a un flusso sentimentale.

Per favore, anche oggi dammi un passaggio a casa. Ma se ti va, questa volta, fermiamoci a bere qualcosa in quel bar in fondo alla strada. Offro io, per ripagarti della tua gentilezza. Prendiamo un aperitivo al volo. Lo so, te l’ho detto all’ultimo momento, un’altra volta magari facciamo con calma. Mi siedo davanti a te oppure no, mi siedo qui accanto, che ho paura di arrossire. Uno, due, tre bicchieri, le bollicine pizzicano nel naso, non c’è già più il sole e non ce ne siamo accorti, ma non avevi un impegno? Quattro, cinque, è notte, facevamo meglio a prendere una bottiglia, il posacenere è pieno, ho così tante cose da raccontarti che mi sembra di vomitare. Sei, sette, ma quando arriva il mio gin, dici parole che sanno di lime e acqua tonica, a casa non ci torno più, mi tremano le mani, non so se è l’alcol o sei tu che mi agiti. Mi guardi, mi guardi in un modo che ti strapperei gli occhi per tenerli in tasca, portami a casa che adesso è davvero troppo tardi, non ti avvicinare, non ti avvicinare perché io davvero, davvero non posso. Sono ubriaca, mi tuffo sul sedile dell’auto, quasi vorrei che sparissi. È sceso il silenzio, chissà se posso fumare in macchina, chi è che diceva che la strada del ritorno sembra sempre più corta dell’andata? Ecco finalmente, ora basta solo scendere, scendere con la chiave del cancello già in mano, girarla per entrare in un posto dove tu non puoi entrare, salire le scale e nascondersi, in silenzio, sotto le coperte dal mio lato del letto. Mi afferri per un polso, tu non l’hai sentito ma dentro di me ti avevo chiesto di non farlo.
Mi dici: E ora, te ne vai?
Quel tocco e quelle parole mi inchiodano con una forza invisibile al sedile dell’auto. Un peso mi si abbatte sulle spalle e mi estraneo per un momento, non saprei se breve o infinito: il mio pensiero va a te che invece mi aspetti in questa notte e in quella casa dall’altro lato del nostro letto. Siamo stanchi noi due, lenti, monotoni, senza progetti, senza più grandi cose da dirci, noi due ci sdraiamo sul divano a chiederci Cosa facciamo stasera?, e ci rispondiamo Niente.  Sono settimane, forse mesi che pondero se confessarti che con te non voglio più stare. Non sono mai stata una di quelle persone brave a prendere le decisioni importanti, sono un’amante dei famosi piedi in due scarpe, del procrastinare all’infinito, una di quelle che invece di scegliere preferisce aspettare a vedere se sia le uova che le galline domani saranno due.
La sbornia apre uno squarcio nel mio futuro, e io decido di sbirciare. Seduta in quell’auto vedo scorrere davanti a me le settimane sul parabrezza, sono in bilico sul bordo del sedile a guardare uno di quei b-movie che finisce male. Eccomi all’inizio, che rincaso più tardi del solito. Ti dico che sono rimasta bloccata in ufficio, del resto sai quanto lavoro, non potresti mai sospettare. Non mi confido con nessuno, lo so soltanto io. Ti guardo negli occhi e ti mento, ma giustifico me stessa rifugiandomi nella convinzione di farlo solo a volte. Tornata a casa nostra mi sistemo il trucco davanti allo specchio dell’ascensore e mi racconto che sono cose che nella vita capitano a tutti.
Avanti veloce ed ecco che, pian piano, inizio a tornare tardi più frequentemente. Ti dico che il mio capo mi ha affidato nuove responsabilità, che punta su di me, condivido apertamente la pressione e lo stress per giustificare il mio bisogno di trattenermi fuori casa. Lo racconto a un’amica. Scelgo quella che mi dice che è normale, che le scappatelle succedono e che sicuramente è anche colpa tua. Di notte in ascensore mi cambio gli abiti e anche la faccia fino a che, senza rendermene conto, non mi guardo più allo specchio.
Ancora avanti veloce, ora non torno neanche a dormire. Sono sempre più noncurante, propongo a lui di cenare al ristorante, di partire insieme, inizio a farmi vedere in pubblico, non riesco più a tenerlo segreto, a sopportare lo squallore di appartarci in un’auto o in un hotel. Anche la mia amica comprensiva osserva che così non si può più andare avanti, che è arrivato il momento di scegliere l’una o l’altra strada. Non ho voglia di mangiare ma non indago sul perché: presa da un nuovo amore, non realizzo che il senso di colpa per aver tradito quello vecchio è cresciuto dentro di me come una pianta infestante, fino a chiudermi la bocca dello stomaco. Ma, ancora, non sembro voler approfondire la situazione e lascio che il tempo e gli avvenimenti mi scivolino addosso, come se vivessi la vita di un’altra.
Tuttavia, è chiaro che l’epilogo sia ormai dietro l’angolo. Negli ultimi fotogrammi, come spettatrice, realizzo che ci ho messo così tanto tempo a pensare al da farsi che alla fine lo hai scoperto. O forse mi hai scoperto proprio perché al da farsi non ho pensato affatto. Hai trovato un messaggio nel cellulare, mi hai sorpreso a zonzo da qualche parte, qualcuno te lo ha detto. Chissà, magari talmente folle è stata la mia spensieratezza alla fine sono stata proprio io a lasciarti qualche indizio per confermare i tuoi sospetti.
I toni si fanno più cupi, la conclusione è prossima. Ecco arrivare quella sera, quella notte in cui tu mi hai scoperta, e non riesco a dirti la verità. Non confesso di averti tradito per mesi e non ammetto a me stessa di non essermi neanche sentita in colpa perché mi sono innamorata di un altro. Nego tutto, tu non mi vuoi più ma io ti lascerò per sempre con il dubbio. Non riesco a essere altruista neanche in questo: non ti rendo la verità per liberarti, mi manca il coraggio di essere onesta o neanche mi importa perché il giorno in cui ti domanderai se hai avuto troppa poca fiducia nella mia devozione sarà un domani in cui io ti avrò già dimenticato. Quella è la notte in cui trasporto per strada una valigia pesante nella quale tirando la lampo ho rinchiuso il senso di colpa, nel bagaglio ho nascosto e ho portato fuori di casa la mia mancanza di lealtà e anche la possibilità per te di chiudere quella porta giovandoti della certezza di aver sbattuto fuori una grandissima stronza, per riuscire poi ad aprire più facilmente la successiva. Quella è la notte in cui io trasporto nel buio una borsa piena di indolenza e di colpa, quella è la notte che tu non dimenticherai mai, quella in cui mi stai cacciando, quella in cui mi afferri per il polso e mi dici: E ora, vattene.
Il girato è finito, ritorno in me, sono di nuovo sul sedile dell’auto e tu mi trattieni ancora per la mano. Lo so, ho visto già il finale, ma lo stesso sussurro: Resto.

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