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Due, quattro, otto… cinque

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Illustrazione di Agrin Amedì
Due quattro sei otto dieci dodici quattordici sedici diciotto venti. Numeri pari. Anzi no, più esattamente: due, quattro, otto, dieci, quattordici, sedici, venti… Gianni Ruocco indaga l’essenza dei numeri.

Due quattro sei otto dieci dodici quattordici sedici diciotto venti. Numeri pari. Anzi no, più esattamente: due, quattro, otto, dieci, quattordici, sedici, venti. Ritmati con le virgole di sospensione. Respiro lungo, l’ansia rallenta. Venti: la scuola. In tempo. Venti, numero pari, come gli altri. Puntuale, come dall’inizio dell’anno. Numeri pari, i miei preferiti, rotondi, equilibrati, sicuri di sé, con le vocali aperte e piene di luce. Insomma, una garanzia. Il tempo matematico sul quale sincronizzo il ritmo regolare del mio respiro. Posso fidarmi. Dalla soglia di casa, venti minuti esatti per percorrere lo stesso tragitto, tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, scanditi invece dal ritmo dei numeri misti. Giorgio ogni giorno in classe mi dice: lascia stare Ennio, nella matematica non le trovi le cose, nella storia sì, e anche nei miti antichi, ma la matematica è solo un’astrazione. Giorgio, la mia anima gemella, nero quando io sono bianco, che ama la crema, mentre io mi perdo da sempre nel cioccolato; Giorgio, cuore generoso, amico di sempre, lui nella serie è assolutamente otto, le otto e otto, tutti i giorni sei il mio numero perfetto e fortunato per i cinesi. Ma Giorgio, anima confusa, tu la matematica non l’hai mai capita. I numeri non sono astrazioni, e non rappresentano la realtà, i numeri sono la realtà. Lui è davvero un otto, tondo e profondo come una spirale infinita, mamma è il mio due, accogliente e seduttiva, papà un quattro, comodo dove posso sedermi e appoggiare anche i piedi, Cecilia, al primo banco dall’inizio dell’anno, un uno affilato come un fuso, prolungato nel braccio sempre alto per rispondere a ogni domanda dei professori, il mio gatto certosino un sei accovacciato ma con l’orecchio teso, pronto a balzare in avanti.
La strada per la scuola è venti, gioia e strazio della mia vita, possibilità e rischio, tutto e niente, e la rotondità del suo zero, del resto, è anche il cerchio della mia casa, il caldo del letto alla mattina, i sogni ancora incrostati dietro le palpebre, la colazione tutti insieme, le raccomandazioni di papà, le battute di mia sorella Nina sulla riga nei miei capelli o sul mio look del giorno, il mio risveglio progressivo, attento al ritmo perfetto dei minuti, risvegliocolazionebagnovestitidecisilaseraprimazainogiàprontogiaccaavento e, otto meno due, pronto via!, dal pianoterra è facile calcolare. Eccomi fuori: due, il primo angolo da girare, le otto in punto, si alza la serranda della tintoria e il suo profumo di lavatrice, sapone e ammorbidente mi entra nel naso e mi rassicura. E poi giù, di corsa a perdifiato per la discesa ripida che porta fuori dal mio quartiere, e, in fondo, quattro, ciao Ester!, quella ragazza fine che esce a portare il suo enorme Sansone prima di andare al lavoro, ciao Sansone!, e lui mi risponde tutti i giorni leccandomi la faccia che gli avvicino per un bacio del buongiorno. Le strisce pedonali trafitte da macchine sfreccianti sono l’unica incognita, quando passare? ora?, no ora no, sì, ora! E via, eccolo Giorgio, otto e otto!, puntualissimo, perché sa cosa potrebbe accaderci e accadergli se tardasse, via attraverso la piazza, via verso il ponte, corriamo insieme urlando e brandendo tra noi i righelli come una sfida all’arma bianca; dieci, un attimo prima di salire sul ponte, il banco di fiori che Carmine lascia incustodito per un momento, richiamato dal furgone che, puntuale, lo rifornisce di rose, e via!, ogni giorno ci portiamo via una fresia, una margherita o un narciso, lasciandoci dietro la scia dei suoi insulti pieni di fantasia. Quattordici: in fondo al ponte la signora Ranocchia, bellissima un tempo e ancora bella, che saluta amorosamente il marito dalla finestra e, subito dopo, noi con un grande e accattivante sorriso. Sedici: i due cornetti che Mario ci lascia in un sacchetto sul bancone del bar, uno alla crema, uno al cioccolato, li mangiamo salendo verso la scuola, venti, in tempo. Due minuti prima dell’apertura del cancello, due minuti ancora e siamo in classe. Giorgio che sorride, ironico ma felice, con me.
… e poi l’altro giorno è successo: gli occhi si richiudono assonnati per qualche secondo e all’improvviso si riaprono, il pigiama inciampa sulla scala del mio letto a castello, l’appoggio malfermo sul primo gradino, quello incrinato che ogni giorno salto per atterrare direttamente sul secondo, una fitta acuta al malleolo per la storta, momenti di sosta per massaggiarlo, l’arrivo zoppicante al bagno, in ritardo rispetto al ritmo solito di accesso degli altri, prima e dopo di me, la cerniera dello zaino non chiusa la sera prima per la fretta si inceppa, la giacca a vento ha le maniche rovesciate: uno, tre, cinque, nove, undici, oddio! I NUMERI DISPARI! Di corsa a perdifiato, tre, la serranda della tintoria già alzata, il profumo disperso e ormai rarefatto; cinque, Sansone è già passato, niente bacio della buona giornata oggi e, attenzione!, devo saltare una enorme cacca marrone chiara al centro del marciapiede (ero convinto che Ester non fosse una ragazza male educata!), nove, addirittura undici, Giorgio arriva trafelatissimo, ché non vedendomi ha fatto tutto il giro della piazza (e Giorgio è un otto anche nelle dimensioni tonde e paffute), tredici, Carmine che ci aspetta da sempre finalmente ci becca, infuriato, deviamo allora il nostro itinerario per evitare il getto d’acqua gelata puntato dal chiosco contro di noi – e non sembra affatto scherzare -, quindici, diciassette, diciannove ahimé! ormai, mentre notiamo la signora Ranocchia che saluta altrettanto amorevolmente un uomo sulla trentina, un attimo prima nascosto dietro l’angolo, invitandolo a salire, e lui con circospezione si avvicina al portone d’ingresso del palazzo, ma nel farlo non ci vede e ci viene addosso, la cartella di Giorgio si apre e volano via tutti i disegni – quanto tempo ci vorrà a raccoglierli? – e allora ventuno, il sacchetto sul banco del bar non c’è più, i cornetti sono finiti, gli altri sono ancora in forno (ma Mario non diceva sempre che arrivano freschissimi tutti i giorni dalla migliore pasticceria del quartiere?); nella teca di vetro è rimasta solo la vecchia luisona e ci tocca dividerla con Giorgio anche se sembra impossibile solo riuscire a spezzarla, ventitré, anche il ritmo del semaforo pedonale salta, venticinque, ormai tre minuti oltre l’orario di ingresso, un vero disastro, dall’inizio dell’anno per la prima volta in ritardo, a guardare smarrito il cancello chiuso della scuola… dove vedo te, Linda, misteriosa e affascinante, da sempre irraggiungibile, tre cinque nove undici, ragazza dei numeri dispari e senza punteggiatura, impossibile decifrarti, con quel respiro dal ritmo per me irregolare e scomposto, quasi un singhiozzo, il tuo mistero è da sempre un problema con troppe equazioni da risolvere.
Ora finalmente ti ho davanti, e posso vederti, e anche tu mi vedi, ti sorrido imbarazzato, mi sorridi farfugliando qualcosa sul tempo (entrambi in ritardo), finalmente ti vedo, una cinque orgogliosa e spavalda, con le curve e gli spigoli al posto giusto, e un ricciolo ammiccante e provocatorio puntato verso di me. Respiriamo entrambi affannati, con quei nostri ritmi diversi, a fasi alternate. Ti guardo, tu mi guardi e qualcosa si scioglie dentro di me, e forse anche dentro di te, mentre già mi chiedo se per noi potrà esserci un futuro, un ritmo comune che funzioni, ben oltre la soglia rassicurante dei numeri interi.

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